LA CASA SULLA ROCCIA

MEDITAZIONI SUL VANGELO DELLA DOMENICA


22/11/20  Mt. 25,31-46

Con la festa di “Cristo Re” si conclude l’anno liturgico. Gesù, che come trono ha avuto una scomoda e dolorosa croce, che ha fondato il suo regno non sull’accumulo materiale ma sull’amore gratuito, in questo brano di Vangelo ci dona un messaggio prezioso: “la nostra vita si concretizza pienamente nell’Amore e nella carità”. É il nostro farsi prossimo che ci rende veri cristiani.
La carità, in tutte le sue forme, é senza dubbio la possibilità che abbiamo per fare del bene agli altri ma é anche l’occasione che diamo a noi stessi di capire che solo donando siamo realmente liberi.
Oggi é facile restare intrappolati nella rete dell’individualismo e della superbia, il virus dell’indifferenza rischia di renderci sempre più cinici ed avari, rendendo invisibili ai nostri occhi coloro che soffrono, provare ad interrompere le nostre corse frenetiche che ci inducono ad “avere” sempre di più, potrebbe aiutarci a capire che anche “il donare” é una fonte che arricchisce la vita. Non é facile fare del bene in modo disinteressato e senza pensare ad un eventuale tornaconto, si pubblicizzano raccolte fondi, si creano eventi, si promuovono campagne mediatiche…. tutte cose utili… ma la carità descritta nel Vangelo é quella della nostra quotidianità, quella fatta nell’anonimato, senza tenere conto chi é, la persona che abbiamo di fronte, é necessario cominciare a guardare al prossimo, chiunque esso sia, con gli occhi del cuore, senza fare preferenze, senza farsi consigliare dalla simpatia, perché in ogni persona bisognosa é presente Dio.
Per motivi diversi, prima o poi “bisognosi” lo siamo tutti, chi di pane, chi di acqua, chi di lavoro, chi di un tetto come riparo, chi di un po’ di tempo, chi di compagnia, chi di ascolto…. ci sono tantissimi cuori feriti bisognosi di Amore… trovare qualcuno disposto a condividere, a donarsi, ad ascoltare, a consigliare con sincerità, a perdere tempo… alleggerisce almeno in parte i problemi che ci troviamo a fronteggiare. Quanto é doloroso vivere una sofferenza o un’angoscia in totale solitudine!
Gesù é molto chiaro: sfamare, dissetare, vestire, accogliere, visitare…. sono i verbi che danno compimento alle nostre azioni quotidiane, decidere ogni giorno di metterle in pratica in totale libertà, significa essere consapevoli che, nel “giudizio finale” saranno proprio le scelte “di bene” fatte, a fare la differenza. Diceva San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’Amore”! Che bello!! Là, saremo semplicemente quello che abbiamo scelto di essere qua!!
Anonimo

