LA CASA SULLA ROCCIA

MEDITAZIONI SUL VANGELO DELLA DOMENICA


28/11/21 Lc 21,25-28,34-36.

Vivo in un mondo sempre più dominato dalla paura, schiacciata da avvenimenti che annebbiano la mente, infondono timore, ansia e scoraggiamento.
Vedere che il sole non scalda più come qualche anno fa, bensì molto di più, con tutto ciò che ne consegue.
Vedere che le acque dei fiumi si gonfiano a dismisura per piogge incontrollate che scendono tutte di botto.
Vedere popolazioni che si spostano dalle loro terre in fuga da angosce come la guerra o anche solo in cerca di una vita diversa da quella che vivono.
Mi scoraggia il degrado della vita politica. Le sempre più frequenti manifestazioni e proteste degli Italiani in piazza. Sempre più difficile credere nella vita pubblica, nella convivenza civile…
Mi fa paura pensare di poter guardare più in là del mio naso, non solo perché ottusa di fronte alle novità, ma anche perché il futuro, il domani, pare non sembra offrire garanzie, dare prospettive, stimolare a osare, a provare a dare di più.
Il rischio è quello di ripiegarmi su me stessa, di chiudermi e non essere più capace di rimanere al mio posto con fedeltà e coraggio.
Occorre allora “vegliare in ogni momento pregando” ed essere disposta a concedere fiducia e spazio a quella “Speranza” che chiede “casa” e si presenta come un piccolo, tenero “giusto germoglio”.
Nel suo sbocciare sa ridare forza di risollevarsi e si affida alla cura di chi rimane con i piedi piantati per terra. Non cancella la complessità della realtà, non realizza tutti i miei desideri ma tutte le sue promesse.
Impone però di rialzare il capo, di vigilare su me stessa per non lasciarmi appesantire il cuore da affanni e cose senza valore e finalmente aprire gli occhi su Colui la cui Verità non delude, che crede sia ancora possibile sognare e realizzare quei percorsi d’amore, fratellanza, giustizia, pace che il tempo presente sembra voler distruggere.
È tempo di Avvento. È tempo di ridirmi la passione di Dio, che si manifesta a Natale: Gesù che viene a condividere questa mia vita, con tutti i suoi problemi. Non viene come un mago ma come Uno che cammina con me, per aiutarmi a portare intorno a me quello che si può di vita.
Un tempo che può essere vissuto nel suo scorrere, oppure come occasione favorevole che presenta una novità: la novità della vita stessa.
La vita non sempre è cosa ovvia e scontata ma rimanda ad un futuro altro, a quella promessa che permette di risollevarsi perché la liberazione è vicina…
Anonimo


21/11/21 Gv 18,33-37.

Gesù Cristo re dell’universo: che tipo di “re”? Un re sulla croce che ha una strategia coerente con i suoi obiettivi e cerca e si serve sempre della verità! Una strada ardua, difficile, pericolosa… e lui lo sa bene! Ma mai si tira indietro!
È senza potere, senza delirio di onnipotenza. Non ha ambizioni politiche. Non rilascia interviste.
Regna su quel trono infamante che è la croce, nudo, senza ormai dignità alcuna, cinto di una corona di spine.
È talmente sconvolto, da avere necessità di un cartello che lo identifichi, che lo renda riconoscibile almeno a quelle persone che lo hanno amato.
Agli occhi del mondo è un perdente, uno sconfitto… Ha le mani legate e non mette nelle sue nessuno ma si è messo in quelle di tutti.
È innocente, non ha mai fatto male a nessuno, e non dichiara guerra ad alcuno.
Non toglie la vita, ma la dona a chi fa fuori la sua, insegnando che l’unico modo di vincere è perdonare.
Lava i piedi ai suoi compagni, entra in Gerusalemme a dorso d’un asino, simbolo del servizio disdegnando carri e cavalli, simboli del potere.
Non dà la morte per poter difendere la sua vita, ma accetta di morire perché l’altro possa continuare a vivere.
Non usa armi, non condanna a morte nessuno, ma libera dal male chi è già condannato dall’ideologia del bene.
Sceglie di lasciarsi inchiodare ad una croce per presentarci un Dio che prende su di sé la cattiveria, il male, la violenza e ci ricorda che i percorsi di umanità si realizzano solo con il coraggio di un amore disposto a pagare di persona senza farla pagare a nessuno.
Ci descrive la verità del Regno di Dio… come altro da ciò che vediamo e, purtroppo, viviamo!
La verità non trionfante, non applaudita, che non procura privilegi, non rende.
Perdente, derisa, umiliata, perseguitata, decisamente “in minoranza”.
Più importante della carriera, dei soldi, dei rapporti burocratici, del giudizio dei superiori, degli equilibri diplomatici, della popolarità, della propria faccia da salvare.
Scandalosamente e terribilmente povera, che puoi mettere a tacere con facilità.
Seguire e condividere la sua regalità ascoltando la sua voce e renderle testimonianza:
E’ decisamente “Via” impegnativa ed esigente.
È incamminarsi in percorsi difficili, controcorrente.
È gettarsi nella mischia mettendoci la faccia per testimoniare la vittoria dei perdenti.
È esservi fedele e lasciarsi mettere in croce pur di non scendere a compromessi con la falsità, il tornaconto, il male.
“Sei re?” – “Tu lo dici”.
Siamo liberi di credere o no, Gesù non si impone, mai. Il suo segreto regale è proprio il mistero della libertà.
Ci lascia liberi, smuove le nostre coscienze e chiede a noi di schierarci, di scegliere.
Essere suoi veri discepoli non è facile, ma è possibile e se decidiamo di seguirlo “armiamoci” di coraggio, audacia, slancio, volontà e partiamo… mah facciamolo, partiamo!
Anonimo


14/11/21 Mc 13,24-32.

Se ci guardiamo attorno ci accorgiamo che c’è un mondo che sta crollando. Ci sono una civiltà occidentale, un’immagine di chiesa, un equilibrio climatico che stanno andando alla deriva, ci sono delle certezze umane che vanno in frantumi.
Viviamo in una società del “tutto e subito” e non siamo più abituati a proiettare nel tempo le conseguenze delle proprie azioni, scelte, decisioni, scegliendo ciò che ora fa più comodo e porta maggior profitto con la conseguenza e la consapevolezza di diventare più egoisti, individualisti, indifferenti.
Occorre essere attenti a non lasciarci sopraffare dalla sfiducia, dalla confusione, dalla grande agitazione che circola tra noi, dalla reazione di massa del momento ma invece tornare a pensare…
“Il sole si oscurerà, … le stelle cadranno, … il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi”
Gesù non ci parla della fine del mondo, ma “del fine” del mondo, del senso della vita, del significato della storia, delle cose cui merita prestare fede.
Nella prima lettura il profeta Daniele ci parla di “saggi e giusti che saranno come stelle” che illuminano la vita. È lo stesso messaggio del Vangelo che ci dice: “Sappiate che Dio vi è sempre vicino”. Dio ci è accanto attraverso i piccoli gesti, le parole, gli sguardi delle tante persone che ci regalano un po’ di umanità.
“Dalla pianta del fico imparate … quando spuntano le foglie sapete che l’estate è vicina …” un invito a cogliere i segnali di speranza che ci sono attorno a noi.
È vero che c’è tanta indifferenza ma c’è anche tanta bontà, carità, generosità. Il male fa notizia e tutti ne parlano. Il bene invece cresce nel silenzio.
Solo se partiamo dalla “fine” per proiettarci il più possibile in avanti per intravedere ciò che ha valore e consistenza, solo se diamo forma ad un mondo dal volto umano, solo se costruiamo percorsi di collaborazione, pace, rispetto, umanità, bellezza, solo se viviamo le relazioni in maniera autentica, solo se viviamo in Gesù il presente nel quotidiano, solo se viviamo quelle parole che non passeranno… SOLO SE…!
Non dobbiamo e non possiamo fermarci davanti a nulla e nessuno, dobbiamo collaborare per essere portatori di fiducia e speranza di un giorno nuovo, di un mondo più umano, più giusto.
Crediamo in chi ci offre come unica via di salvezza la disponibilità ad amare come lui ha amato, nella certezza che SOLO nella dedizione incondizionata si può trovare vita in tutta la sua pienezza.
Anonimo


07/11/21 Mc 12, 38-44.

“Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare in ampie vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”.
È questo inquinamento della persona che tradisce la vita volendola rendere artificiosamente onesta, accecando con un falso splendore.
Puoi apparire e non esserlo. Puoi apparire buono ed essere un disonesto.
C’è una falsità mascherata da perbenismo che genera risentimento. È facile percepirla negli altri, più difficile riconoscerla in te stesso.
È il rischio di vivere di parvenze, di farti vedere ricco di monete e di vanagloria, metterti la coscienza a posto con qualche gesto di generosità plateale e indolore…
È una fede fatta di abitudine. Il bla bla bla della politica illusoria delle false promesse. La dignità fatta di vuoto e non più rispettata.
È l’ipocrisia del tuo comportamento di quando, alla fine, te ne freghi di tutti e sei senza scrupoli, capace solo di “divorare” persone, cose, sentimenti.
Come è brutto sentire certe frasi fatte da te cristiano per giustificare il tuo superfluo, quando c’è, anche davanti all’evidenza del bisogno. Come è brutto guardare al bisogno economico della comunità a cui fai riferimento, come ad un problema che non ti riguarda direttamente, un problema di “addetti ai lavori” che dovranno arrangiarsi loro a trovare i mezzi per sostenerne la vita e le opere, in qualcun altro che non sia tu.
Il problema non è prima di tutto cosa dare, quanto dare, ma la mancanza di passione e di interesse per un ambito che spesso ritieni non debba essere trattato quando si parla di fede.
“Nella sua miseria ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
La vedova, povera di monete, fragile, bisognosa di tutela e senza importanza agli occhi degli uomini, nel segno di quella offerta, ti racconta della ricchezza e autenticità della sua fede in Dio e del suo amore.
Il “tutto” di due monetine, donato con amore, diventa agli occhi di Gesù l’espressione di un cuore e di una vita totalmente riposta e affidata a Dio.
Non sono gli occhi degli altri o il loro giudizio a dare consistenza alle tue azioni, ma il come vivi la scelta di gettare la tua vita per ciò che risulta essere il tesoro inestimabile in grado di dare valore ad ogni cosa e capace di indicarti le strade perché la speranza prenda consistenza e visibilità per tutti.
Solo la carità; l’uscire da te stesso, dal tuo mondo, dai tuoi criteri piccoli e limitati; il restare fedele alla responsabilità di testimoniare l’umano che sei chiamato ad essere; il negare tutto ciò che è falsità; avere un coraggio che spesso ti sembra non avere o costarti troppo e il non arrenderti, esprimono la natura dell’uomo nuovo, che sa camminare verso la pienezza.
E… Gesù ne è l’esempio. Non è venuto per darti qualcosa della sua ricchezza, ma “spogliò se stesso”. Ti ha dato tutto sino alla morte e alla morte di Croce.
Anonimo


31/10/21 Mc 12, 28-34.

“Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo …”
Siamo alla deriva di tanti che smettono di fare domande, che pensano di avere già tutte le risposte, che non cercano più, per pigrizia, per paura di trovare riscontri scomodi e di essere messi in discussione. Non ci poniamo più il problema di capire, di sapere, di conoscere…
Fare domande implica la capacità di ascoltare. Prendere consapevolezza di essere davanti a un altro, dal quale aspettiamo una risposta. La domanda può nascere solo dentro una relazione.
“Ascolta Israele!”
Gesù prova a ricordare che al fondamento della vita c’è l’ascolto dell’altro, del mondo, della storia…
Il possibile antidoto all’individualismo, egocentrismo, autosufficienza…
Non ascoltiamo e non facciamo più domande proprio perché siamo rapiti dal nostro io, non vediamo altro che le nostre ragioni, le nostre esigenze, le nostre preoccupazioni che alla fine ci conducono lentamente alla solitudine, insensibilità, indifferenza.
Il grande comandamento che Gesù ci mette davanti è proprio il superamento della chiusura nel nostro io, la via maestra per generare dialogo, perdono e far crollare barriere, pregiudizi, distanze.
“Amerai il Signore tuo Dio”
Gesù invita ad andare ancora più in profondità per cercare il criterio dell’amore fuori di noi. Gesù ci invita a uscire dal nostro io per orientarci verso la fonte della nostra vita. Amare Dio vuol dire uscire dai miei deliri di onnipotenza. Vuol dire riconoscere che io non sono il primo, non sono l’origine di me stesso, non possiedo la mia vita. La vita diventa restituzione, risposta, responsabilità.
“Amerai il tuo prossimo come te stesso”
Il prossimo ovvero il vicino. Il problema inizia quando l’altro è vicino. Lo straniero è un problema quando diventa vicino. La fatica quotidiana è quella che viviamo con chi occupa il mio spazio, il mio posto auto, il mio ufficio, il mio cortile, il mio letto, il mio bagno…L’altro diventa un’impresa ardua da affrontare, quando mi mette in questione, quando fa vacillare le mie sicurezze, quando calpesta i miei diritti…
La proposta di Gesù è un gioco di ruolo: prova a metterti dalla parte dell’altro. Se tu fossi l’altro, come vorresti essere trattato?
Non possiamo amare Dio e il prossimo se non amiamo noi stessi e non ci impegniamo ad essere persone vere, sincere, giuste, generose nella vita di tutti i giorni.
Diamo ascolto e lasciamoci illuminare, contagiare da quell’amore, nel quotidiano e concreto intreccio di relazioni, eventi, sofferenze per ripetere il grande miracolo di un’umanità capace sempre di incontrarsi, accogliersi, sostenersi!
Avremo così la garanzia che non stiamo sbagliando e non siamo lontani dal “regno di Dio”.
Anonimo


24/10/21 Mc 10, 46-52.

È necessario gridare per farsi sentire: è il grido urlato di ogni sofferente: emarginati, poveri, migranti, affamati, malati, gente senza lavoro, senza stipendio, senza casa, di coloro che si trovano soli, mendicanti di attenzione, comprensione, affetto, parole, sogni, desideri, bloccati o costretti sul ciglio della strada della storia.
“Non agitarti, continua a mendicare”
La gente era abituata alla cecità di Bartimeo…
Ci si abitua all’altrui sofferenza. Siamo abituati a vedere la gente che muore di fame, al femminicidio, guerre, discriminazioni, al grido di migliaia di sfollati, dandolo quasi per scontato come oggetto di cronaca quotidiana.
Quando qualcuno vuole intraprendere nuovi sentieri di felicità, di responsabilità, di impegno, di rischio, di protagonismo è facile che si trovi attorno chi vuole solo tenerlo zitto, buono, omologato, invitandolo a continuare a dipendere e a vivere nella mediocrità.
A chi vuole continuare a vivere di collaudate tradizioni e di comode abitudini, fanno molta paura le persone che acquistano un nuovo sguardo, la voglia di determinazione, nuovi occhi sulla realtà, sulla chiesa, sulla società, che hanno il bisogno di camminare con le proprie gambe e vedere di nuovo con i propri occhi per che cosa ha senso vivere, spendersi, darsi da fare.
La voglia di uscire dal “ciglio della strada” per imprimere una svolta alla propria vita.
“Gesù ascolta quel grido e si ferma”
È lì pronto, capace di questo miracolo, a rivolgersi a te per rimetterti in piedi.
È interessato a te, ti propone e ti da la capacità di vedere la strada da seguire per tornare a vivere e per la quale gettare alle spalle il tuo “mantello”, segno di un passato ormai da riscattare.
Tornare ad accorgerti che esisti, vali e che finalmente potrai avere un futuro, una storia, una vita che tu stesso contribuirai a costruire e realizzare!
“Egli si mise a seguirlo per la via”.
Perché essere cristiani, “Testimoni e Profeti”, missionari e uomini autentici vuol dire accogliere la sfida della strada e non aver paura di dire: “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”.
Vivere non è sopravvivere, non è solo avere qualcosa da mangiare, dei soldi in tasca, un lavoro, una famiglia. Vivere è dare un senso ai propri giorni. Dare un senso, ovvero una direzione, ovvero un cammino.
Per questo, Bartimeo che si mette in strada a camminare è l’icona splendente di una liberazione totale e completa.
Anonimo


17/10/21 Mc 10, 35-45.

