LA CASA SULLA ROCCIA

MEDITAZIONI SUL VANGELO DELLA DOMENICA


28/02/21 Mc 9,2-10. 2^ di Quaresima.

A volte si ha come l’impressione di essere paralizzati dalle grandi crisi contemporanee; di essere chiamati, più che a gustare la vita, ad una continua battaglia per difendere quel diritto alla felicità e al compimento di sè e ci pare che gli accadimenti, gli altri, perfino Dio, sembrino voler osteggiare…
Quando si è nella nebbia, malattia, lutto, contrattempi sul lavoro, noia, rabbia, sospetto, dubbio, fatica… la vita diventa un muro invalicabile, perde lucentezza. Perdiamo speranza, sogni, attese, ci sentiamo svuotati…
Non abbiamo più la voglia di camminare… la sentiamo troppo stretta e in ultimo ci toglie il respiro.
È il momento di andare più “in alto” e guardare le cose da un altro punto di vista… Riuscire a cogliere la consapevolezza di non essere figli di una storia di male e di inganno, ma di un’intenzione buona che sta all’origine di ogni cosa. Significa intravedere la certezza di una luce nello squarcio di cielo sopra le nubi, capace sempre di trapassare ogni oscurità e buio fitto che mai, alla fine, possono reggere il confronto con l’intensità di ciò che parla di forza, fedeltà, cura ed eternità.
Nel coraggio di non arrendersi, la trasfigurazione è in grado di ridarci l’energia, la giusta prospettiva ma soprattutto ci permette di vedere dentro, non oltre…, la verità.
Dentro a Gesù che muore, c’è la bellezza incredibile di Dio che si spende senza misura per noi e rende vivibile qualsiasi momento, anche il più critico.
“Il monte Tabor” è un momento molto bello, straordinario ma, l’incontro con Dio ci spinge nuovamente a scendere, ritornare a valle e portare questa luce che abbiamo visto e sperimentato nella vita del mondo. Perchè la nostra missione è trasfigurare il mondo, è sotto il monte, dove incontriamo “l’altro” appesantito da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale…
È li’ che ci attende la vita di ogni giorno con le sue gioie e i suoi affanni, con le sue croci e con i vari calvari da salire.
È lì che, trasfigurati, dobbiamo ritrovare chi è al centro della nostra vita, farci “notare” cristiani fedeli a “qualcuno” e testimoni del Vangelo.
Anonimo

Capita a tutti, prima o poi, di vivere nel buio… sofferenze, abitudine, noia, affanni, sbiadiscono le nostre giornate e tutto diventa tristemente grigio, la vita stessa diventa pesantezza, fatica, sforzo… quanto sarebbe vitale in questi casi uno squarcio di luce, quel salire un pochino più in alto per accorgersi che sopra quelle nuvole scure c’è un cielo sereno.
La trasfigurazione di Gesù é per Pietro Giacomo e Giovanni un bagno di luce pazzesco.
Ma perché proprio in Quaresima?
Sei giorni prima Gesù aveva rivelato loro la sua sorte, la sua imminente morte. Dopo una notizia così brutta il loro mondo crolla, la loro vita perde valore, pensare al futuro senza Gesù é un dolore immenso, l’incapacità di capire e di accettare la realtà crea soltanto oscurità.
Gesù intuisce il loro stato d’animo e tenta di salvare quelle anime amiche:
hanno bisogno di un bagliore di luce, di uno squarcio di cielo altrimenti il dolore che proveranno sul Calvario dopo la sua morte li schiaccerà.
Li porta con Lui sul monte Tabor dove fanno l’incomprensibile esperienza di vedere il volto di Gesù talmente luminoso, talmente bello e totalmente divino, da fargli desiderare la strada del non ritorno: “Rabbi é bello per noi essere qui, facciamo tre capanne….,” propone Pietro. Ecco la bellezza della trasfigurazione: é un’iniezione di luce che permetterà loro di comprendere che c’è un Dio che sempre si spende per noi e che li aiuterà ad affrontare i momenti di buio che arriveranno.
Questo richiede tanto allenamento perché davanti al dolore é umano scappare e dimenticare.
Una grande lezione anche per noi!
Tutti abbiamo bisogno di vedere qualcosa di bello, tutti dobbiamo sforzarci di ricordare i momenti “di luce” vissuti, solo da loro possiamo attingere quella forza necessaria per fare ancora un passo avanti nelle giornate storte del nostro cammino.
Essere figlio ed essere amato…
sentirci figli e saperci amati…
dunque non siamo soli, abbiamo un Padre che ci ha donato suo Figlio… Gesù é morto in croce anche per ognuno di noi e la sua morte non é l’ultima parola, la luce vera che ci ha donato é la sua risurrezione. Quando sembra che tutto crolla, che nulla ha ancora senso, che la speranza cede il passo alla delusione, proviamo con coraggio a cambiare sguardo, lasciamoci infiammare il cuore da Colui che, se ascoltato con fiducia può smorzare la rassegnazione, la disperazione, il pessimismo e l’apatia donandoci bagliori di luce indelebili che ci permettono di tornare alla normale quotidianità forti dell’esperienza vissuta. Ecco la vera e bella missione dei cristiani: essere testimoni di un’esperienza di vita luminosa.
Anonimo