Nel discorsi delle “cose ultime” di Gesù, dopo l’invito alla vigilanza saggia, a “rischiare” i doni ricevuti da Dio, troviamo una delle parabole più conosciute e immediate.
Nel Vangelo di Matteo, i discorsi di Gesù si aprono con le beatitudini (dove al centro ci sono i poveri, semplici e i disabili…quelli che largheggiano nel cuore, i pacifici, i cercatori di giustizia, i costruttori di pace…) e si chiudono con il racconto di un giudice, Cristo stesso. Il “Figlio dell’uomo”, giudicherà i popoli, su una base di “umanità”. Chi avrà messo al centro “i poveri” ha messo al centro “l’uomo” stesso. Non importa se fatto in modo esplicito… Un’innumerevole schiera di persone troverà la sorpresa di essere accolto nel regno di Dio.
Ho riletto questo Vangelo confrontandomi con quanto stiamo vivendo oggi.
1. Davanti al trono del Il “Figlio dell’Uomo” ci saranno tutti i popoli. Noi siamo molto bravi a “spiritualizzare” il Vangelo mettendolo sulle nuvole. Spesso ne facciamo unicamente una questione personale ed intimistica. Invece questo Vangelo è molto “politico” “sociale”. Sono i popoli che saranno giudicati.
2. “Ero malato e mi avete visitato”. Triste oggi quando per il Covid 19 non possiamo nemmeno stare vicino ad un congiunto… Oggi si discute molto di sanità… molti vorrebbero mettere l’economia al primo posto…o addirittura negare il problema. Una sanità che funziona e mette al centro le persone più fragili è Vangelo. Molti nel mondo invidiano il continente europeo per l’Welfare e il sistema di protezione sociale che ha saputo costruire negli ultimi 50 anni. E’ un valore che ha le sue radici nell’umanità ma anche nell’inculturazione del Vangelo. Il papa ha invitato più volte l’Europa a riflettere su queste ricchezza da non disperdere e che potrebbe offrire al mondo intero.
3. “Ero straniero e mi avete accolto”. I popoli saranno pure giudicati su questo aspetto. Negli ultimi due secoli una immensità di italiani ed europei, spesso missionari, sono stati in tutte le parti del mondo, quasi sempre sono stati accolti bene… Con la globalizzazione i fenomeni migratori, anche irregolari, sono esplosi dappertutto. Sono fenomeni antichi ma oggi più “accelerati”. Capisco che vadano anche “governati”. Ma cosa vuol dire oggi accoglienza, integrazione, inclusione… Anche qui il Vangelo può dirci qualcosa. Per il credente ogni immigrato in cerca di pane e futuro è un fratello, Cristo stesso. E se questo non vale per tutti, dietro ogni volto c’è innanzitutto un uomo, una donna, l’”umanità”.
Su queste cose i popoli saranno giudicati da Cristo “Re” della storia e dell’universo.
Anonimo

La liturgia di quest’ultima domenica dell’Anno Liturgico ci offre l’occasione per meditare sul messaggio escatologico centrato su un intervento di Dio che è di giudizio. Il giudizio è un elemento centrale della fede cristiana (“verrà a giudicare i vivi e i morti” diciamo nel Credo). L’annuncio del giudizio vuole suscitare la responsabilità di noi credenti nel mondo affinché la nostra prassi unifichi misericordia e giustizia. La sua portata è universale, riguarda ogni uomo e va intesa anche nel senso di giudizio di tutto l’uomo, ovvero, come lo sguardo di Dio che fa emergere il bene e il male che abitano nel cuore di ciascuno di noi.
Il racconto di Matteo, con l’elemento determinante della sorpresa dei giudicati, mette a nudo il cuore dell’uomo e conduce noi lettori del vangelo a interrogarci sulla qualità della nostra prassi. Il giudizio è misura di giustizia divina nei confronti di tutti coloro che nella storia sono stati oppressi e sfruttati dagli uomini, che nella vita sono stati soltanto vittime, senza soggettività, senza voce, senza diritti.
Qui si rileva in particolare l’omissione, il peccato del non fare. Ovvero, il peccato più diffuso e che più facilmente possiamo coprire con giustificazioni e scuse. Il “non amare” è il grande peccato: Dio ci giudica nel malato o nel carcerato che non visitiamo, nel bisognoso di cui non ci prendiamo cura, nell’altro che non amiamo. E se il giudizio di Dio è il suo sguardo che vede ciò che abita nel nostro sguardo, esso smaschera anzitutto ciò che non abbiamo voluto vedere: esso vede il nostro “vedere” e il nostro “non-vedere”.
Questo sguardo di Dio giudica anche il tipo di sguardo che abbiamo sul povero e sul bisognoso. Giudica il nostro giudicare l’altro per cui un carcerato è uno che ha ciò che si merita, lo straniero è uno che disturba la nostra tranquillità… Il giudizio di Dio giudica il nostro chiudere le viscere a chi è nel bisogno. L’universalità del giudizio emerge anche dal fatto che si fonda sulla valutazione di gesti umani, umanissimi, fatti (o non fatti) da credenti e da non credenti. I semplici gesti di aiuto, carità e vicinanza espressi in Matteo costituiscono una sorta di grammatica elementare dell’umana relazione con l’altro.
Come imparare a fare il bene agli altri? Dal proprio desiderio, risponde Gesù quando dice di fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi (Mt 7,12). E il desiderio che abbiamo è quello di essere amati, raggiunti dagli altri nel nostro bisogno. Così, «colui che fa del bene al suo prossimo, fa del bene a se stesso, e colui che sa amare se stesso, ama anche gli altri» (Sant’Antonio, abate, Lettera IV,7).
Anonimo