Nonostante le critiche che sempre facciamo ai potenti di turno che dominano sugli altri, ai nostri governanti che mirano al comando e ad affermare la loro superiorità, alla fine anche noi corriamo il rischio di cadere nella trappola di una logica che per essere dei “grandi” sia necessario rivestire posti di potere, possesso, successo e siamo disposti a fare di tutto pur di emergere, raggiungere posizioni di prestigio, sedere alla destra o alla sinistra di qualcuno che conta, suscitare invidia…
A scuola bisogna essere dei numeri uno; nello sport o al lavoro occorre primeggiare per non essere sostituiti; in rete conta chi è più cliccato.
E così facendo ci ritroviamo a vivere una vita continuamente sotto stress, alla costante caccia di stima, primi posti, riconoscimenti.
E da questo primeggiare sull’altro, nasce indignazione, rabbia e gelosia perché ognuno vorrebbe comandare e dettare leggi o fare ciò che gli pare. Quante parole “virali” d’insulto, disprezzo, discriminazione, razzismo, ignoranza, odio si stanno diffondendo con facilità…!
“Tra voi non sia così”. Le parole di Gesù sono parole opposte alla nostra mentalità.
Per Gesù vige la regola del dare più che del volere, dell’essere più che dell’apparire.
Gesù ci promette un “calice”, il suo calice.
Sapeva bene che il mondo aveva bisogno di uno che si caricasse sulle sue spalle tutto il dolore della storia per riempirlo di significato nuovo in riscatto per molti.
Aggiudicandosi quel primato che solo chi sceglie di amare fino alla fine sa conferire.
I percorsi della strada della vera grandezza che Gesù ci indica, danno la possibilità di intravedere ciò che è essenziale, buono non solo per noi o in funzione dei nostri egoismi, individualismi, chiusure.
Partono da un cuore disponibile a servire, a fare silenziosamente e onestamente il proprio dovere nella vita di ogni giorno, in casa, in parrocchia, negli ambienti di lavoro, sui social, negli studi televisivi, in piazza, a spendersi perché vi siano più umanità, giustizia, uguaglianza, gare di stima reciproca, di solidarietà e condivisione.
Sono la possibilità di tirar fuori l’autenticamente umano che ci abita per metterlo a disposizione di tutti, l’adoperarci per diventare servi e dare la vita affinché nessuno possa provare quel ruvido e nodoso legno della solitudine che alla lunga toglie il respiro.
Anonimo


10/10/21 Mc 10, 17-30.

“…Gesù diventa il maestro del desiderio, colui che insegna ad amare quelle assenze che ci fanno vivere…”
Il tale del Vangelo, uno dei tanti, il prototipo perfetto di ogni persona umana, va da Gesù per prendere qualcosa, il segreto della felicità, per ricevere un fardello pesante da portare pur di conquistare il “premio di produzione”.
E… Gesù, paradossalmente, gli chiede di vendere, di donare, e soprattutto di seguire lui.
Siamo davanti a due logiche opposte: quella del mondo che ci fa entrare nel vortice della conquista, nella brama del possesso, nella ricerca del successo senza farci arrivare mai a essere davvero contenti; e la logica di Gesù che ci indica la strada della perdita, del dono, insieme alla persecuzione. Non invita alla povertà ma alla condivisione, ciò che possediamo lo dobbiamo trasformare in relazione a favore dell’altro.
E infatti è davanti a questa proposta che questo tale si rende conto del vero motivo della sua infelicità. Non si muove perché è bloccato dalle tante cose e sicurezze che si è costruito. Pensa di possederle invece si accorge di essere posseduto.
È tutto “casa e chiesa”, ma senza che i binari sui quali la sua vita scorre tranquilla, si possano incontrare. Gesù fa incontrare strade parallele e ci dice che se non mettiamo in relazione la nostra vita concreta con le esigenze del Vangelo, ossia la vita dell’altro, non potremmo mai giungere alla pienezza di noi, non sapremmo mai chi siamo veramente, non diventeremmo mai qualcuno!
Una religiosità che non intacca la vita concreta, in quanto fatta solo di precetti, di osservanze, di preghiere, da una parte non ha nulla a che fare con Dio, dall’altra serve solo a vivere da frustrati.
È così che si altera la dinamica della vita: quando le cose non sono più un dono, ma diventano una proprietà.
C’è però una Sapienza che chiede di abitare in noi e guidarci a ciò che ancora sa generare speranza, apertura e fiducia. Deriva da quella Parola viva, efficace, penetrante e tagliente che è la vera risposta ai nostri crescenti timori e rigidità.
Se vogliamo essere perfetti, lasciamoci amare dal Signore! L’amore di un Dio che ci ama tanto da darci la sua vita, quella eterna.
Anonimo


03/10/21 Mc 10, 2-16.

Siamo un debito di riconoscenza verso tante persone che ci hanno preceduto, ci hanno dato un’identità, ci hanno permesso di essere qui e di poter vivere ciò che desideriamo e ci hanno offerto la possibilità di non essere soli.
Restituire l’amore ricevuto chiede la capacità di essere dono, dedizione, cura, per ogni legame che si va a costruire giorno dopo giorno, non è automatico “essere una carne sola” ma un “divenire” continuo, con la consapevolezza che solamente nella fedeltà concreta e faticosa è possibile sperimentare la verità di quella promessa che fin dall’inizio sa andare al di là della durezza del nostro cuore.
Oggi la durezza di cuore ha molte facce legate alla vita di famiglia, di coppia, e alle relazioni in generale. Quando impediamo all’altro di essere se stesso, neghiamo la sua libertà, non gli diamo fiducia. Quando manchiamo di rispetto, quando lo consideriamo un oggetto di nostra proprietà. Quando pensiamo di poter fare a meno dell’altro senza tenerne conto delle nostre scelte di vita quelle grandi come quelle quotidiane. Quando ci da fastidio chi vicino a noi è malato, anziano, diversamente abile, di altro orientamento o identità sessuale, forestiero…
Siamo persone circondate di amici, siamo molto social con mille attività ma non sempre capaci di donarsi e aprirsi veramente, non sempre capaci di essere fino in fondo ciò che siamo agli occhi di Dio.
Gesù dice che all’origine non era così, all’origine siamo stati creati per esistere solo in una relazione d’amore, solo amando, cioè donando noi stessi.
Tornare alle “origini”, forse ci potrebbe aiutare ad affrontare meglio i conflitti, che comunque ci saranno sempre, grandi o piccoli.
Imparare ad accettare i propri difetti, limiti, fragilità senza doversi immaginare diversi da generare sensi di colpa, frustrazioni è un costante prudente cammino di maturazione e una lenta ma graduale conquista.
La vita è una lotta che chiede di andare fino in fondo a ciò in cui si crede e che in modo convinto si è cominciato, consapevoli della possibilità di superare incomprensioni, discussioni, conflitti, individualismi, giudizi, pregiudizi, chiusure, attraverso quella forza che può riportare alla bellezza di ciò che stava all’inizio.
Alla freschezza delle origini dove l’altro non era un problema, ma un aiuto perché in tutto simile a noi.
Anonimo


26/09/21 Mc 9,38-43,45,47-48.