Tra il deserto (le tentazioni, I domenica di Quaresima) e Gerusalemme (la Pasqua) c’è un altro luogo che ci viene donato come tappa, in cui, allo stesso tempo, viviamo un momento di riposo e ritroviamo la forza di riprendere il cammino. Questo luogo è un monte: un luogo appartato ed elevato, dal quale si ha la grazia di raggiungere, con un unico sguardo, quella meta a cui si arriva solo con fatica, passo dopo passo, alla fine del viaggio. È il monte della trasfigurazione in cui ci viene anticipata la gioia della luce pasquale, in cui possiamo fissare lo sguardo sullo splendore del Padre che si riflette nel volto Figlio amato ed aprirci all’ascolto della sua Parola.
L’evangelista Marco colloca l’episodio della trasfigurazione quasi al centro della sua narrazione, all’interno di quel cammino verso Gerusalemme che Gesù compie con i suoi discepoli. È un cammino in cui il discepolo stesso è plasmato dal Maestro ma lungo il quale si rivela anche tutta la fatica della sequela, le resistenze e le paure del discepolo di fronte al destino di Gesù. E le resistenze dei discepoli di allora sono anche le nostre resistenze. La trasfigurazione diventa allora come un dono, come uno sguardo di speranza su questo faticoso cammino.
Alcuni elementi in particolare mi colpiscono nella narrazione di Marco.
Anzitutto questo racconto deve piuttosto essere “contemplato”, visto, per essere veramente “ascoltato”. Marco stesso se ne rende conto: la parola umana non può narrare la gloria di Dio. Solo il linguaggio della parola stessa di Dio, la sua forza evocativa capace di lasciarci affacciare nel mondo di Dio, può farci intuire qualcosa della gloria, che si riflette sul volto di Gesù.
Pietro, Giacomo e Giovanni (i discepoli che ricompaiono anche nel racconto del Getsemani), sono condotti da Gesù su questo alto monte, in disparte. È lui che li prende con sé, che fa loro il dono di fermarsi in disparte, nella solitudine del monte. Non dobbiamo mai dimenticare questo: salire sul monte e stare con Gesù non è qualcosa che può decidere il discepolo, programmarlo fissando al Signore un appuntamento in base ai propri desideri; il discepolo può solamente accogliere quell’invito che gli viene rivolto, nello stupore e nella gioia, e lasciarci condurre per mano.
Ciò che avviene sul monte è una esperienza sconvolgente. Su questo monte tutto diventa luce, tutto diventa sguardo. Al centro c’è un volto, il volto di Gesù: e questo volto rivela tutta la sua bellezza. Marco tenta di descrivere questa luce: non è luce naturale, ma splendore. È il colore delle realtà celesti ed escatologiche, è la gloria di Dio, il suo mistero che si rivela subito dopo in quella nube.
Ma ciò che sorprende nel racconto della trasfigurazione è un altro elemento che entra all’improvviso e orienta la dinamica della scena: l’elemento della Parola e l’atteggiamento conseguente dell’ascolto. Gesù, nella sua trasfigurazione, non è solo. C’è un dialogo tra Gesù, Mosè ed Elia: queste due figure, simbolo della Legge e dei Profeti, ci ricordano le manifestazioni del Sinai in cui Dio si è rivelato attraverso il dono della sua Parola. E questi due grandi profeti conversavano con Gesù: in Gesù giungono a compimento le attese, l’alleanza, la Legge. Gesù è la Parola piena e definitiva di Dio. Dunque, dal Volto il discepolo è invitato a passare alla Parola. E questo passaggio si compie attraverso l’invito stesso del Padre che orienta il discepolo all’ascolto: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (9,7).
Per il discepolo (e per noi) il passaggio dal Volto alla Parola non è senza resistenze. La contemplazione appagante di Gesù fa dire a Pietro: “Rabbì, è bello per noi essere qui: facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè, una per Elia” (9,5). È in fondo la tentazione di localizzare il mistero, prolungare l’istante benedetto e fissare per sempre la storia. Ma è anche la pretesa di costruire una dimora per Dio, una dimora in cui poter abitare assieme a questo Gesù e vedere ormai tutto alla sua luce, senza più la fatica di proseguire un cammino così incerto e duro.
Al discepolo (e a noi) è richiesto di riprendere il cammino con questa Parola da seguire e da ascoltare. Il discepolo non è solo lungo la via che conduce a Gerusalemme. Marco nota alla fine dell’episodio: “guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro” (9,8). Con il discepolo c’è ancora Gesù; lui lo ha condotto sul monte e lui lo fa discendere continuando a camminare assieme, per guidarlo a quella meta che è anche la sua. Il discepolo non ha nulla da temere in questo cammino. Può far sue le parole di Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).
Davvero, alla luce del volto di Gesù e nell’ascolto della sua parola, anche il nostro volto e quello dei nostri fratelli diventano belli; anche la nostra vita, gli eventi che la compongono, anche quelli più difficili da accogliere, le nostre contraddizioni e le nostre fatiche, le cose che amiamo, i desideri più nascosti, tutto può diventare luminoso e trasfigurato: le ombre non scompaiono, ci sono, ma non spaventano più perché lo sguardo riesce a raggiungere la meta. Davvero quel volto di luce ha la forza di illuminare ogni realtà.
Anonimo