In quest’ultima domenica dell’anno Liturgico, a un mese dal Natale, festeggiamo il nostro Re.
E… da buon governante, ci fa un bilancio consuntivo e non solamente di un anno ma di una vita con lui, che non ha certo bisogno della nostra approvazione, perché la possibilità di fare quadrare i conti l’abbiamo avuta, e in abbondanza.
Nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata da un forte individualismo che mette il proprio io al centro di tutto producendo abbandono, solitudine, nuove povertà e disuguaglianze, è particolarmente difficile vivere la diversità fondata sulla gratuità e la fraternità. Di fronte a questa realtà problematica sta il messaggio della fede cristiana che ci chiede oggi più che mai di non rimanere passivi e inerti.
La nostra fede non deve basarsi su una religiosità di facciata.
Non basta andare a messa tutte (o quasi) le domeniche, di dire le preghiere, recitare qualche rosario e fare il segno di croce; da un parlare anziché agire, ma scendere nel concreto dei problemi e avere un riscontro nella vita, sempre a partire dagli ultimi, dai più sofferenti. La fede è una responsabilità, non una cauzione o un lasciapassare.
Ci chiede di mirare all’essenziale. Mirare Gesù, guardare Gesù nell’affamato, nel carcerato, nel malato, nel nudo, nello straniero, in quello che non ha lavoro e deve portare avanti una famiglia. Guardare Gesù in quello che è solo, triste, in quello che sbaglia e ha bisogno di consiglio, in quello che ha bisogno di fare strada con Lui in silenzio perché si senta in compagnia. Farsi carico delle storie delle persone. Queste sono le opere che Gesù chiede a noi! Guardare Gesù in loro. Perché così Gesù guarda me, guarda tutti noi.
E alla fine la colpa non è di Dio: non è lui che spacca la storia in due, non è lui che esclude dal suo regno, non è lui che caccia fuori da casa chi vi entra indegnamente. Certo, è lui che separerà le capre dalle pecore: ma che io sia capra o pecora, che io sia zizzania o grano buono, quello dipende solo da me. E dalle mie opere. Cioè, da quanto ho amato Dio e il mio prossimo. Da come e quanto ho reso visibile e presente la bellezza del Vangelo attraverso la mia vita.
Se ci professiamo credenti amiamo con i fatti costruendo una società in cui nessuno si senta straniero, affamato, diseredato, è l’unico modo perché la nostra vita risulti quantomeno in pareggio di bilancio e non buttata nel nulla.
Anonimo


