LA CASA SULLA ROCCIA

MEDITAZIONI SUL VANGELO DELLA DOMENICA


19/09/21 Mc 9,30-37.

Viviamo in una società che ritiene che la grandezza coincida con il potere, il possesso, il denaro, e a quelle persone ritenute più deboli o con un pensiero diverso si esprime con arroganza, prepotenza, insulti, disprezzo …
Un’idea di grandezza che ha a che fare con la forza, l’invidia, l’ignoranza, la superiorità…, che porta in mezzo a liti, violenze, guerre, morte.
Nella triste situazione dei nostri giorni, non è proprio così facile credere che la mole di problemi con cui si ha a che fare possa essere placata ritornando allo sguardo comprensivo di chi sa accogliere un bambino nel suo bisogno di attenzioni e cure…
Sembrano lontane, quasi utopistiche, le parole di vita di chi, volendo davvero essere primo, umilmente diventa ultimo e servitore di tutti.
Ma Gesù ancora una volta al desiderio e alla pretesa di tutti di comandare, propone il servire. Al protagonismo individuale, alla voglia di essere sempre i primi, contrappone il farsi “ultimo”. Alla società della competizione, contrappone la politica del servire.
In un mondo dove tutti predicano la non accoglienza parlando alla pancia delle persone, Gesù ancora una volta ci parla di accoglienza rivolgendosi al cuore degli uomini.
In un contesto quello nostro dove tutto si fa per accrescere la propria immagine, dove si fa di tutto per scalare i sondaggi, dove si attacca facilmente l’altro per avere consensi, dove per una manciata di mi piace su Fb si accendono vespai, Gesù ci dice: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
Il nostro mondo avrà un futuro buono quando capirà che la vera Sapienza viene dall’alto ed è pacifica, mite, pura, piena di comprensione, apertura, disponibilità, misericordia e di frutti buoni, imparziale e sincera. Una Sapienza che restituisce la capacità di essere semplici, umili e di operare per quella pace che porta semi di umanità e giustizia.
Anonimo


12/09/21 Mc 8,27-35.

Molte volte sono abitata dal Dio che mi sono costruita, mi porto dentro il mio idolo, che non è colui che Gesù mi ha rivelato.
Mi metto davanti a Lui, voglio indicargli io la via da seguire, ho io le soluzioni…
Con “la lingua” non perdo l’occasione di essere migliore per farla da maestra, sono sempre più che capace e pronta a spiegare agli altri quello che dovrebbero fare, ma nell’applicarlo a me stessa, sono spesso orientata a trovare giustificazioni, scappatoie, pretesti.
Come Pietro, mi costruisco l’idea di un Dio sempre vittorioso, che mi rende partecipe della sua gloria senza farmi passare attraverso il dolore e l’umiliazione. Spesso faccio fatica ad accettare un Dio che soffre e mi chiede di essergli accanto anche nella via del dolore, fermandomi sotto la croce.
Fin quando si tratta di qualche piccolo gesto di devozione religiosa, invocare la sua protezione di fronte alle difficoltà… tutto mi è semplice, ma quando è questione di scelte, gesti, azioni concreti e controcorrente diventa un problema e presentare il dorso ai flagellatori è ancora più difficile.
Il Maestro e Signore insegna invece che si diventa discepoli solo quando si è disposti a comprendere fino in fondo che cosa significhi trovare la salvezza nel perdere la propria vita per causa sua e del Vangelo.
Sostituire la croce al proprio io: rinnegare se stessi vuol dire mettere da parte le proprie ragioni, il proprio egoismo, le proprie rivendicazioni. I tanti drammi, tragedie, richieste di aiuto non devono solo sconvolgere, scandalizzare, commuovere ma chiedono qualcosa di più concreto e compromettente.
E questa è la fatica quotidiana del discepolo: spogliarsi della propria logica e avere il coraggio di prendere sulle spalle la propria croce fatta di fedeltà, coerenza e sofferenza.
La vita non mi appartiene: la vita è un dono che sono chiamata a restituire. L’unica cosa che posso fare è donarla, cioè perderla per chi mi rende capace di discernere ciò che è buono, degno e ricco di umanità e mi dà la possibilità di non adeguarmi alla logica di questo mondo ma di costruire ciò che è duraturo ed eterno.
Anonimo


05/09/21 Mc 7,31-37.