Per Gesù quando c’è di mezzo il bene questo va sempre accolto e valorizzato e l’altro va considerato come un collaboratore e mai come un concorrente.
Spesso continuiamo ad arrogarci dei diritti e a considerare gli altri solamente degli antagonisti, dimenticando che tante volte la diversità non è opposizione, ma espressione di ricchezza.
Quanto bene sprecato anche nelle nostre comunità quando si fa fatica ad accettarsi! Quanta difficoltà nel cogliere il bene nelle persone di altra religione, razza, morale, orientamento sessuale, credenza…!
Gesù ci invita a cercare ciò che porta a diffondere quello che si è e quello che si ha, piuttosto che a difendere i recinti dagli assalti di chi, ingiustamente, riteniamo nemici perché non dei “nostri”.
Quanto è importante anche per noi oggi saper vedere la presenza del bene, i gesti di umanità, amore, fraternità che ci sono nel mondo e attorno a noi per trovare il modo di svilupparlo!
Il vero bene non è un’esclusiva di nessuno! È la testimonianza di coloro che sono disposti ad accogliere quella forza libera, unica, capace di spezzare le barriere dei troppi egoismi, chiusure, pregiudizi, tornaconto. È la speranza che può ancora aprirsi spiragli.
Non è chiudendoci in quella “sfera di uguali” che daremo un volto nuovo alla società, ma nel prendersi cura di se stessi per diventare profeti che si mettono in moto affinché le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi non siano occasione di scandalo ma diventino strumenti per guardare, fare il primo passo verso l’altro e considerare i suoi bisogni. Dare un consiglio a chi è nel dubbio, una parola di conforto a chi soffre, ascolto a chi vuole essere ascoltato, una preghiera a chi è in difficoltà.
Mettere a fuoco quello che affligge il vivere personale e sociale. Non fermarsi solo ad osservare superficialmente ciò e chi ci passa accanto ma essere disponibili ad offrire almeno un bicchiere d’acqua ai tanti assetati e a servire i tanti piccoli sparsi nel mondo.
Anonimo


19/09/21 Mc 9,30-37.

Viviamo in una società che ritiene che la grandezza coincida con il potere, il possesso, il denaro, e a quelle persone ritenute più deboli o con un pensiero diverso si esprime con arroganza, prepotenza, insulti, disprezzo …
Un’idea di grandezza che ha a che fare con la forza, l’invidia, l’ignoranza, la superiorità…, che porta in mezzo a liti, violenze, guerre, morte.
Nella triste situazione dei nostri giorni, non è proprio così facile credere che la mole di problemi con cui si ha a che fare possa essere placata ritornando allo sguardo comprensivo di chi sa accogliere un bambino nel suo bisogno di attenzioni e cure…
Sembrano lontane, quasi utopistiche, le parole di vita di chi, volendo davvero essere primo, umilmente diventa ultimo e servitore di tutti.
Ma Gesù ancora una volta al desiderio e alla pretesa di tutti di comandare, propone il servire. Al protagonismo individuale, alla voglia di essere sempre i primi, contrappone il farsi “ultimo”. Alla società della competizione, contrappone la politica del servire.
In un mondo dove tutti predicano la non accoglienza parlando alla pancia delle persone, Gesù ancora una volta ci parla di accoglienza rivolgendosi al cuore degli uomini.
In un contesto quello nostro dove tutto si fa per accrescere la propria immagine, dove si fa di tutto per scalare i sondaggi, dove si attacca facilmente l’altro per avere consensi, dove per una manciata di mi piace su Fb si accendono vespai, Gesù ci dice: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
Il nostro mondo avrà un futuro buono quando capirà che la vera Sapienza viene dall’alto ed è pacifica, mite, pura, piena di comprensione, apertura, disponibilità, misericordia e di frutti buoni, imparziale e sincera. Una Sapienza che restituisce la capacità di essere semplici, umili e di operare per quella pace che porta semi di umanità e giustizia.
Anonimo


12/09/21 Mc 8,27-35.

Molte volte sono abitata dal Dio che mi sono costruita, mi porto dentro il mio idolo, che non è colui che Gesù mi ha rivelato.
Mi metto davanti a Lui, voglio indicargli io la via da seguire, ho io le soluzioni…
Con “la lingua” non perdo l’occasione di essere migliore per farla da maestra, sono sempre più che capace e pronta a spiegare agli altri quello che dovrebbero fare, ma nell’applicarlo a me stessa, sono spesso orientata a trovare giustificazioni, scappatoie, pretesti.
Come Pietro, mi costruisco l’idea di un Dio sempre vittorioso, che mi rende partecipe della sua gloria senza farmi passare attraverso il dolore e l’umiliazione. Spesso faccio fatica ad accettare un Dio che soffre e mi chiede di essergli accanto anche nella via del dolore, fermandomi sotto la croce.
Fin quando si tratta di qualche piccolo gesto di devozione religiosa, invocare la sua protezione di fronte alle difficoltà… tutto mi è semplice, ma quando è questione di scelte, gesti, azioni concreti e controcorrente diventa un problema e presentare il dorso ai flagellatori è ancora più difficile.
Il Maestro e Signore insegna invece che si diventa discepoli solo quando si è disposti a comprendere fino in fondo che cosa significhi trovare la salvezza nel perdere la propria vita per causa sua e del Vangelo.
Sostituire la croce al proprio io: rinnegare se stessi vuol dire mettere da parte le proprie ragioni, il proprio egoismo, le proprie rivendicazioni. I tanti drammi, tragedie, richieste di aiuto non devono solo sconvolgere, scandalizzare, commuovere ma chiedono qualcosa di più concreto e compromettente.
E questa è la fatica quotidiana del discepolo: spogliarsi della propria logica e avere il coraggio di prendere sulle spalle la propria croce fatta di fedeltà, coerenza e sofferenza.
La vita non mi appartiene: la vita è un dono che sono chiamata a restituire. L’unica cosa che posso fare è donarla, cioè perderla per chi mi rende capace di discernere ciò che è buono, degno e ricco di umanità e mi dà la possibilità di non adeguarmi alla logica di questo mondo ma di costruire ciò che è duraturo ed eterno.
Anonimo


05/09/21 Mc 7,31-37.

Il Vangelo di oggi è un invito all’apertura, al desiderio di incontro e di relazione. Un invito anti-individualistico, che si oppone alla tua moderna idolatria del bastarti a te stesso, dell’auto-referenzialità, dell’appiattimento che ti toglie orecchie e bocca e che ti emargina.
Spesso sei ripiegato e chiuso in te stesso, e nelle relazioni più ravvicinate crei isole inaccessibili, inospitali, realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… che poi è quasi impossibile ridurre.
Torna a guardarti, comunicare, immedesimarti in chi ti sta vicino. Incontra le persone e presta attenzione alla loro storia e al loro cammino.
Smettila di essere sordo alle troppe grida di aiuto che giungono alle tue orecchie e di essere muto di fronte al bisogno di parole di conforto, pace, sostegno.
Apriti per sciogliere la tua vita in dono e soprattutto per cambiare la tua fede da esteriorità, perbenismo, facciata, in coscienza, adesione del cuore, desiderio di fare del bene a tutti in quel pezzo di mondo che ti è stato affidato.
Fatti carico di tutto ciò che la noncuranza, l’indifferenza, la discriminazione, l’egoismo, “il non è più di mio interesse”, stanno distruggendo e apriti all’accoglienza, alla fraternità, alle necessità dei sofferenti e bisognosi di aiuto e schierati per la vita.
Abbi il coraggio di dire ai tanti poveri e smarriti di cuore: “Coraggio, non temete!”, ci sono anch’io ad assumere la responsabilità della vostra speranza.
Anonimo


29/08/21 Mc 7,1-8, 14-15, 21-23.

“Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica…”
Pensare è anche pericoloso perché comporta il dover fermarsi a riflettere su ciò che avviene attorno a noi e soprattutto dentro noi; fermarsi non solo per comprendere ciò che succede, ma per dire o dare una parola giusta e valutare con cura le responsabilità che ne seguono.
L’ipocrisia è sempre in agguato e spesso ci troviamo a fare i criticoni con ciò che degli altri possiamo osservare dall’esterno, senza invece prendere mai reale posizione e vigilare su ciò che esce dal di dentro di ognuno di noi, che contamina e rende impuri la nostra esistenza e il nostro mondo. “è dal cuore degli uomini, escono i propositi di male”
Dunque Gesù riporta tutti e ciascuno a compiere un vero lavoro della mente, del cuore e delle labbra. Si tratta di essere credibili iniziando anzitutto dal rispetto che ciascuno deve avere di sè stesso avendo come metro di misura la Parola di Gesù perché non è possibile “osservare la tradizione degli uomini, trascurando il comandamento di Dio”. Il vero discernimento sta non nella misura di noi stessi, ma nell’ascolto che abbiamo della Parola di Gesù: non possiamo ascoltarla e poi fare di testa nostra. Ed ecco che discernere, orientarsi, agire, significa imparare a scegliere il buono e il bello per sé e per gli altri alla luce di quella Parola. Una Parola da osservare e mettere in pratica, capace ogni volta di ricondurre i tanti abbandoni a quella verità che non passa mai di moda.
Una Parola di salvezza in grado di indicare percorsi e atteggiamenti capaci di far uscire da un perbenismo di facciata che, alla fine, è senza consistenza e profondità.
Qui sta la nostra responsabilità di ciò che siamo e di ciò che vogliamo essere verso ciò che è umanamente bene e giusto per tutti nella vita di tutti i giorni, nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo, nel tempo libero, in famiglia, in politica, sui social…
Vivere tra di noi senza falsità, senza cercare il proprio interesse, essere generosi, veri e impegnati verso l’altro; combattere le invidie, impurità, avidità, inganno, dissolutezza, calunnia, superbia, stoltezza e la ricerca del potere a discapito del prossimo…
Vivere una fede vera, profonda, che vada all’essenziale delle cose, che punti a ciò che conta, che guardi non alle apparenze, agli stili, ai modi di fare, ma al cuore.
E fare in modo che la “tradizione” non diventi una “con-traddizione” preoccupata più delle cose da osservare che dal motivo per cui osservarle, servendosi della fede per imporre comportamenti e azioni.
Possiamo rispettare tutte le regole religiose e tradizioni, possiamo avere grandi templi e luoghi di culto e possiamo fare anche lunghe preghiere e riti… Ma tutto questo non serve a nulla se nel nostro quotidiano non ci impegniamo a servire ciò che riempie la vita, il prendersi cura e farsi carico delle persone, dei beni, del creato.
Il rimprovero fatto da Gesù a scribi e farisei è un monito anche e soprattutto per me credente, quando sono un’attrice commediante che recita la parte con una maschera, incapace, anzi priva di volontà, nel vivere la fede che punta a ciò che è essenziale!
Anonimo


22/08/21 Gv 6,60-69.

Nella società in cui viviamo si ha un continuo bisogno di conferme e non si amano più le parole vere, quelle che fanno vivere, che mettono in discussione, che fanno crescere, che feriscono ma che guariscono…
Si apprezzano quelle compiacenti, che nutrono l’immagine, quelle che confermano, ma illudono…
E la comunicazione mediatica lo ha ben compreso. La politica è diventata l’arte di trovare le parole che la maggioranza vuol sentirsi dire. Non importa se siano vere o false, se si realizzeranno e se saranno presto dimenticate. L’importante è che sazino…
Ma talvolta la realtà è dura, delude e rimanda un’immagine meno piacevole del previsto. Magari si fa finta di non vederla fin quando è possibile, ma arriva il momento in cui ci si sbatte la testa.
Anche i discepoli di Gesù, ad un certo punto, sbattono il cuore contro la durezza della parola che hanno ascoltato.
E vogliono tornare indietro, preferiscono continuare ad accontentarsi di parole carnali, magari più superficiali, false, ingannevoli, ma sufficientemente saporite per fingere di stare bene.
Proprio come in una relazione d’amore all’inizio il cuore è caldo e sembra che tutto si possa superare.
Nel tempo, giorno dopo giorno, nella quotidianità ogni relazione fa emergere il rigore delle incomprensioni, la fatica di abbandonare qualcosa di sé, il peso delle esigenze dell’altro. E allora viene voglia di tornare indietro. Proprio come in un viaggio, quando si decide di tornare al punto di partenza perché la strada spaventa.
Tornare indietro, nella relazione con Gesù, vuol dire accontentarsi, adagiarsi, adeguarsi, svendersi… Significa cercare di essere ipocritamente corretti, ma senza arrivare mai ad amare. Senza neanche più provare l’orgoglio a contrastare l’inaridimento dilagante.
Ma è proprio quando la relazione con Lui come ogni altra, diventa dura, faticosa, impegnativa, è lì che avviene la scelta di diventare discepolo.
Di focalizzare lo sguardo su di noi, sulle nostre scelte e decisioni, su ciò che dovremmo fare, modificare, cambiare. Sulle nostre colpe, mancanze, indifferenze, tornaconto, responsabilità, incoerenze…
Pietro intuisce che le parole dello spirito sono solo quelle di Gesù, ma sono anche le parole che noi possiamo dire ad altri quando ci lasciamo abitare dal suo spirito.
E allora scegliamo di vedere, toccare, servire fedelmente le parole che ci ricordano quale sia la verità di una vita autenticamente umana per tutti, e la concretezza di una misericordia capace di portare un po’ di speranza e di amore soprattutto a chi pensa di essere vittima della propria solitudine.
Una preghiera, una parola di rispetto, di sensibilità e di vicinanza al popolo afghano abbandonato, schiacciato dall’ignoranza e dall’odio più malvagio e spietato. Una tragedia per le vite di troppi, per la loro libertà, per quel dialogo mai abbastanza raggiunto…
Anonimo


15/08/21 Lc 1,39-56.

Il cammino di Maria verso il cielo, è iniziato non tra le nuvole ma con i piedi sulle polverose strade della terra di Israele.
Un cammino impegnativo ma bello che ha come meta una città dove vi abita la cugina Elisabetta.
Maria percorre in fretta quella strada lunga e in salita, spinta dal desiderio di fare esperienza concreta di Dio. Una fede che spinge e rende tenace il suo cammino diventando modello di fede autentica.
È difficile percorrere le strade della vita, specialmente quando sono lunghe e in salita, quando mettono alla prova la nostra pazienza, le nostre relazioni, le nostre sicurezze.
Eppure è meglio muoversi e andare, piuttosto che rimanere fermi e chiusi nelle nostre certezze e convincimenti…Prestiamo attenzione al nostro modo di vivere e usiamo bene il tempo a nostra disposizione.
L’umanità che incrociamo è spesso carica di sofferenza, solitudine, abbandono, angoscia che chiede di essere vista e soccorsa nel suo dramma.
Scegliamo di lasciarci stupire e guidare dalla “grandezza” di quella sapienza che è motivazione forte, cambia il nostro sguardo sulle persone, sul mondo e sulla nostra vita e che ci darà la forza di andare avanti per realizzare la meta necessaria per la salvezza finale.
Maria, con accettazione, fiducia, amore, diventa modello di coraggio nell’uscire, camminare e riempire la vita di senso, impegno e bellezza.
E come Maria iniziamo il nostro “canto”, partendo da noi, mettendoci la faccia, la disponibilità a cambiare, lasciandoci toccare dalle persone e situazioni che incontriamo, rimboccandoci le maniche e rendendoci utili, affinché il contenuto del nostro canto non sia un copia-incolla, ma il vissuto in prima persona in autentica umanità e pienezza per rendere migliore il mondo che tutti abitiamo.
Anonimo


08/08/21 Gv 6,41-51.