21/02/21 Mc 1,12-15. 1^ di Quaresima.

Con il passare del tempo e nella perdurante complessità pandemica, la vita perde la sua spontaneità, la quotidianità rischia di aprire sempre più un arido deserto dove è forte la tentazione di mollare, lasciar perdere, adeguarsi… fregarsene di tutti e tirarsi fuori dalla mischia perché tanto non cambierà mai niente. Compromettersi con il male, l’ingiustizia, l’indifferenza…
E la consapevolezza che le cose non vanno da sè e che sono necessarie continue conversioni di rotta, può portare alla rassegnazione e al disimpegno.
Scegliere di rimanere fedeli a quanto scoperto e desiderato come senso e bellezza della propria esistenza, è l’opera avvincente per raggiungere quella meta ineguagliabile che solo i “lottatori”, coscienti del valore della posta in gioco, possono alla fine assaporare.
Lottatori che riscoprano il gusto delle cose, che hanno il coraggio di rivederne la sacralità e la presenza …
Che credono esista una parola di verità capace di generare percorsi di umanità, prossimità, misericordia e speranza.
La Quaresima è una bella occasione per rinnovare questo grido: “Voglio lottare contro il male!” il mio, quello degli altri, quello del mondo.
La Quaresima non è una “cosetta dell’anima”. È una splendida opportunità per essere uomini e donne “in piedi”.
La Quaresima è un viaggio di ritorno all’essenziale che si concretizza con tre tappe da percorrere senza ipocrisia, senza finzioni: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. Riferimenti tradizionali di questo cammino che ci riportano però alle tre sole realtà che non svaniscono. La preghiera ci unisce a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi.
Che, quindi, il bene sia ancora possibile e cominci dal cambiare noi e il nostro modo di pensare.
Con l’impegno e non solo il proposito … spogliamoci del nostro egoismo, del nostro vecchiume e rinnoviamoci secondo la grazia del nostro Battesimo.
Sbilanciamoci spostando il baricentro da noi stessi agli altri, non camminiamo ricurvi ma con lo sguardo rivolto a quell’arco di cielo che sprigiona l’energia degli inizi e ci aiuta a diventare autenticamente più umani.
Contro tutte le difficoltà e tentazioni che vorrebbero separarci dall’amore di Dio, non scoraggiamoci, non perdiamoci mai d’animo, ma ricordiamoci che siamo sempre tra le sue braccia, da cui niente e nessuno mai ci strapperà. Quale grande fiducia e speranza incrollabile ha “il potere di un abbraccio” per ognuno di noi!
Anonimo