Il Vangelo di oggi è un invito all’apertura, al desiderio di incontro e di relazione. Un invito anti-individualistico, che si oppone alla tua moderna idolatria del bastarti a te stesso, dell’auto-referenzialità, dell’appiattimento che ti toglie orecchie e bocca e che ti emargina.
Spesso sei ripiegato e chiuso in te stesso, e nelle relazioni più ravvicinate crei isole inaccessibili, inospitali, realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… che poi è quasi impossibile ridurre.
Torna a guardarti, comunicare, immedesimarti in chi ti sta vicino. Incontra le persone e presta attenzione alla loro storia e al loro cammino.
Smettila di essere sordo alle troppe grida di aiuto che giungono alle tue orecchie e di essere muto di fronte al bisogno di parole di conforto, pace, sostegno.
Apriti per sciogliere la tua vita in dono e soprattutto per cambiare la tua fede da esteriorità, perbenismo, facciata, in coscienza, adesione del cuore, desiderio di fare del bene a tutti in quel pezzo di mondo che ti è stato affidato.
Fatti carico di tutto ciò che la noncuranza, l’indifferenza, la discriminazione, l’egoismo, “il non è più di mio interesse”, stanno distruggendo e apriti all’accoglienza, alla fraternità, alle necessità dei sofferenti e bisognosi di aiuto e schierati per la vita.
Abbi il coraggio di dire ai tanti poveri e smarriti di cuore: “Coraggio, non temete!”, ci sono anch’io ad assumere la responsabilità della vostra speranza.
Anonimo


29/08/21 Mc 7,1-8, 14-15, 21-23.

“Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica…”
Pensare è anche pericoloso perché comporta il dover fermarsi a riflettere su ciò che avviene attorno a noi e soprattutto dentro noi; fermarsi non solo per comprendere ciò che succede, ma per dire o dare una parola giusta e valutare con cura le responsabilità che ne seguono.
L’ipocrisia è sempre in agguato e spesso ci troviamo a fare i criticoni con ciò che degli altri possiamo osservare dall’esterno, senza invece prendere mai reale posizione e vigilare su ciò che esce dal di dentro di ognuno di noi, che contamina e rende impuri la nostra esistenza e il nostro mondo. “è dal cuore degli uomini, escono i propositi di male”
Dunque Gesù riporta tutti e ciascuno a compiere un vero lavoro della mente, del cuore e delle labbra. Si tratta di essere credibili iniziando anzitutto dal rispetto che ciascuno deve avere di sè stesso avendo come metro di misura la Parola di Gesù perché non è possibile “osservare la tradizione degli uomini, trascurando il comandamento di Dio”. Il vero discernimento sta non nella misura di noi stessi, ma nell’ascolto che abbiamo della Parola di Gesù: non possiamo ascoltarla e poi fare di testa nostra. Ed ecco che discernere, orientarsi, agire, significa imparare a scegliere il buono e il bello per sé e per gli altri alla luce di quella Parola. Una Parola da osservare e mettere in pratica, capace ogni volta di ricondurre i tanti abbandoni a quella verità che non passa mai di moda.
Una Parola di salvezza in grado di indicare percorsi e atteggiamenti capaci di far uscire da un perbenismo di facciata che, alla fine, è senza consistenza e profondità.
Qui sta la nostra responsabilità di ciò che siamo e di ciò che vogliamo essere verso ciò che è umanamente bene e giusto per tutti nella vita di tutti i giorni, nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo, nel tempo libero, in famiglia, in politica, sui social…
Vivere tra di noi senza falsità, senza cercare il proprio interesse, essere generosi, veri e impegnati verso l’altro; combattere le invidie, impurità, avidità, inganno, dissolutezza, calunnia, superbia, stoltezza e la ricerca del potere a discapito del prossimo…
Vivere una fede vera, profonda, che vada all’essenziale delle cose, che punti a ciò che conta, che guardi non alle apparenze, agli stili, ai modi di fare, ma al cuore.
E fare in modo che la “tradizione” non diventi una “con-traddizione” preoccupata più delle cose da osservare che dal motivo per cui osservarle, servendosi della fede per imporre comportamenti e azioni.
Possiamo rispettare tutte le regole religiose e tradizioni, possiamo avere grandi templi e luoghi di culto e possiamo fare anche lunghe preghiere e riti… Ma tutto questo non serve a nulla se nel nostro quotidiano non ci impegniamo a servire ciò che riempie la vita, il prendersi cura e farsi carico delle persone, dei beni, del creato.
Il rimprovero fatto da Gesù a scribi e farisei è un monito anche e soprattutto per me credente, quando sono un’attrice commediante che recita la parte con una maschera, incapace, anzi priva di volontà, nel vivere la fede che punta a ciò che è essenziale!
Anonimo


22/08/21 Gv 6,60-69.