La vita non è sempre leggera. È spesso un viaggio faticoso e pieno di responsabilità che toglie il respiro e la voglia di continuare ancora a camminare.
Capita di sperimentare la delusione, l’ostilita’ di persone e ambienti, il vuoto, il deserto, il fallimento, la fine di tutto. E ti prende lo sconforto, il senso di inutilità, frustrazione e tristezza, hai il cuore affranto e ti senti a pezzi e umiliata fino a dire: ”Ora basta!”.
Non ha senso però lasciarsi “morire” o desiderare soluzioni facili per porre rimedio alla fatica del vivere. E neanche non sembra rispecchiare la realtà, sognare stravolgimenti della quotidianità per poter dare a te stessa un’ulteriore possibilità.
Occorre, invece, mettersi in gioco costantemente senza sosta. L’ottica deve essere quella dell’investimento e della crescita personale quotidiana e continua.
Cercare la forza di rimettersi in piedi per fare il bene senza calcoli anche se nessuno te lo chiede e magari mai capirà, anche se non ti fa guadagnare nulla, anche se non ti fa piacere. Cambiare a livello di significati, senso, mentalità…, orizzonte di riferimento.
Hai bisogno di riprendere il tuo difficile cammino in quel “pane di vita” dono per tutti coloro che sono erranti e riconoscono di non poter bastare a sè stessi.
Hai bisogno di Qualcuno che ti ricordi che la tua esistenza vale per ciò che sostiene, testimonia, sa creare. Che ti indichi ciò che sta al fondamento del vivere e i principi guida per un futuro da costruire per il bene di tutti.
Sostenere la stanchezza delle tante delusioni, sconfitte, errori e provare a fare della nostra società una comunità. Lasciare spazio a quella forza capace di rimediare all’indifferenza, all’individualismo, alla chiusura, alla mancanza di dialogo, con la consapevolezza che la vera ricchezza è non impoverirsi in umanità, accoglienza, fraternità ma di restituire la dignità di un’esistenza capace di lottare per ciò che è eterno.
Un volto, una mano tesa, un sorriso benevolo sono lì a dirti che non sei mai stata abbandonata, Dio non tradisce e neppure abbandona. Mai!
“Elia guardò e vide una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua”. Solo un po’ di pane, solo un po’ d’acqua; il quasi niente. Eppure Dio interviene così… Il miracolo non è un Dio che ti risolve i problemi, il miracolo è un Dio che ti da la forza di risolverli.
E… allora iniziamo da me da te, diventiamo suoi imitatori. Facciamo nascere e crescere in noi l’audacia e il coraggio di diventare dono, pane che nutre, acqua che disseta, compagnia nei deserti della vita di chi ci cerca.
“Alzati, mangia, cammina”.
Qualunque cosa io, tu, noi possiamo generare o sognare di realizzare, incominciamola!
Anonimo


01/08/21 Gv 6,24-35.

L’essere umano è divorato dalla fame, dal desiderio. Ma solo se guarda il “alto”, altrove, solo se indirizza la fame verso una pienezza può placarla.
La fame del successo, di potere, di denaro, di approvazione, di gratificazione, di vanità, di orgoglio anche se soddisfatta, ti lascia un vuoto nello stomaco; sembra saziare, ma non colma e ti riduce ad essere incapace di affrontare le fatiche, le sfide, i deserti che la vita senza sosta ti propone.
Confondere sazietà con libertà ti rende schiavo, debole, dipendente di un appagamento che non ti apre al futuro e
non attenua quel desiderio di dare vita.
Gesù fugge davanti alla piccineria, scompare … La folla lo raggiunge, è stupita del suo atteggiamento. Gesù esprime un giudizio tanto tagliente quanto vero: voi non mi cercate per me o per le mie parole, ma perché avete avuto la “pancia” piena. Spesso cerchi Dio sperando che ti risolva i problemi, e senza mettere in gioco nulla di te stesso.
Istintivamente non lo cerchi perché ti indichi una strada per crescere, per capire, per amare, ma perché ti risolva i problemi. Senza faticare, se possibile.
Non cercare Dio per averne un tornaconto.
Non cercare di dissetarti all’acqua di cisterne screpolate.
Puoi sempre convertirti.
Gesù non sta rinchiuso nella sua delusione: offre una via d’uscita alla folla. E a te!
Si fa servo, sì, ma per prenderti per mano e portarti alla verità delle cose e di te stesso e ti spinge a cercare il pane vero, quello che sazia.
Esiste, quindi, un pane che sazia e uno che lascia la fame.
La folla è stranita, e chiede: dacci questo pane.
Non è una preghiera autentica, la loro, non converte il loro cuore, non sono ancora disposti a mettersi in gioco…
Davanti alla pressione dei problemi concreti e reali che anche tu devi affrontare nella tua quotidianità, sei disposto a metterti in gioco senza attendere che altri facciano al posto tuo?
La folla replica: cosa dobbiamo fare?
Fare, sempre fare. Fare o non fare, a questo hai ridotto la fede, a morale.
Gesù sa che prima del fare c’è l’essere e il credere.
Ecco cosa “fare”: “credere” in colui che il Padre ha inviato e cercare un cibo che davvero serva per vivere, che riconduca all’essenzialità di una parola che sappia continuamente aprire cammini dentro alla dilagante aridità e alla consapevolezza che viene donato soltanto da chi ha il desiderio di sfamare il tuo bisogno di umanità, di vita, di senso, di amore, di verità profonda e di offrirti eternità e felicità.
Anonimo


25/07/21 Gv 6,1-15.

Il Vangelo di questa domenica merita un’attenzione che va oltre il miracolo per saper cogliere un miracolo ancora più profondo, quello dell’impossibile che diventa possibile.
“C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci”.
Il contesto nel quale emerge la sua figura è quella di una situazione che mostra i segni evidenti dell’impossibile: “cos’è questo per tanta gente?”.
La folla è numerosa, i discepoli sono appena dodici e non hanno denaro sufficiente.
C’è una grande sproporzione tra i molteplici problemi che ci circondano e ciò che ciascuno può fare.
La paura di Andrea è anche la nostra di fronte al molto da affrontare rispetto al poco che abbiamo.
Sembrerebbe avere poco senso calcolare i risultati del proprio possibile agire, perché paiono insufficienti, inutili e insignificanti…
Ma se Andrea guarda il poco che hanno per giustificare il suo timore, quel ragazzo rappresenta la disponibilità a mettere in gioco quel poco senza calcoli o ragionamenti. Sono due prospettive diverse: il “poco” di Andrea è il “tutto” del ragazzo. Di fronte alla sproporzione del molto dal fare e del poco da dare, Andrea guarda quello che non ha, mentre il ragazzo guarda quello che ha.
La prospettiva del ragazzo è la stessa di Gesù. Infatti, alle considerazioni di Andrea, Gesù risponde: “Fateli sedere”, un invito ad agire, partendo da quel poco…
C’è un miracolo della disponibilità e dell’audacia che passa attraverso ciò che si ha nel cuore che non sempre può essere studiato e programmato. Sono i gesti di gratuità di chi si sa mettere a disposizione, donare, spartire, perché nessuno si senta abbandonato o escluso.
Non possiamo essere continuamente chiusi nel nostro piccolo mondo.
C’è un passo da compiere in prima persona. Rendiamoci capaci di donare e dividere quei pochi pani e pesci che abbiamo tra le mani. Non siamo capaci di fare miracoli ma abbiamo però la responsabilità di servire quella speranza che chiede il coraggio di non tirarsi indietro di fronte alle tante richieste di amore della realtà.
Gesù, oggi ci insegna che se vogliamo vincere la povertà, superare l’ingiustizia, l’individualismo, debellare le “mafie” e la “corruzione” di ogni settore…, non ci servono né uomini duri e neppure leggi feroci. Ci servono uomini e donne capaci di onestà, sincerità, umiltà, magnanimità, misericordia, compassione, generosità. Ci servono uomini e donne che sappiano essere umani che permettano a questo mondo di non soffocare e facciano trovare ancora canestri pieni di amore e speranza inesauribili.
Anonimo


18/07/21 Mc 6,30-34.