15/11/20  Mt. 25,14-30

Succedeva ieri, succede oggi. Le parabole ci provocano partendo dalle cose della vita: un matrimonio, un campo dato in affitto, la semina, imprenditori e capacità imprenditoriali, come la parabola di oggi.
Uno dei più grandi ricchi uomini di oggi una quindicina di anni fa ha ristrutturato la sua azienda. Dopo avere accumulato un immenso patrimonio, ha nominato alcuni amministratori e si è preso un “anno sabbatico” in giro per il mondo. Ha soggiornato pure una decina di giorni in un prestigioso agriturismo del Roero per visitare questa nostra terra albese, “benedetta” dai migliori vini mondiali.
Cosa sarebbe successo se uno di questi amministratori (un tempo detti “servi”) non avesse aumentato il patrimonio? Se, dopo un anno, governando una parte della sua azienda, anche quella meno strategica, i bilanci fossero a crescita zero? Questo imprenditore, oggi tra i più ricchi del mondo, sarebbe stato molto contrariato, avrebbe rimosso immediatamente quel Ceo aziendale, incapace, senza fantasia, neppure in grado di recuperare l’inflazione monetaria dell’anno con semplici operazioni bancarie. Visto l’emergenza creatasi, forse, avrebbe affidato la gestione di quel settore a chi ha saputo governare e “moltiplicare” il “portafoglio aziendale” più importante. Nel mondo dell’economia e delle imprese non esiste, non può esistere un simile manager!
E’ un’attualizzazione della parabola ma è questo che il Signore ci chiede. Ci condanniamo da soli se non siamo in grado di fare fruttificare i doni che Il nostro Creatore e Padre ci ha affidato. Questa parabola, come quelle delle scorse domeniche, è un’autentica provocazione, ci mette seriamente in crisi. Siamo chiamati ad essere cristiani svegli, creativi. che sanno portare frutti di vita, di pace, di misericordia. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” diceva Gesù. Il pastore evangelico, martire del nazismo, D. Bonhoeffer, parlava al riguardo di una “Grazia a caro prezzo”. Abbiamo una responsabilità, anzi, una “corresponsabilità” nelle cose del Regno di Dio perché figli, eredi e coeredi di Cristo, come diceva San Paolo in una delle sue lettere.
Triste quel figlio che vede il papà come un “padrone esigente” e ne ha paura. Si è fatto un’immagine sbagliata, si è “ritirato” dalle sfide della vita. Felice quel figlio che partecipa della vita del papà, sa ereditarne la migliori qualità, moltiplicando “le buone opere”. Felici quelle famiglie che hanno donne con la “schiena ritta”, intelligenti, laboriose, come ci descrive il libro Proverbi (Pr 31,10-13.19-20.30-31) nella 1° lettura..
Perché il Regno di Dio non è fatto da chi dice solo “Signore! Signore!”, ma da chi fa la volontà di Dio, la strada che amorevolmente ci è stato chiesto di percorrere. Fino in fondo.
Anonimo

Il tempo che ci è dato da vivere è un tempo prezioso. Siamo chiamati a valorizzarlo, a cogliere le occasioni importanti che possono dare significato a ciò che viviamo oggi e che saremo domani.
Possiamo lasciare semplicemente che il tempo passi, “qualcuno farà…” oppure, possiamo decidere di sporcarci le mani, da subito.
Ma per farlo dobbiamo adoperarci a viverlo dandogli senso: capire per che cosa valga davvero la pena spendersi, quali valori, ideali, scelte possano resistere allo scorrimento dei nostri giorni, batterci affinché la disumanità del vivere non trovi la nostra indifferenza o complicità. L’essenziale consiste nel fare quello che possiamo con ciò che abbiamo e migliorare le cose a partire dal punto in cui siamo.
Cominciamo allora ad essere un po’ più onesti, iniziando dal poco, un po’ più autentici e un po’ più cristiani.
E… in questo tempo complesso e non facile è importante che lavoriamo e vigiliamo affinché il distanziamento che dobbiamo rispettare sia soltanto di tipo fisico, continuando a rimanere socialmente connessi e salvaguardare quanto più possibile il concetto di “essere comunità”…
Non abbiamo paura di lanciarsi e rischiare. La società, la politica, l’economia… possono migliorare se ognuno di noi fa la sua parte e lascia segni di cambiamento, di umanità, cura, amore, pace, fraternità!
È grande la tentazione di vivere evitando sempre i problemi e cercando il quieto vivere: non impegnarci in nulla che possa complicarci l’esistenza, difendere il nostro piccolo benessere. Non c’è modo migliore di vivere una vita sterile, insignificante, inutile e senza orizzonte.
Dobbiamo domandarci cosa stiamo seminando negli ambienti in cui viviamo, a chi infondiamo speranza, dove diamo sollievo alla sofferenza. Sarebbe un errore presentarci davanti a Dio con l’atteggiamento del terzo servo: «Ecco ciò che è tuo. Ecco il tuo vangelo, il progetto del tuo regno, il tuo messaggio di amore, di condivisione, di servizio, di inclusione sociale delle persone più fragili e vulnerabili, più povere economicamente e culturalmente.
L’abbiamo conservato fedelmente. Non è servito a trasformare la nostra vita, né a introdurre “la buona novella” nel mondo e a far nascere una società di cooperazione e partecipazione. Non abbiamo voluto correre rischi. Eccolo intatto».
Anonimo