La prima domenica di Quaresima è, da sempre, caratterizzata dalla lettura del racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. In questo racconto Gesù si rivela come colui che, tentato nella sua carne di uomo, si affida totalmente alla parola del Padre e vince ogni idolatria, ristabilendo quell’armonia impressa da Dio nella sua creazione. La vittoria di Cristo sul male che tenta di distruggere ogni legame tra Dio e la sua creazione è radicale: raggiunge il luogo in cui questo male dimora, strappando da esso ogni creatura. La fedeltà di Dio all’uomo è così annunciata sino agli inferi (cfr. IPt 3,19-29). È il mistero pasquale del Cristo morto e risorto che la liturgia ci fa intravedere fin dall’inizio del cammino quaresimale; ma è il mistero a cui ogni credente partecipa mediante il battesimo, diventando segno di questa alleanza nuova ed eterna in Cristo.
L’icona cristologica che il racconto evangelico ci presenta è come uno squarcio sul cammino di sequela che il discepolo di Gesù è chiamato a rinnovare nel tempo quaresimale. Collocare all’inizio di questo cammino il racconto delle tentazione, diventa allora un richiamo all’essenzialità e alla verità della propria scelta. Si è posti di fronte alla serietà dell’impegno battesimale, mediante la consapevolezza di ciò che quotidianamente comporta il vivere da figli in sintonia con la volontà del Padre; si è condotti dallo Spirito nel deserto per prendere coscienza di questa presenza misteriosa che guida i nostri passi ed educa la nostra libertà nelle scelte secondo Dio; si è invitati ad accogliere con umiltà la nostra debolezza, sapendo che essa è stata accolta e trasfigurata da Cristo stesso; si è messi in guardia da ogni forma di idolatria che intacca il servizio all’unico Signore e che rende la nostra vita divisa interiormente; si è educati a camminare pazientemente verso la Pasqua, accogliendo nel volto di Cristo tentato e nel volto di Cristo trasfigurato l’unica e inaudita bellezza del Dio che si dona all’uomo per strapparlo alla morte e comunicargli la vita.
Pur nella loro scarna essenzialità descrittiva, i personaggi presentati da Marco ci rivelano ciò che avviene nell’esperienza della tentazione. Gesù è delineato come l’icona dell’uomo spirituale, che sa discernere secondo lo Spirito. E questo non perché è collocato in uno spazio estraneo alla drammatica situazione umana, quasi sottratto alla fatica di ogni scelta o esente dalla prova, ma perché ci insegna a scegliere secondo Dio, donandoci i criteri per un reale discernimento spirituale. Gesù accetta la sfida della tentazione e attraverso di essa scopre in profondità la sua identità di Figlio di Dio, quel nome udito nella teofania del battesimo. Accanto a Gesù vi è la misteriosa presenza dello Spirito. È lui a condurre Gesù nel cuore stesso della lotta, nella solitudine del deserto, il luogo dell’esperienza della fragilità umana; qui, e non altrove, matura il discernimento e lo Spirito sta a fianco di Gesù in questo cammino, quasi a guidarlo per mano, facendosi presente nella forza della Parola donata come arma per combattere la suggestione diabolica. E infine, di fronte a Gesù, vi è il tentatore, che Marco chiama Satana. Esso appare come la proposta alternativa alla parola di Dio, la contro-proposta subdola, affascinante, falsa, idolatrica, che abusa della debolezza dell’uomo, lo tenta nella sua carne per raggiungere il cuore. Satana vuole distruggere il rapporto confidenziale e obbedienziale tra uomo e Dio, presentare Dio come nemico dell’uomo, geloso della libertà e delle possibilità che gli sono offerte.
Da questa esperienza Gesù non fugge: accettando la nostra umanità (e la fragilità di cui la tentazione è elemento costitutivo), in essa riporta la vittoria su ogni idolatria che mira a separare l’uomo da Dio.
Veramente «il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino». A noi non resta che entrare con Gesù in questo luogo di prova per lasciarci trasformare a sua immagine; non resta che accogliere il suo invito «convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15).
Anonimo