Rincorriamo la vita dietro il “fare” e non troviamo quasi mai il tempo di fermarci.
Quante volte ci capita di essere talmente presi dalle cose che, dialoghiamo e pensiamo poco, ci trascuriamo, pianifichiamo senza approfondire le cose, ma solo trovando soluzioni funzionali.
Se da una parte sentiamo il bisogno di prendere le distanze dallo stressante ritmo della quotidianità, dall’altra riusciamo raramente a trovare quel “ristoro” capace di calmare il male che ogni giorno preoccupa e schiaccia.
E’ proprio a noi, affamati, stanchi, stressati, che oggi Gesù rivolge l’invito: “venite in disparte e riposatevi un po’”. Ci chiede quel “disparte”, quel ritirarsi nella quotidianità che serve a ritrovare chi siamo veramente.
La preghiera quale dialogo con Dio, l’ascolto della Parola di cui si ha bisogno, la meditazione, il silenzio per alimentare nuove possibilità di espressione, tutto ciò che di fondamentale aiuta a non “morire”.
Non è sufficiente cambiare attività o impostazione delle giornate, si tratta di ritrovare ciò che sta alla radice del vivere, dei legami, delle relazioni, una sorta di esercizio di esistenza che fa ritornare “l’essere nel fare”. Abbiamo bisogno non tanto di tempo per fare qualcosa, quanto per essere Qualcuno.
Il vero riposo chiede il coraggio di ripartire dal profondo di se stessi per individuare la vera chiave di senso di tutta la realtà personale e collettiva: nelle attività quotidiane, nelle nostre case, negli ambienti di lavoro…
Gesù sbarca sulle rive del lago. Vede della gente che lo attende, aspettando un pastore che doni significato alla propria vita.
Gesù davanti a tale realtà si commuove.
Oggi quanta gente, quanti giovani sono come pecore senza pastore catapultati in un mondo fatto di illusione, facciata, egoismo, alla ricerca di un qualcosa che poi trovano in modo sbagliato!
Ritroviamo la sorgente, lo scopo per cui operare nella condivisione delle avversità altrui, nella solidarietà verso il prossimo, nel mettersi nel problema e nella situazione dell’altro.
La capacità della compassione è sempre stata, in ultimo, la vera possibilità per non svuotarci, impoverirci, disumanizzarci, abbruttirci… l’intervento per alleviare la sete di senso della vita presente in molte persone.
Anonimo


11/07/21 Mc 6,7-13.

Il Signore ci sta chiedendo di tornare a rimetterci in cammino, di tornare tutti a muoverci di più, anche fisicamente oltre che idealmente e moralmente. Ci sta chiedendo di essere sempre meno dei cristiani virtuali, e sempre di più cristiani credenti, credibili e virtuosi.
Annunciare il Vangelo da testimoni che abbracciano la fatica e, a volte, le ferite dell’altro e, scoprire che non ci aspettano gratificazioni, onorificenze e segni di potere ma poveri, soli, sofferenti da accogliere e curare, rassegnati da rimettere in cammino, vittime del sistema da difendere.
Non si diventa cristiani per mettersi l’anima in pace! Impossibile vivere in tranquillità quando ci aspettano persone calpestate nella loro dignità e private dei loro diritti e, cosa ancora più difficile: aiutare i più fortunati e i sistemanti, tra i quali magari ci siamo anche noi…, a compiere onestamente i propri doveri, come la responsabilità, la solidarietà, la fame e la sete di giustizia e di verità, in quell’ufficio, in quella redazione giornalistica, sui social, in famiglia, in politica…
“Gesù chiamò i Dodici…” Li mandò due a due”: la missione è uscire dagli schemi mentali, muoversi nel mondo. E questo Gesù chiede di farlo nello stile della comunità…
Le nostre comunità come si presentano oggi? C’è una forza che tende a portarci verso il centro per poi indirizzarci verso l’esterno oppure ci allontana e ci disperde.
Le nostre comunità nascono e vivono intorno alla persona di Gesù? Dobbiamo chiederci con umiltà quale comunità incontra oggi la gente che entra nelle nostre chiese. E se la gente chiede solo messe e sacramenti, dobbiamo accontentarci di dare semplicemente quello che la gente ormai si è abituata a chiedere…?
Oggi pare quasi scontato essere cinici, insensibili, incoerenti e sleali con sè stessi e con il proprio ruolo…
La continua attenzione agli aspetti economici e finanziari rischia di far passare in secondo piano la vera crisi di umanità che si è venuta a creare!
Non è facile uscire da questo sistema ma ognuno di noi può cercare di ricentrare la propria vita su una speranza capace di scacciare i nostri “demoni” che oggi hanno volti e nomi precisi: indifferenza, avidità, egoismo, arroganza, individualismo, disprezzo del povero e del fragile, irresponsabilità e irrisione del debole, del fragile, dell’indifeso, del senza tutela, del diverso e del forestiero.
La fatica più grossa che oggi ci viene chiesta non è nel denunciare i mali, tutto sommato non è difficile puntare il dito verso ciò che non va, ma nell’indicare e nell’intraprendere cammini di vera e propria conversione al bene. Non è poi tanto faticoso rivendicare i diritti negati, faticoso è lottare, impegnarsi nell’educarci al senso e al compimento dei propri doveri.
A vivere con amore e con passione il proprio lavoro, con serietà, competenza, professionalità e onestà.
E poi vivere la solidarietà, il senso di giustizia; vivere con passione la vita e le responsabilità civile, sentire la preziosità dei beni comuni come l’acqua, l’aria, la terra difendendola da rapine e inquinamenti. Sentire la “città” come casa di tutti, come il bene di tutti.
Assumiamoci la responsabilità di testimoniare con i fatti e coerenza la verità della speranza che nasce dallo scacciare i mali che ci svuotano e lasciamoci guidare nel trovare “l’olio” di salvezza capace di lenire le ferite e le infermità dei troppi ancora affranti e sofferenti.
Anonimo


04/07/21 Mc 6,1-6.