Il servo che non ha fatto fruttare i talenti donatigli dal suo padrone ha provocato una grande delusione nel donatore. I talenti di questa parabola raffigurano i doni di Dio all’uomo : quanti doni ci elargisce ogni giorno il Signore!
Ma noi cosa ne facciamo? Forse non solo non li facciamo fruttare ma spesso non li sappiamo neanche conservare: uno su tutti la nostra Terra sempre più sfruttata, molte volte contesa, amata nelle parole ma poco nella vita quotidiana. Eppure solo questa abbiamo!.
In questo tempo di grande dolore, di infinita incertezza, di tante paure ognuno di noi dovrebbe riflettere sull’intimismo crescente, su quell’io dilagante che ci allontana dalle nostre responsabilità.
Possiamo provare a rimediare a tutto ciò e moltiplicare i nostri talenti mettendoli al servizio degli altri, impegnandoci a conservare il creato, pensando non solo all’io ma al noi. Semplicemente facendo la nostra piccola parte. Ogni piccola cosa fatta al più piccolo, al più umile, al più semplice, al più bisognoso dei nostri fratelli sarà fatta a Dio. Ogni giorno, in ogni luogo, partendo dalle nostre famiglie.
Anonimo

Mi fa tenerezza questo “terzo servo”, intrappolato nella rete delle sue paure ha perso la volontà di agire, di essere operoso e ha deciso che nella sua vita l’unico rischio da correre fosse “il non rischiare”.
Immagino la sua vita triste, perennemente indeciso, schiavo forse di un’educazione troppo rigida e di un catechismo ricco di vecchiume, non é riuscito a capire la bellezza di una vita che, nonostante la fatica, può essere vissuta da protagonista.
Una vita, che a volte, chiede anche il coraggio di disubbidire a certe regole e a certi schemi nei quali viene perennemente esaltato il Dio che punisce, il Dio che terrorizza, anziché rivelarlo in tutta l’infinita grandezza del suo Amore.
Ancora oggi nelle nostre chiese entrano fedeli guidati più dal dovere e dalla paura che dalla gioia e dallo stupore di aver incontrato qualcuno che attrae, che arricchisce, che dà senso alla complicata realtà che ci troviamo a vivere.
Chissà se si é sentito sminuito e inadeguato visto che ha ricevuto “un solo talento”, magari ha pensato ad un’ingiustizia… ma noi non siamo dei burattini tutti uguali dei quali Dio si diverte a tirare i fili. Anche quando la nostra testa ci convince di avere ricevuto poco, quel poco é tanto, é il nostro tutto! Ed é proprio da lì che deve cominciare il nostro lavoro, il nostro coltivare, il nostro prenderci cura…. C’è chi apprezza dandosi da fare e c’é chi disprezza dimostrandosi disinteressato e diffidente…
É scomodo un Dio esigente che quotidianamente ci chiede responsabilità, vigilanza, attenzione… fidarsi di Lui non vuol dire vivacchiare in pantofole ma essere disposti a sporcarsi le mani. Quante scuse pur di non comprometterci con Lui!
Lui però é sempre disposto a compromettersi con noi, il suo Amore é così grande da aspettarci, dandoci la possibilità di migliorarci anche quando nemmeno noi crediamo possa accadere. In quest’ultimo periodo la paura e la precarietà sono tornate alla ribalta, la mancanza di punti di riferimento fermi aumenta l’ansia, ci sentiamo impreparati ad affrontare questa particolare situazione, le lamentele e il malcontento ci incattiviscono.
Non possiamo però negare che la superficialità, la distrazione e il proprio tornaconto messi in atto, negli ultimi decenni, in quasi tutti i settori, ci stanno chiedendo ora un caro prezzo da pagare.
Con molta semplicità, anche se il comportamento di questo servo ci induce a giudicarlo, proviamo a non fare i suoi stessi errori, impegniamoci a ripartire ogni volta che le paure prevalgono sulla nostra operosità e ogni volta che gli scoraggiamenti, rendendoci tiepidi e mediocri, ci impediscono di prendere posizione di fronte alle ingiustizie e alle difficoltà del prossimo.
Anonimo