14/02/21 Mc 1,40-45

La liturgia di domenica ci mette di fronte alle difficoltà, che spesso abbiamo, nell’accettare il diverso, nell’accogliere chi abbiamo classificato, per cultura, tradizione o pregiudizio personale, una persona “scomoda” da evitare per non essere “contaminati” nei nostri perbenismi, o a volte nei nostri interessi…
Le nostre storie fatte dalla normalità di tanti mali, “virus” e “lebbre” che ci tengono prigionieri e da cui facciamo fatica ad uscire…
Nella consapevolezza che ognuno è innanzitutto responsabile di sè stesso e che le cose possono cambiare per contagio positivo, rimane la scelta di voler purificare le proprie impurità per diventare imitatori di chi è Maestro di umanità.
Abbandoniamo i nostri interessi per cercare quelli “di molti perché giungano alla salvezza”.
Lasciamoci risanare da tutto ciò che divide e avvilisce la nostra condizione umana affinché Il nostro atteggiamento non sia quello di manifestare a chi ci sta accanto escluso, l’inadeguatezza della sua vita e della sua condizione, e nemmeno di fargli prendere coscienza del suo peccato, ma di stendergli le braccia con atteggiamento di ascolto, di dialogo, di paziente attesa e di carità.
Usciamo dalle nostre chiusure e “tocchiamo con mano”. “Giochiamoci la faccia” e diamo la possibilità a tutti di trovare dignità, comprensione, riconoscimento, accoglienza…per intravedere la bellezza di vivere all’altezza della responsabilità affidataci.
Anonimo

Noi e loro… noi e gli altri… prima noi e poi loro… “SIAMO TUTTI VITTIME E CARNEFICI, TANTO PRIMA O POI GLI ALTRI SIAMO NOI”.
Isolamento, contagio, solitudine… sono alcuni termini che in quest’ultimo anno ci hanno inaspettatamente fatto compagnia.
Lo star male fisicamente, il sentirsi la morte accanto, l’incredulità provocata dal contagiare e dall’essere contagiati, il desiderio di trovare cure efficaci, la sensazione di abbandono, la percezione di non sentirsi voluti bene, la difficoltà nel vivere la normalità delle relazioni… tutto un insieme di condizioni che hanno compromesso e modificato il nostro modo di vivere, consentendoci però di sperimentare, almeno in parte, le condizioni di estremo disagio che alcuni individui, alcune categorie, alcune popolazioni vivono da sempre con fatica e rassegnazione.
Convinti di essere principalmente forti, l’isolamento ci ha fatti riscoprire anche tanto bisognosi… il sentirsi parte di…, il far parte di…, l’appartenere a …, generano accoglienza, scambio reciproco, vita.
I lebbrosi al tempo di Gesù abitavano il gradino più basso della società, privi di dignità, scartati per eccellenza, esclusi dalla famiglia, dalla società e dagli ambienti religiosi erano dei morti viventi. Il lebbroso del Vangelo giocando la sua ultima carta si avvicina a Gesù con educazione e con umiltà: “se vuoi, puoi purificarmi”, lo lascia libero di intervenire, libero di permettergli una vera rinascita, un nuovo inserimento… prendendo consapevolezza delle proprie miserie si può incontrare e sperimentare la grandezza della misericordia.
Sono tanti “i lebbrosi” del nostro tempo: emarginati, poveri, invisibili, rifiutati, scartati.., Dio, attraverso Gesù, desidera vedere dei “guariti”, individui desiderosi di cambiare, di voler uscire da certe situazioni malate che inducono alla negatività, all’apatia, al piangersi addosso, al si é sempre fatto così. Rivolgere lo sguardo a Gesù, ripartire con Lui, sia da parte di chi ha bisogno, che da parte di chi dona aiuto, offre la possibilità di predisporre il cuore alla cultura della cura, della prossimità, del valore della dignità umana, cercando così di contrastare il diffondersi della cultura dello scarto, del possesso, dell’individualismo. Farsi carico ognuno delle proprie responsabilità, provando a rendere più umano il vivere di chi incontriamo abbandonando sempre più la commiserazione, il disprezzo e il giudizio e provando a generare occasioni di rispetto, di condivisione, di ammirazione.
Anonimo