L’invito che riceviamo dalle letture di domenica è quello di essere non solo testimoni, ma anche profeti, sapendo che abbiamo dei limiti e che incontreremo delle difficoltà, che però, come ogni ostacolo, possono diventare un’opportunità.
Nella prima lettura la missione del profeta Ezechiele non è facile, poiché viene mandato a convertire un popolo testardo, che non accetta nessuna correzione e cammina per la sua strada, deviando da ogni principio morale e religioso. L’unica certezza è di non essere da solo.
Non si è mai vittoriosi e andare controcorrente ogni giorno è vita grama. Chi ti sente ha la percezione di qualcosa di nuovo, ma prendere la strada indicata è un’altra cosa: provoca allontanamento…
Nella seconda lettura alla richiesta di Paolo, d’essere sollevato dalle tribolazioni, Dio risponde: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
Quante volte abbiamo rinunciato a portare avanti le cose in cui crediamo, fondate sulla Parola, in famiglia, sul lavoro, nella comunità in cui viviamo, perché ci siamo trovati di fronte a difficoltà, a reazioni negative? Credere fino in fondo nella possibilità del dialogo non significa rinunciare alle proprie convinzioni, svendere i contenuti di ciò che si presta fede a seconda del contesto, delle persone del momento. È manifestare invece un atteggiamento di desiderio comune di puntare a quella verità che rende degno e umano lo stare al mondo.
La terza figura del profeta la troviamo nel Vangelo di Marco, e si tratta del profeta per eccellenza. Gesù è la buona notizia che si presenta ai suoi compaesani, ma essi hanno altre speranze e si aspettavano grandi cose, a cui lui non corrisponde e non vanno alla radice della fede. Questo anche forse perché conoscono le sue origini umili di falegname e di “figlio di Maria”…
Quante volte anche noi siamo stati tentati di valutare i profeti in base alle loro origini o posizione politica, religiosa, di casta, e non riconoscere quelli che, con il loro stile di vita, le loro parole, i loro suggerimenti ci indicano quello che Dio vuole da noi.
Nel mondo dei “like”, dove il darsi da fare si propone di piacere a tutti i costi, sembra stonata la voce dei sempre più rari profeti che hanno il coraggio di andare oltre i nostri conformismi, i criteri dominanti e tornano a proporre percorsi capaci di educare, costruire, orientare l’esistenza e l’opinione pubblica secondo strade di umanità, autenticità, verità.
Abbiamo bisogno di una società diversa, fatta di sobrietà, solidarietà, giustizia, rieducazione. Profezia è dare voce a questo bisogno, è far emergere dal profondo la possibilità di costruire un mondo più umano. Occorre quindi che al posto dei profeti non ci siano solo dei burocrati, impegnati a difendere il sistema, senza preoccuparsi della sua qualità morale e umana.
Il metterci la faccia, la capacità di non guardare solo il proprio ombelico, il coraggio di una testimonianza che sa prendere ogni giorno la croce dell’ impopolarità, della verità del Vangelo, di costruire un sovrappiù di umanità, dignità, amore autentico… fanno la differenza e rendono orgogliosi della propria fede e fanno rimanere fedeli a se stessi e a ciò in cui si crede!
Anonimo


27/06/21 Mc 5,21-43.

In questo brano del Vangelo assistiamo a due eventi che hanno una caratteristica in comune: la fede.
La fede di una donna che vede in Gesù una luce, un sollievo sicuro, la certezza della guarigione e si affida a lui con una speranza così grande e sincera che il miracolo avviene subito, anzi lo fa lei stessa, credendo!
E poi la fede di un uomo che non solo supplica Gesù senza demordere, continua ad ascoltarlo, mantiene salda la propria fiducia, lo segue e viene ricompensato.
Due esempi di fede forte, genuina, sincera, semplice, di persone che mettono la propria vita e la vita dei propri cari letteralmente “nelle sue mani”, senza scoraggiarsi e soprattutto senza ascoltare le voci fuorvianti di chi invita a desistere o a scegliere altre strade.
Questa è la fede che Gesù chiede ai suoi discepoli, quelli di ogni epoca: una fede capace di vivere un’autentica relazione con lui, una relazione fatta di fiducia incondizionata, di stupore e accoglienza della sua risposta, una fede capace di costruire un dialogo. Questa è la condizione che consente a Gesù di essere una presenza accanto a chi crede in lui, una presenza in grado di dare senso alla vita di ogni giorno. Non c’è posto per una fede fatta di sole credenze, per una fede in un dio dell’aldilà, distante e estraneo al nostro mondo.
Il crescente individualismo, l’egocentrismo, una certa vanità educativa, ci stanno illudendo che la soluzione alla complessità della realtà sia quella che ognuno di noi delinea nella sua mente e decide che sia quella giusta.
La chiusura e il rintanarsi nelle proprie posizioni non sono sicuramente lo strumento più giusto per affrontare le sfide che la quotidianità impone.
Solo se torneremo a lasciarci toccare dalle diverse forme di debolezza, fragilità , povertà… forse riusciremo a spogliarci di quella disumanità prepotente, ottusa, fastidiosa, che questo sistema ci propone.
Allora ci rendiamo conto che è segno di fede cercare il Signore per chiedere aiuto nelle difficoltà, ma è segno di ancora maggior fede affidarsi a Lui con fiducia, alla sua volontà, alle sue modalità, ai suoi tempi, nella certezza del suo amore infinito.
La reazione di Gesù è quella di non accontentarsi di fare un miracolo, di dare una grazia. Gesù vuole incontrarci personalmente. A lui non interessa la nostra “malattia”, a lui interessa me/noi, vuole incontrarci nelle nostre storie concrete, anche o forse soprattutto quando esse si mostrano nella loro contraddizione e mancanza di speranza.
Non c’è nessuna persona, qualunque sia la sua condizione civile, morale, sessuale, affettiva, che possa essere esclusa dal suo amore.
Anonimo


20/06/21 Mc 4,35-41.

Ciò che descrive Marco nel Vangelo di domenica, forse, non è altro che la nostra stessa esperienza. Il racconto della nostra bisognosa e fragile fede sfidata dalle molte tempeste che in modo spesso sconvolgente si abbattono su di noi, sulla nostra semplice normalità e la sconvolgono. Le nostre certezze, come quella povera barca evangelica, si riempiono d’acqua: disorientamento, disperazione, paura, terrore, sconforto, sfiducia. Tutto, ogni traguardo, ogni sicurezza è improvvisamente in balìa di onde e vento.
Le onde e il vento che si abbattono sulla nostra vita hanno molti nomi: sofferenze, dolori, tragedie. Per qualcuno potrà essere malattia, per altri separazione, per altri ancora morte. Per alcuni perdita del posto di lavoro, per molti scelte sbagliate…
Ma producono sempre lo stesso effetto: ci fanno passare dalla fede e fiducia alla paura e chiusura.
La paura è un sintomo della debolezza della fede. Infatti Gesù, dopo aver calmato il mare in tempesta chiede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” La fede non è una forza magica che ci risolve i problemi o che ci rende impavidi di fronte alle circostanze difficili della vita. La fede è la consapevolezza che la nostra vita è custodita da Dio, è preziosa per lui anche quando deve passare attraverso situazioni difficili e fare i conti con la fragilità. Lui è lì accanto a noi e il controllo della nostra vita non gli è certo sfuggito di mano.
La cosa giusta chiede il coraggio di fidarsi e non allontanarci da Lui. Pur dubitando! In quel grido degli apostoli: «Maestro, non ti importa che siamo perduti?» si era raccolta tutta la disperazione umana che in quel momento attraversava i loro cuori.
Nessuno vuole condannare quel senso di insicurezza che assale tutti e sempre di fronte alle difficoltà della vita, che possono sorgere all’improvviso in chiunque e in ogni circostanza! È la confessione della nostra debolezza umana che taglia alle radici la pianta dell’orgoglio che tante volte coltiviamo come fossimo degli dei.
La tempesta più brutta non sempre arriva da fuori, molto spesso è dentro di noi. Il nostro “IO” è come un onda continua che si infrange sugli scogli e che pian piano fa cambiare fisionomia alla roccia. Ma mentre la roccia, prima appuntita, diventa meno spigolosa, il nostro io, la nostra superbia, il nostro egoismo, la nostra poca fede, ci cambiano in peggio e le nostre spigolature aumentano…
Costruire una società, una storia, però dovrebbe essere il risultato di un’opera collettiva, dove ognuno si sente chiamato al servizio del bene, cura, fraternità, prossimità, per tutti.
Di fronte alle troppe cose “vecchie” : razzismo, guerre, discriminazione…, ce ne sono di “nuove”: accoglienza, dignità, giustizia, che chiedono solamente il coraggio di fidarsi di chi le propone…
Facciamoci ambasciatori di umanità capaci di diventare luce nella notte, di prendere il largo e passare all’altra riva perché nessuno viva più di paura, solitudine, umiliazione.
Le tempeste che la traversata quotidiana chiede di affrontare, dovrebbero essere anche la conseguenza della testimonianza che, come singoli e comunità, decidiamo di offrire…
Anonimo