Nella società in cui viviamo si ha un continuo bisogno di conferme e non si amano più le parole vere, quelle che fanno vivere, che mettono in discussione, che fanno crescere, che feriscono ma che guariscono…
Si apprezzano quelle compiacenti, che nutrono l’immagine, quelle che confermano, ma illudono…
E la comunicazione mediatica lo ha ben compreso. La politica è diventata l’arte di trovare le parole che la maggioranza vuol sentirsi dire. Non importa se siano vere o false, se si realizzeranno e se saranno presto dimenticate. L’importante è che sazino…
Ma talvolta la realtà è dura, delude e rimanda un’immagine meno piacevole del previsto. Magari si fa finta di non vederla fin quando è possibile, ma arriva il momento in cui ci si sbatte la testa.
Anche i discepoli di Gesù, ad un certo punto, sbattono il cuore contro la durezza della parola che hanno ascoltato.
E vogliono tornare indietro, preferiscono continuare ad accontentarsi di parole carnali, magari più superficiali, false, ingannevoli, ma sufficientemente saporite per fingere di stare bene.
Proprio come in una relazione d’amore all’inizio il cuore è caldo e sembra che tutto si possa superare.
Nel tempo, giorno dopo giorno, nella quotidianità ogni relazione fa emergere il rigore delle incomprensioni, la fatica di abbandonare qualcosa di sé, il peso delle esigenze dell’altro. E allora viene voglia di tornare indietro. Proprio come in un viaggio, quando si decide di tornare al punto di partenza perché la strada spaventa.
Tornare indietro, nella relazione con Gesù, vuol dire accontentarsi, adagiarsi, adeguarsi, svendersi… Significa cercare di essere ipocritamente corretti, ma senza arrivare mai ad amare. Senza neanche più provare l’orgoglio a contrastare l’inaridimento dilagante.
Ma è proprio quando la relazione con Lui come ogni altra, diventa dura, faticosa, impegnativa, è lì che avviene la scelta di diventare discepolo.
Di focalizzare lo sguardo su di noi, sulle nostre scelte e decisioni, su ciò che dovremmo fare, modificare, cambiare. Sulle nostre colpe, mancanze, indifferenze, tornaconto, responsabilità, incoerenze…
Pietro intuisce che le parole dello spirito sono solo quelle di Gesù, ma sono anche le parole che noi possiamo dire ad altri quando ci lasciamo abitare dal suo spirito.
E allora scegliamo di vedere, toccare, servire fedelmente le parole che ci ricordano quale sia la verità di una vita autenticamente umana per tutti, e la concretezza di una misericordia capace di portare un po’ di speranza e di amore soprattutto a chi pensa di essere vittima della propria solitudine.
Una preghiera, una parola di rispetto, di sensibilità e di vicinanza al popolo afghano abbandonato, schiacciato dall’ignoranza e dall’odio più malvagio e spietato. Una tragedia per le vite di troppi, per la loro libertà, per quel dialogo mai abbastanza raggiunto…
Anonimo


15/08/21 Lc 1,39-56.

Il cammino di Maria verso il cielo, è iniziato non tra le nuvole ma con i piedi sulle polverose strade della terra di Israele.
Un cammino impegnativo ma bello che ha come meta una città dove vi abita la cugina Elisabetta.
Maria percorre in fretta quella strada lunga e in salita, spinta dal desiderio di fare esperienza concreta di Dio. Una fede che spinge e rende tenace il suo cammino diventando modello di fede autentica.
È difficile percorrere le strade della vita, specialmente quando sono lunghe e in salita, quando mettono alla prova la nostra pazienza, le nostre relazioni, le nostre sicurezze.
Eppure è meglio muoversi e andare, piuttosto che rimanere fermi e chiusi nelle nostre certezze e convincimenti…Prestiamo attenzione al nostro modo di vivere e usiamo bene il tempo a nostra disposizione.
L’umanità che incrociamo è spesso carica di sofferenza, solitudine, abbandono, angoscia che chiede di essere vista e soccorsa nel suo dramma.
Scegliamo di lasciarci stupire e guidare dalla “grandezza” di quella sapienza che è motivazione forte, cambia il nostro sguardo sulle persone, sul mondo e sulla nostra vita e che ci darà la forza di andare avanti per realizzare la meta necessaria per la salvezza finale.
Maria, con accettazione, fiducia, amore, diventa modello di coraggio nell’uscire, camminare e riempire la vita di senso, impegno e bellezza.
E come Maria iniziamo il nostro “canto”, partendo da noi, mettendoci la faccia, la disponibilità a cambiare, lasciandoci toccare dalle persone e situazioni che incontriamo, rimboccandoci le maniche e rendendoci utili, affinché il contenuto del nostro canto non sia un copia-incolla, ma il vissuto in prima persona in autentica umanità e pienezza per rendere migliore il mondo che tutti abitiamo.
Anonimo


08/08/21 Gv 6,41-51.