07/02/21 Mc 1,29-39

Percorrere, predicare, incontrare, accarezzare, guarire e pregare… ecco come si svolgevano le giornate di Gesù.
Con la guarigione della suocera di Pietro, il brano di Vangelo di questa domenica, esprime molto bene il concetto di “chiesa in uscita”: sinagoga – casa – mondo che noi oggi possiamo tradurre in: Chiesa – famiglia – società.
Tutto ciò che apprendiamo, tutto ciò che ci arricchisce della “Parola” che ascoltiamo in Chiesa, dobbiamo cercare di vivificarlo portandolo fuori da quelle mura e provando ad inserirlo nel nostro vivere quotidiano, in tutti quegli ambienti che normalmente frequentiamo. Detto così sembra facile, però sappiamo bene che la vita spesso ci spiazza proprio negli ambienti famigliari, proprio nelle relazioni più significative.
Vivere in prima persona grandi sofferenze o incomprensioni prive di senso, rende difficile anche il semplice ragionare e di conseguenza il nostro stare al mondo si complica. Quanto vorremmo che Gesù si sostituisse a noi, che prendesse il nostro posto, che ci difendesse, in realtà, l’unica cosa che farà se glielo permettiamo e di accompagnarci in quei percorsi bui aiutandoci a trovare un po’ di senso proprio dove fatichiamo di più.
Le tante guarigioni che Gesù compie, oltre alla liberazione dal male fisico, donano la liberazione del cuore predisponendolo al servizio, alla prossimità, al prendersi cura, al donarsi con amore. Quanto sono preziosi per chi sta soffrendo, per chi é solo, per chi ha bisogno di essere ascoltato… cinque minuti del nostro tempo, cinque minuti di presenza vera, cinque minuti per un caffè… troppo spesso sottovalutiamo la grandezza di certi gesti, ma Gesù ci dimostra che la vicinanza e l’essere presi per mano, possono dare risultati incredibili.
Anche per Gesù esiste un tempo per lavorare e un tempo per riposare, per ritrovare le forze, per curare lo spirito, per pregare… ed eccolo in un luogo deserto quando ancora é buio, a tu per tu con Dio, per riallacciare quella relazione con il Padre della quale non può fare a meno. Una preghiera interrotta: “Tutti ti cercano!”… finalmente si potrebbe sfruttare un po’ di notorietà, in fondo é appagante stare sul palcoscenico, passare da anonimi a privilegiati… ma Gesù li riporta con i piedi per terra: “andiamocene da un’altra parte” , dinuovo in cammino verso posti sconosciuti, altri cuori da liberare, altre mani da afferrare… perché nessuno abbia la convinzione di possederlo, ma perché tanti abbiano la possibilità di incontrarlo!
Anonimo