08/11/20  Mt. 25,1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Questo tempo interminabile di fermata forzata per causa del Coronavirus pare calzare con la lunga attesa dello Sposo da parte delle dieci vergini della parabola che sarà letta domenica prossima.
Difficile commentare questo Vangelo perché, rispetto ad altre parabole i contorni sono meno chiari. C’è un rimando al futuro, c’è un’attesa vigilante, attenta, critica, sapiente che diventa caratteristica e stile del cristiano.
Ma occorre essere innanzitutto umili, riflessivi, prudenti, come lo sono state le cinque vergini sagge.
Perché lo sappiamo come vanno i matrimoni… gli sposi ritardano parecchio, la festa e gli orari cambiano perché ci si attarda per le foto, gli sposi non arrivano mai e qualcuno pare anche esausto: ma senza gli sposi la festa non può cominciare!
E così arriva la sera, in casa della sposa le amiche si assopiscono nella penombra. Tutte. Perché tutti prima o poi siamo stanchi delle attese e perdiamo di vista l’obiettivo. Siamo messi alla prova, come questo tempo di Covid: incertezza e travaglio. E’ li che dobbiamo tenere duro, avere capacità di resilienza, usare la riserva di quella sapienza, di cui parla la 1° lettura, anche se conservata in piccolissime boccette che ci portiamo in tasca, quasi invisibile agli altri.
Perché prima o poi arriva il tempo in cui potremo seminare gioia, fare la nostra parte, costruire un pezzetto di Regno dei cieli e di paradiso a cominciare da qui ed ora: “Ecco lo sposo! Viva lo sposo!”. Non troviamoci impreparati e non lasciamoci accadere le cose addosso, come le 5 ragazze stolte che poi alla fine si sono “perse la festa”.
Usiamo questo tempo per scrutare a fondo i cambiamenti, progettare sogni belli di futuro, agire concretamente per cercare semi di speranza, perchè la nostra riserva di olio fonda su basi solide che è la stessa strada di Gesù: la resurrezione e la vita che condivideremo un giorno con lui presso il Padre (1Ts 4,13-1).
Anonimo

Non conosciamo i modi e i tempi, ma sappiamo che, prima o poi, la “mezzanotte” della vita arriva per tutti.
“Speriamo tardi ancora un po’” pensiamo in tanti quando le nostre giornate procedono discretamente bene…
“É arrivata troppo presto, perché Dio permette certe cose?” diciamo increduli quando ad esserne coinvolti sono i giovani…
“Se oggi fosse la mia ora sarei contento!” É il pensiero, é il grido disperato di tante persone schiacciate dal dolore ed incapaci di trovare ancora un valido motivo per vivere…
“Si sarà dimenticato di me?” chiede qualche anziano stanco e solo…
Questo appuntamento finale lo immaginiamo con paura, lo speriamo indolore… ma possiamo fare qualcosa per renderlo meno traumatico?
Il nostro “essere umani” ci porta ad attraversare dei giorni nei quali siamo buoni e altri che lo siamo decisamente meno, giorni nei quali siamo particolarmente attenti, organizzati nei minimi particolari, con la situazione sempre sotto controllo, e altri nei quali la stanchezza, le incomprensioni e le crisi impreviste ci impediscono anche di ragionare.
Sperimentare questo senso di fragilità, di debolezza, di paura ci permette di provare a rivalutare l’essenziale, mettendo da parte quel senso di superiorità che, venendo ad abitare nel nostro cuore, ci fa vedere solo la “stoltezza” degli altri e mai la nostra.
Abbandonare la superficialità e le banalità che riempiono di vuoto la nostra vita, assumerci ognuno le proprie responsabilità, imparando ad essere vigilanti a partire proprio dalle normali azioni che compiamo ogni giorno, potrebbe aiutarci a riscoprire nell’umiltà,nella fiducia e nella gratitudine, quei valori capaci di “risvegliarci” donandoci la possibilità di ravvederci, di cambiare percorso e di intraprendere la strada della “saggezza” che altro non é, che l’insieme di tutte le esperienze che ci permettono di crescere nonostante le prove, di rialzarci nonostante le cadute, di continuare ad amare nonostante la mancanza di autenticità.
Una via molto difficile da percorrere, ma non impossibile.
Ecco perché le vergini sagge non hanno prestato il loro olio alle vergini stolte, le ho sempre considerate egoiste e poco misericordiose, però mi rendo conto ora, che le “esperienze” non si possono prestare, le “scorte di olio” bisogna farle personalmente, nessuno può sostituirci!
Ed ecco che dalla saggezza può nascere anche il coraggio di compiere delle scelte e la consapevolezza di essere un pochino meno ciechi… spesso Cristo cammina al nostro fianco e noi non lo riconosciamo.
Che tristezza sarebbe se alla “mezzanotte” della mia vita mi sentissi dire: “In verità non ti conosco!”
Anonimo