La vita non è sempre leggera. È spesso un viaggio faticoso e pieno di responsabilità che toglie il respiro e la voglia di continuare ancora a camminare.
Capita di sperimentare la delusione, l’ostilita’ di persone e ambienti, il vuoto, il deserto, il fallimento, la fine di tutto. E ti prende lo sconforto, il senso di inutilità, frustrazione e tristezza, hai il cuore affranto e ti senti a pezzi e umiliata fino a dire: ”Ora basta!”.
Non ha senso però lasciarsi “morire” o desiderare soluzioni facili per porre rimedio alla fatica del vivere. E neanche non sembra rispecchiare la realtà, sognare stravolgimenti della quotidianità per poter dare a te stessa un’ulteriore possibilità.
Occorre, invece, mettersi in gioco costantemente senza sosta. L’ottica deve essere quella dell’investimento e della crescita personale quotidiana e continua.
Cercare la forza di rimettersi in piedi per fare il bene senza calcoli anche se nessuno te lo chiede e magari mai capirà, anche se non ti fa guadagnare nulla, anche se non ti fa piacere. Cambiare a livello di significati, senso, mentalità…, orizzonte di riferimento.
Hai bisogno di riprendere il tuo difficile cammino in quel “pane di vita” dono per tutti coloro che sono erranti e riconoscono di non poter bastare a sè stessi.
Hai bisogno di Qualcuno che ti ricordi che la tua esistenza vale per ciò che sostiene, testimonia, sa creare. Che ti indichi ciò che sta al fondamento del vivere e i principi guida per un futuro da costruire per il bene di tutti.
Sostenere la stanchezza delle tante delusioni, sconfitte, errori e provare a fare della nostra società una comunità. Lasciare spazio a quella forza capace di rimediare all’indifferenza, all’individualismo, alla chiusura, alla mancanza di dialogo, con la consapevolezza che la vera ricchezza è non impoverirsi in umanità, accoglienza, fraternità ma di restituire la dignità di un’esistenza capace di lottare per ciò che è eterno.
Un volto, una mano tesa, un sorriso benevolo sono lì a dirti che non sei mai stata abbandonata, Dio non tradisce e neppure abbandona. Mai!
“Elia guardò e vide una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua”. Solo un po’ di pane, solo un po’ d’acqua; il quasi niente. Eppure Dio interviene così… Il miracolo non è un Dio che ti risolve i problemi, il miracolo è un Dio che ti da la forza di risolverli.
E… allora iniziamo da me da te, diventiamo suoi imitatori. Facciamo nascere e crescere in noi l’audacia e il coraggio di diventare dono, pane che nutre, acqua che disseta, compagnia nei deserti della vita di chi ci cerca.
“Alzati, mangia, cammina”.
Qualunque cosa io, tu, noi possiamo generare o sognare di realizzare, incominciamola!
Anonimo


01/08/21 Gv 6,24-35.

L’essere umano è divorato dalla fame, dal desiderio. Ma solo se guarda il “alto”, altrove, solo se indirizza la fame verso una pienezza può placarla.
La fame del successo, di potere, di denaro, di approvazione, di gratificazione, di vanità, di orgoglio anche se soddisfatta, ti lascia un vuoto nello stomaco; sembra saziare, ma non colma e ti riduce ad essere incapace di affrontare le fatiche, le sfide, i deserti che la vita senza sosta ti propone.
Confondere sazietà con libertà ti rende schiavo, debole, dipendente di un appagamento che non ti apre al futuro e
non attenua quel desiderio di dare vita.
Gesù fugge davanti alla piccineria, scompare … La folla lo raggiunge, è stupita del suo atteggiamento. Gesù esprime un giudizio tanto tagliente quanto vero: voi non mi cercate per me o per le mie parole, ma perché avete avuto la “pancia” piena. Spesso cerchi Dio sperando che ti risolva i problemi, e senza mettere in gioco nulla di te stesso.
Istintivamente non lo cerchi perché ti indichi una strada per crescere, per capire, per amare, ma perché ti risolva i problemi. Senza faticare, se possibile.
Non cercare Dio per averne un tornaconto.
Non cercare di dissetarti all’acqua di cisterne screpolate.
Puoi sempre convertirti.
Gesù non sta rinchiuso nella sua delusione: offre una via d’uscita alla folla. E a te!
Si fa servo, sì, ma per prenderti per mano e portarti alla verità delle cose e di te stesso e ti spinge a cercare il pane vero, quello che sazia.
Esiste, quindi, un pane che sazia e uno che lascia la fame.
La folla è stranita, e chiede: dacci questo pane.
Non è una preghiera autentica, la loro, non converte il loro cuore, non sono ancora disposti a mettersi in gioco…
Davanti alla pressione dei problemi concreti e reali che anche tu devi affrontare nella tua quotidianità, sei disposto a metterti in gioco senza attendere che altri facciano al posto tuo?
La folla replica: cosa dobbiamo fare?
Fare, sempre fare. Fare o non fare, a questo hai ridotto la fede, a morale.
Gesù sa che prima del fare c’è l’essere e il credere.
Ecco cosa “fare”: “credere” in colui che il Padre ha inviato e cercare un cibo che davvero serva per vivere, che riconduca all’essenzialità di una parola che sappia continuamente aprire cammini dentro alla dilagante aridità e alla consapevolezza che viene donato soltanto da chi ha il desiderio di sfamare il tuo bisogno di umanità, di vita, di senso, di amore, di verità profonda e di offrirti eternità e felicità.
Anonimo


25/07/21 Gv 6,1-15.