Quando abbiamo l’impressione che la vita sia solo un susseguirsi di affanni, illusioni, dolore fisico e morale… Un “soffio” che svanisce senza lasciare un segno…, proviamo a non arrenderci e cerchiamo ciò che può ancora non renderla sterile.
Gesù ci indica la via dell’amore che si realizza nella gratuità di una vita spesa nell’attesa di un bene superiore, nel bene per l’altro al di sopra del nostro stesso bene dando così un senso ad ogni dolore e fragilità.
A noi resta dare credito ed essere saldi e ancorati a quella fede che ci deve rendere testimoni ed annunciatori coerenti del vangelo.
Potremo scoprire il prenderci cura come responsabilità da assumerci, di modo che tutto torni ad avere valore e ci risani.
Il prenderci cura di noi stessi delle nostre aspirazioni, passioni, afflizioni… Di chi ci vive accanto, delle sue gioie, fatiche, sofferenze…
Lasciamo che l’altro diventi parte di noi affinché ogni nostro gesto, attenzione, azione, si rivelino occasione di condivisione e servizio alla speranza che ci salva.
Dio non ci toglie dalle nostre sofferenze, non ci salva dal dolore ma ci salva nel dolore. Non ci toglie la crudezza della vita ma la riempie della Sua presenza.
È il compagno fedele che cammina con noi in mezzo alle prove, la strada che ci apre uno spiraglio di luce che nel rimetterci in piedi ci offre quel di più, indispensabile per assaporare ogni nostro “presente”, nelle relazioni semplici e quotidiane.
Anonimo


31/01/21 Mc 1,21-28

Prigionieri dell’esteriorità, dell’apparenza, del giudizio degli altri, della superficialità… quante volte ci troviamo “posseduti” da ciò che alla fine ci soffoca e ci impedisce di assaporare, apprezzare, essere davvero contenti e gioire della vita!
Smuovere alla base quella rassegnazione “tanto va bene così” può essere la gradevole sorpresa di decidere di accogliere l’autenticità e l’umanità di quella parola di verità e di speranza che infonda e faccia intravedere la possibile bellezza del nostro stare al mondo e ci liberi dalla fragilità e mediocrità di un’esistenza priva di senso.
Anonimo

Ma quanto bello é, nel nostro tempo, incontrare persone capaci di non parlare sempre e solo “a vanvera” o per sentito dire, persone capaci di generare stupore, di diffondere speranza, di trasmettere fiducia, persone che, insegnando con autorevolezza, riescono a mettere l’insegnamento prima di loro stessi.
Il brano di Vangelo di questa domenica ci parla della guarigione, nella sinagoga di Cafàrnao, di un indemoniato.
Demonio, Satana, Lucifero, Accusatore, Ingannatore, Maligno… tanti nomi per definire colui che ha a che fare con il male.
Il male ci riconduce all’oscurità, al mistero, é difficilissimo comprenderlo. Si parla poco di questo argomento, ma Satana é il male, ed é anche più furbo di quanto immaginiamo, approfitta delle nostre distrazioni, seduce senza essere invadente, mente, e quando meno ce lo aspettiamo, ritorna… un abile tentatore sempre pronto ad abitare cuori ed anime anche di persone e di ambienti al di fuori di ogni sospetto. Con lui é impossibile dialogare, Gesù stesso quando ne ha avuto a che fare, o lo ha cacciato, (Taci! Esci da lui!), o lo ha affrontato con la Parola di Dio (Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio), cercare un dialogo con lui é perdersi.
Quello che mi ha colpita é proprio il luogo in cui si trova questo indemoniato, nella sinagoga, in preghiera, anche chi prega può essere vittima del labirinto del male.
Ecco allora che la fede “parafulmine”, quella che dovrebbe esonerarci da ogni fatto negativo, é priva di ogni fondamento.
Il magistero di Gesù si concretizza nel camminare e nell’insegnare… Lui é “il maestro per eccellenza, nei suoi modi, c’è però qualcosa di nuovo, dalle sue parole emerge una verità che, solo chi la possiede veramente, può donarla.
Spesso, prigionieri di schiavitù mondane e vittime di regole, di dottrine, di autoritarismi e di riverenze esagerate (che anche una parte di Chiesaha contribuito a diffondere) ci facciamo un’idea di fede distorta, chiusa, triste… una fede che imprigiona, limita, vincola… invece la Parola di Gesù, se ascoltata e vissuta con serietà é liberante e aiuta a riscoprire il vero senso del vivere.
Se lo vogliamo, con Gesù, abbiamo la possibilità di percorrere la via del bene e di mettere a tacere la via del male.
PADRE NOSTRO… sono le prime parole, LIBERACI DAL MALE… sono le ultime parole della preghiera che Gesù ci ha donato., quante volte gli abbiamo rivolto questa richiesta!
DIO e SATANA… IL BENE E IL MALE… in mezzo NOI e la nostra vita fatta di tentazioni, di debolezze e di ripartenze.
Non é mai troppo tardi per cominciare a fidarsi di Lui, soprattutto se teniamo conto che é immensa la fiducia che Lui ogni giorno, nonostante tutto, rinnova ad ognuno di noi.
Anonimo