Una parabola, questa, che sembra contraddire tutto il Vangelo, che invita a dividere ciò che abbiamo, mentre qui vengono lodate le ragazze che al “dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”, delle amiche, rispondono: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Sembrerebbe egoismo… Invece non lo è! Quest’olio è il simbolo di ciò che non può essere diviso: o ce lo procuriamo, oppure nessuno ce lo può dare, perché non è una cosa, ma una nostra scelta di vita.
Questo olio, che non deve mancare mai, e che nessuno ci può prestare, è accogliere la vita per quello che essa è nei pensieri di Dio, e viverla di conseguenza.
E… la scorta consiste in un lavoro su se stessi, sul proprio cuore, sul proprio tempo.
Famiglia, amore, amicizie, passioni, relazioni, lavoro, società, fede, rimangono in piedi se si ha il coraggio di giocarsele, in sapienza, nella cura delle piccole ma significative cose di ogni giornoper “dare senso, bellezza e pienezza allo stare al mondo”.
Solo se ci preoccupiamo di portare con noi l’olio in piccoli vasi riusciremo anche ad accettare l’andare incontro allo “sposo” come bella notizia, ad accogliere la provvisorietà come sapienza di vita…
… “Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta”…
Bellissimo!
Chi si alza di buon mattino, chi non dorme, chi non perde tempo, chi non si lascia bloccare dal pensiero della fine, chi va oltre…, chi trova addirittura la capacità di desiderarne l’incontro con il Signore, rimarrà sempre con la lampada accesa. E davanti alla porta dello “sposo”, dove comunque tutti si dovrà arrivare, non sentirà il drammatico e categorico: “Non ti conosco”.
Anonimo