Il Vangelo di questa domenica merita un’attenzione che va oltre il miracolo per saper cogliere un miracolo ancora più profondo, quello dell’impossibile che diventa possibile.
“C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci”.
Il contesto nel quale emerge la sua figura è quella di una situazione che mostra i segni evidenti dell’impossibile: “cos’è questo per tanta gente?”.
La folla è numerosa, i discepoli sono appena dodici e non hanno denaro sufficiente.
C’è una grande sproporzione tra i molteplici problemi che ci circondano e ciò che ciascuno può fare.
La paura di Andrea è anche la nostra di fronte al molto da affrontare rispetto al poco che abbiamo.
Sembrerebbe avere poco senso calcolare i risultati del proprio possibile agire, perché paiono insufficienti, inutili e insignificanti…
Ma se Andrea guarda il poco che hanno per giustificare il suo timore, quel ragazzo rappresenta la disponibilità a mettere in gioco quel poco senza calcoli o ragionamenti. Sono due prospettive diverse: il “poco” di Andrea è il “tutto” del ragazzo. Di fronte alla sproporzione del molto dal fare e del poco da dare, Andrea guarda quello che non ha, mentre il ragazzo guarda quello che ha.
La prospettiva del ragazzo è la stessa di Gesù. Infatti, alle considerazioni di Andrea, Gesù risponde: “Fateli sedere”, un invito ad agire, partendo da quel poco…
C’è un miracolo della disponibilità e dell’audacia che passa attraverso ciò che si ha nel cuore che non sempre può essere studiato e programmato. Sono i gesti di gratuità di chi si sa mettere a disposizione, donare, spartire, perché nessuno si senta abbandonato o escluso.
Non possiamo essere continuamente chiusi nel nostro piccolo mondo.
C’è un passo da compiere in prima persona. Rendiamoci capaci di donare e dividere quei pochi pani e pesci che abbiamo tra le mani. Non siamo capaci di fare miracoli ma abbiamo però la responsabilità di servire quella speranza che chiede il coraggio di non tirarsi indietro di fronte alle tante richieste di amore della realtà.
Gesù, oggi ci insegna che se vogliamo vincere la povertà, superare l’ingiustizia, l’individualismo, debellare le “mafie” e la “corruzione” di ogni settore…, non ci servono né uomini duri e neppure leggi feroci. Ci servono uomini e donne capaci di onestà, sincerità, umiltà, magnanimità, misericordia, compassione, generosità. Ci servono uomini e donne che sappiano essere umani che permettano a questo mondo di non soffocare e facciano trovare ancora canestri pieni di amore e speranza inesauribili.
Anonimo


18/07/21 Mc 6,30-34.

Rincorriamo la vita dietro il “fare” e non troviamo quasi mai il tempo di fermarci.
Quante volte ci capita di essere talmente presi dalle cose che, dialoghiamo e pensiamo poco, ci trascuriamo, pianifichiamo senza approfondire le cose, ma solo trovando soluzioni funzionali.
Se da una parte sentiamo il bisogno di prendere le distanze dallo stressante ritmo della quotidianità, dall’altra riusciamo raramente a trovare quel “ristoro” capace di calmare il male che ogni giorno preoccupa e schiaccia.
E’ proprio a noi, affamati, stanchi, stressati, che oggi Gesù rivolge l’invito: “venite in disparte e riposatevi un po’”. Ci chiede quel “disparte”, quel ritirarsi nella quotidianità che serve a ritrovare chi siamo veramente.
La preghiera quale dialogo con Dio, l’ascolto della Parola di cui si ha bisogno, la meditazione, il silenzio per alimentare nuove possibilità di espressione, tutto ciò che di fondamentale aiuta a non “morire”.
Non è sufficiente cambiare attività o impostazione delle giornate, si tratta di ritrovare ciò che sta alla radice del vivere, dei legami, delle relazioni, una sorta di esercizio di esistenza che fa ritornare “l’essere nel fare”. Abbiamo bisogno non tanto di tempo per fare qualcosa, quanto per essere Qualcuno.
Il vero riposo chiede il coraggio di ripartire dal profondo di se stessi per individuare la vera chiave di senso di tutta la realtà personale e collettiva: nelle attività quotidiane, nelle nostre case, negli ambienti di lavoro…
Gesù sbarca sulle rive del lago. Vede della gente che lo attende, aspettando un pastore che doni significato alla propria vita.
Gesù davanti a tale realtà si commuove.
Oggi quanta gente, quanti giovani sono come pecore senza pastore catapultati in un mondo fatto di illusione, facciata, egoismo, alla ricerca di un qualcosa che poi trovano in modo sbagliato!
Ritroviamo la sorgente, lo scopo per cui operare nella condivisione delle avversità altrui, nella solidarietà verso il prossimo, nel mettersi nel problema e nella situazione dell’altro.
La capacità della compassione è sempre stata, in ultimo, la vera possibilità per non svuotarci, impoverirci, disumanizzarci, abbruttirci… l’intervento per alleviare la sete di senso della vita presente in molte persone.
Anonimo


11/07/21 Mc 6,7-13.