24/01/21 Mc 1,14-20

Decidere di camminare dietro a Gesù provando giorno dopo giorno a concretizzare nelle nostre semplici e normali azioni quotidiane gli insegnamenti del Vangelo, richiede un costante cambio di mentalità, un graduale cambio di direzione, é un orientarsi da un’altra parte, é un rimettersi in gioco oltre le proprie certezze, é un andare fortemente in crisi facendo un passo avanti e due indietro per poi ripartire, ma é anche lo stupore, se ho la forza di lasciarmi cambiare, di scoprire un modo nuovo di vivere.
L’impulso di cercare cose nuove é forte, ma altrettanto forte é la tentazione di restare chiusi nel bozzolo che con pazienza e per abitudine ci siamo costruiti … potremmo buttarci ma abbiamo paura, assumere una direzione di marcia in contrasto con la logica del mondo é un’impresa ardua e anche l’idea di dover rinunciare, di dover lasciare qualcosa ci spaventa, e così, tra alti e bassi, procediamo dubbiosi e disorientati.
L’arresto di Giovanni Battista mette fine alla sua predicazione, la sua uscita di scena é imminente, un dolore per Gesù che lui affronta mettendosi in cammino e dando inizio, nella Galilea, alla sua predicazione: “il tempo é compiuto, il regno dei cieli é vicino, convertitevi e credete nel Vangelo”.
Oggi, nel nostro “qui e ora”, questa frase, all’apparenza astratta, può donarci quella speranza e quella fiducia tanto necessarie da rendere la nostra fede concretamente vivibile?
“Il tempo é compiuto” mi ha sempre portata a far riferimento alla fine della vita, in realtà é la riscoperta dell’oggi. Prendersi del tempo per riflettere, per fare il punto della situazione per poi effettuare con serietà scelte é assolutamente necessario per tutti, prendere tempo non deve però trasformarsi in perdere tempo…. rimandare sempre a domani o a tempi migliori le nostre decisioni non ci fa vivere la nostra quotidianità con responsabilità ma con superficialità.
“Il regno dei cieli é vicino” mi ha sempre ricondotta al Paradiso, a quel premio finale da meritare con sacrificio, in realtà é la novità che Gesù propone già adesso a coloro che camminano con Lui. Dio, attraverso Gesù si fa prossimo, va alla ricerca dell’uomo imperfetto proprio nel quotidiano, nelle concrete azioni del proprio lavoro, si avvicina con l’intento di evidenziare l’umano di individuo.
“Convertitevi e credete”… non é sinonimo di sacrificarsi ma di orientarsi con fiducia, costanza e perseveranza verso un cammino che permette, nonostante le difficoltà, di riscoprire una maniera nuova di vivere, di pensare, di guardare.
Dirsi cristiani non basta, dobbiamo essere disponili ad essere “pescati”…. il Vangelo abbiamo la possibilità di concretizzarlo solo provando a viverlo.
Anonimo