01/11/20  Mt. 5,1-12

Gesù sale su un monte e consegna il suo programma, la dichiarazione d’amore di Dio rivolta all’intera umanità.
Le beatitudini sono una delle pagine del Vangelo che più mi attrae ma, nello stesso tempo, i suoi contenuti appaiono ad una distanza abissale dalla realtà, dal modo di comportarsi e di concepire la vita oggi.
Si rivolge in primo luogo a chi soffre: i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati, coloro che vengono insultati.
Mi domando,  come possono gioire i sofferenti? Sembrerebbe più una contraddizione! Agli occhi dell’uomo della strada, di chi vive immerso in questo nostro tempo, questa pagina di Vangelo non sembrerebbe una buona notizia, ma un’utopia, destinata a illudere gli ultimi di questo mondo!
Gesù porta sempre con sé un capovolgimento radicale dei valori della vita,  senza possibilità di fraintendimento: o ci sbagliamo noi, o si sbaglia lui!
Ancora una volta, è l’uomo che va controcorrente, che non si adegua alla mentalità mondana del successo, della gloria terrena, dell’egoismo, della vanità, della superbia, dell’avarizia…
Non elogia la rassegnazione di fronte ai drammi e alle sofferenze dell’umanità, ma annuncia l’impegno di Dio, il suo scendere in campo, per assicurare a tutti il diritto di essere felici.
Proviamo allora a lasciare entrare queste beatitudini  nel nostro quotidiano e a guardare la nostra vita secondo la sua logica. Guardiamo ai nostri momenti tristi  o felici; operiamo nel nascosto e senza ricevere la popolarità del “mi piace” dalla gente; accogliamo con misericordia chi ci ha umiliati; lavoriamo per costruire la pace e nuove relazioni; testimoniamo la mitezza dove c’è prevaricazione; non vivacchiamo ma viviamo!
Iniziamo ogni nuovo giorno affrontando i nostri impegni e i tanti virus dentro e fuori di noi… con costanza, tenacia, serietà, cercando di risolvere con fiducia e coerenza le difficoltà che incontriamo affinché diventino la cartina tornasole di questa aspirazione a una vita riuscita.
Forse scopriremo molti momenti felici, scopriremo che la vita vale molto di più di quello che crediamo, scopriremo di non essere soli, ma che Gesù è con noi, per noi, uno di noi.
Anonimo

Come l’omelia é il ponte che collega il Vangelo alla nostra quotidianità, così le beatitudini sono un arcobaleno di luce che collega la terra al cielo.
Leggerle o ascoltarle riempie il nostro cuore di speranza e di gioia perché tutti, per motivi diversi, ci identifichiamo nei poveri, nei sofferenti, nei miti, nei giusti, nei puri, nei misericordiosi, nei perseguitati, ai quali vengono rivolte.
Gesù prima di tutto con il suo modo di vivere ci dona l’esempio….  consapevole però delle sofferenze e delle pene che da sempre abitano il mondo, desidera non lasciarci soli, non ci ha mai promesso una vita senza problemi, una vita fatta di “solocosebelle”, ma ci ha indicato delle strade percorribili nonostante le difficoltà che incontriamo.
Beato non vuole dire felice, perché come si può definire felice chi é immerso in un grande dolore o chi tenta di risolvere un problema? Beato é colui che ritrova la dignità e la forza di stare in piedi nonostante “il tutto che non va”.
Oggi siamo tutti bisognosi di speranza per alleggerire il peso della distanza, regole da rispettare non di lavoratori da penalizzare, di informazioni chiare, sincere e comprensibili a tutti e non di esseri umani confusi e psicologicamente distrutti.
Quando si soffre é naturale chiudersi in se stessi, avere accanto qualcuno disposto ad abitare i nostri dubbi e le nostre domande può permetterci di lasciare aperta una piccola fessura del cuore, ed é da quella fessura che possono entrare quei piccoli gesti, all’apparenza inutili che aiutano ad andare avanti senza cedere alla disperazione.  “I Santi” sono uomini e donne che hanno vissuto la loro storia spesso non semplice ed indolore, lasciandosi guidare, alcuni anche inconsapevolmente, dallo sguardo di Dio.
Nessuno nasce santo e probabilmente a tanti di loro se glielo avessero predetto, non ci avrebbero creduto….  non sono nemmeno dei prescelti, con una vita da sempre elevata agli onori degli altari e con la certezza di apparire sui calendari e sui santini portafortuna…
Noi, dalle loro vicissitudini possiamo trovare stimoli ed incoraggiamenti per non arrenderci quando il nostro cammino di fede ci chiede  sacrificio costanza e disponibilità. Dei santi non é importante che emerga lo scintillio della loro aureola,  ma molto più semplicemente la luce del loro cuore. Un cuore abitato più da corone di spine che da diademi regali, che nonostante le povertà e i periodi bui vissuti, é riuscito a far emergere l’Amore di Dio costruendone insieme un capolavoro.
Anonimo