Il Signore ci sta chiedendo di tornare a rimetterci in cammino, di tornare tutti a muoverci di più, anche fisicamente oltre che idealmente e moralmente. Ci sta chiedendo di essere sempre meno dei cristiani virtuali, e sempre di più cristiani credenti, credibili e virtuosi.
Annunciare il Vangelo da testimoni che abbracciano la fatica e, a volte, le ferite dell’altro e, scoprire che non ci aspettano gratificazioni, onorificenze e segni di potere ma poveri, soli, sofferenti da accogliere e curare, rassegnati da rimettere in cammino, vittime del sistema da difendere.
Non si diventa cristiani per mettersi l’anima in pace! Impossibile vivere in tranquillità quando ci aspettano persone calpestate nella loro dignità e private dei loro diritti e, cosa ancora più difficile: aiutare i più fortunati e i sistemanti, tra i quali magari ci siamo anche noi…, a compiere onestamente i propri doveri, come la responsabilità, la solidarietà, la fame e la sete di giustizia e di verità, in quell’ufficio, in quella redazione giornalistica, sui social, in famiglia, in politica…
“Gesù chiamò i Dodici…” Li mandò due a due”: la missione è uscire dagli schemi mentali, muoversi nel mondo. E questo Gesù chiede di farlo nello stile della comunità…
Le nostre comunità come si presentano oggi? C’è una forza che tende a portarci verso il centro per poi indirizzarci verso l’esterno oppure ci allontana e ci disperde.
Le nostre comunità nascono e vivono intorno alla persona di Gesù? Dobbiamo chiederci con umiltà quale comunità incontra oggi la gente che entra nelle nostre chiese. E se la gente chiede solo messe e sacramenti, dobbiamo accontentarci di dare semplicemente quello che la gente ormai si è abituata a chiedere…?
Oggi pare quasi scontato essere cinici, insensibili, incoerenti e sleali con sè stessi e con il proprio ruolo…
La continua attenzione agli aspetti economici e finanziari rischia di far passare in secondo piano la vera crisi di umanità che si è venuta a creare!
Non è facile uscire da questo sistema ma ognuno di noi può cercare di ricentrare la propria vita su una speranza capace di scacciare i nostri “demoni” che oggi hanno volti e nomi precisi: indifferenza, avidità, egoismo, arroganza, individualismo, disprezzo del povero e del fragile, irresponsabilità e irrisione del debole, del fragile, dell’indifeso, del senza tutela, del diverso e del forestiero.
La fatica più grossa che oggi ci viene chiesta non è nel denunciare i mali, tutto sommato non è difficile puntare il dito verso ciò che non va, ma nell’indicare e nell’intraprendere cammini di vera e propria conversione al bene. Non è poi tanto faticoso rivendicare i diritti negati, faticoso è lottare, impegnarsi nell’educarci al senso e al compimento dei propri doveri.
A vivere con amore e con passione il proprio lavoro, con serietà, competenza, professionalità e onestà.
E poi vivere la solidarietà, il senso di giustizia; vivere con passione la vita e le responsabilità civile, sentire la preziosità dei beni comuni come l’acqua, l’aria, la terra difendendola da rapine e inquinamenti. Sentire la “città” come casa di tutti, come il bene di tutti.
Assumiamoci la responsabilità di testimoniare con i fatti e coerenza la verità della speranza che nasce dallo scacciare i mali che ci svuotano e lasciamoci guidare nel trovare “l’olio” di salvezza capace di lenire le ferite e le infermità dei troppi ancora affranti e sofferenti.
Anonimo


04/07/21 Mc 6,1-6.

L’invito che riceviamo dalle letture di domenica è quello di essere non solo testimoni, ma anche profeti, sapendo che abbiamo dei limiti e che incontreremo delle difficoltà, che però, come ogni ostacolo, possono diventare un’opportunità.
Nella prima lettura la missione del profeta Ezechiele non è facile, poiché viene mandato a convertire un popolo testardo, che non accetta nessuna correzione e cammina per la sua strada, deviando da ogni principio morale e religioso. L’unica certezza è di non essere da solo.
Non si è mai vittoriosi e andare controcorrente ogni giorno è vita grama. Chi ti sente ha la percezione di qualcosa di nuovo, ma prendere la strada indicata è un’altra cosa: provoca allontanamento…
Nella seconda lettura alla richiesta di Paolo, d’essere sollevato dalle tribolazioni, Dio risponde: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
Quante volte abbiamo rinunciato a portare avanti le cose in cui crediamo, fondate sulla Parola, in famiglia, sul lavoro, nella comunità in cui viviamo, perché ci siamo trovati di fronte a difficoltà, a reazioni negative? Credere fino in fondo nella possibilità del dialogo non significa rinunciare alle proprie convinzioni, svendere i contenuti di ciò che si presta fede a seconda del contesto, delle persone del momento. È manifestare invece un atteggiamento di desiderio comune di puntare a quella verità che rende degno e umano lo stare al mondo.
La terza figura del profeta la troviamo nel Vangelo di Marco, e si tratta del profeta per eccellenza. Gesù è la buona notizia che si presenta ai suoi compaesani, ma essi hanno altre speranze e si aspettavano grandi cose, a cui lui non corrisponde e non vanno alla radice della fede. Questo anche forse perché conoscono le sue origini umili di falegname e di “figlio di Maria”…
Quante volte anche noi siamo stati tentati di valutare i profeti in base alle loro origini o posizione politica, religiosa, di casta, e non riconoscere quelli che, con il loro stile di vita, le loro parole, i loro suggerimenti ci indicano quello che Dio vuole da noi.
Nel mondo dei “like”, dove il darsi da fare si propone di piacere a tutti i costi, sembra stonata la voce dei sempre più rari profeti che hanno il coraggio di andare oltre i nostri conformismi, i criteri dominanti e tornano a proporre percorsi capaci di educare, costruire, orientare l’esistenza e l’opinione pubblica secondo strade di umanità, autenticità, verità.
Abbiamo bisogno di una società diversa, fatta di sobrietà, solidarietà, giustizia, rieducazione. Profezia è dare voce a questo bisogno, è far emergere dal profondo la possibilità di costruire un mondo più umano. Occorre quindi che al posto dei profeti non ci siano solo dei burocrati, impegnati a difendere il sistema, senza preoccuparsi della sua qualità morale e umana.
Il metterci la faccia, la capacità di non guardare solo il proprio ombelico, il coraggio di una testimonianza che sa prendere ogni giorno la croce dell’ impopolarità, della verità del Vangelo, di costruire un sovrappiù di umanità, dignità, amore autentico… fanno la differenza e rendono orgogliosi della propria fede e fanno rimanere fedeli a se stessi e a ciò in cui si crede!
Anonimo


27/06/21 Mc 5,21-43.

In questo brano del Vangelo assistiamo a due eventi che hanno una caratteristica in comune: la fede.
La fede di una donna che vede in Gesù una luce, un sollievo sicuro, la certezza della guarigione e si affida a lui con una speranza così grande e sincera che il miracolo avviene subito, anzi lo fa lei stessa, credendo!
E poi la fede di un uomo che non solo supplica Gesù senza demordere, continua ad ascoltarlo, mantiene salda la propria fiducia, lo segue e viene ricompensato.
Due esempi di fede forte, genuina, sincera, semplice, di persone che mettono la propria vita e la vita dei propri cari letteralmente “nelle sue mani”, senza scoraggiarsi e soprattutto senza ascoltare le voci fuorvianti di chi invita a desistere o a scegliere altre strade.
Questa è la fede che Gesù chiede ai suoi discepoli, quelli di ogni epoca: una fede capace di vivere un’autentica relazione con lui, una relazione fatta di fiducia incondizionata, di stupore e accoglienza della sua risposta, una fede capace di costruire un dialogo. Questa è la condizione che consente a Gesù di essere una presenza accanto a chi crede in lui, una presenza in grado di dare senso alla vita di ogni giorno. Non c’è posto per una fede fatta di sole credenze, per una fede in un dio dell’aldilà, distante e estraneo al nostro mondo.
Il crescente individualismo, l’egocentrismo, una certa vanità educativa, ci stanno illudendo che la soluzione alla complessità della realtà sia quella che ognuno di noi delinea nella sua mente e decide che sia quella giusta.
La chiusura e il rintanarsi nelle proprie posizioni non sono sicuramente lo strumento più giusto per affrontare le sfide che la quotidianità impone.
Solo se torneremo a lasciarci toccare dalle diverse forme di debolezza, fragilità , povertà… forse riusciremo a spogliarci di quella disumanità prepotente, ottusa, fastidiosa, che questo sistema ci propone.
Allora ci rendiamo conto che è segno di fede cercare il Signore per chiedere aiuto nelle difficoltà, ma è segno di ancora maggior fede affidarsi a Lui con fiducia, alla sua volontà, alle sue modalità, ai suoi tempi, nella certezza del suo amore infinito.
La reazione di Gesù è quella di non accontentarsi di fare un miracolo, di dare una grazia. Gesù vuole incontrarci personalmente. A lui non interessa la nostra “malattia”, a lui interessa me/noi, vuole incontrarci nelle nostre storie concrete, anche o forse soprattutto quando esse si mostrano nella loro contraddizione e mancanza di speranza.
Non c’è nessuna persona, qualunque sia la sua condizione civile, morale, sessuale, affettiva, che possa essere esclusa dal suo amore.
Anonimo


20/06/21 Mc 4,35-41.

Ciò che descrive Marco nel Vangelo di domenica, forse, non è altro che la nostra stessa esperienza. Il racconto della nostra bisognosa e fragile fede sfidata dalle molte tempeste che in modo spesso sconvolgente si abbattono su di noi, sulla nostra semplice normalità e la sconvolgono. Le nostre certezze, come quella povera barca evangelica, si riempiono d’acqua: disorientamento, disperazione, paura, terrore, sconforto, sfiducia. Tutto, ogni traguardo, ogni sicurezza è improvvisamente in balìa di onde e vento.
Le onde e il vento che si abbattono sulla nostra vita hanno molti nomi: sofferenze, dolori, tragedie. Per qualcuno potrà essere malattia, per altri separazione, per altri ancora morte. Per alcuni perdita del posto di lavoro, per molti scelte sbagliate…
Ma producono sempre lo stesso effetto: ci fanno passare dalla fede e fiducia alla paura e chiusura.
La paura è un sintomo della debolezza della fede. Infatti Gesù, dopo aver calmato il mare in tempesta chiede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” La fede non è una forza magica che ci risolve i problemi o che ci rende impavidi di fronte alle circostanze difficili della vita. La fede è la consapevolezza che la nostra vita è custodita da Dio, è preziosa per lui anche quando deve passare attraverso situazioni difficili e fare i conti con la fragilità. Lui è lì accanto a noi e il controllo della nostra vita non gli è certo sfuggito di mano.
La cosa giusta chiede il coraggio di fidarsi e non allontanarci da Lui. Pur dubitando! In quel grido degli apostoli: «Maestro, non ti importa che siamo perduti?» si era raccolta tutta la disperazione umana che in quel momento attraversava i loro cuori.
Nessuno vuole condannare quel senso di insicurezza che assale tutti e sempre di fronte alle difficoltà della vita, che possono sorgere all’improvviso in chiunque e in ogni circostanza! È la confessione della nostra debolezza umana che taglia alle radici la pianta dell’orgoglio che tante volte coltiviamo come fossimo degli dei.
La tempesta più brutta non sempre arriva da fuori, molto spesso è dentro di noi. Il nostro “IO” è come un onda continua che si infrange sugli scogli e che pian piano fa cambiare fisionomia alla roccia. Ma mentre la roccia, prima appuntita, diventa meno spigolosa, il nostro io, la nostra superbia, il nostro egoismo, la nostra poca fede, ci cambiano in peggio e le nostre spigolature aumentano…
Costruire una società, una storia, però dovrebbe essere il risultato di un’opera collettiva, dove ognuno si sente chiamato al servizio del bene, cura, fraternità, prossimità, per tutti.
Di fronte alle troppe cose “vecchie” : razzismo, guerre, discriminazione…, ce ne sono di “nuove”: accoglienza, dignità, giustizia, che chiedono solamente il coraggio di fidarsi di chi le propone…
Facciamoci ambasciatori di umanità capaci di diventare luce nella notte, di prendere il largo e passare all’altra riva perché nessuno viva più di paura, solitudine, umiliazione.
Le tempeste che la traversata quotidiana chiede di affrontare, dovrebbero essere anche la conseguenza della testimonianza che, come singoli e comunità, decidiamo di offrire…
Anonimo


13/06/21 Mc 4,26-34.

“Camminare nella fede e non nella visione”.
La difficoltà sta proprio nel conformarsi al modo di pensare e di agire di Dio, che contrasta con la nostra realtà, dove sono gli alberi alti a emergere, a comandare, a essere premiati. “Nella visione” è così: l’albero alto comanda e quello basso obbedisce; l’albero alto è osannato, quello basso è dimenticato. E’ stato sempre così, e oggi, nella cultura dell’immagine e del look, lo è più che mai. La tivù, i social lo raccontano, lo confermano e lo incoraggiano a getto continuo.
Per riuscire a vivere da “albero basso” e da “granello di senape”, nella convinzione che la parola di Dio è vera nonostante ciò che vediamo, è necessario compiere un’ulteriore scelta: accettare con fiducia i tempi di Dio.
Per noi che viviamo nella società del fare, dell’apparire, della “speculazione”, dell’efficienza, del tutto subito, è difficilissimo. Rischiamo di dimenticare e non valorizzare quello del silenzio, dell’attesa, della riflessione, della “maturazione” delle cose, perché il tempo non ci basta mai, e allora dobbiamo correre, andare di fretta e mettere fretta, affannarci e affannare.
Il bisogno di “immediatezza” fa dimenticare il passato, agire d’impulso, cancellare la storia condivisa, ridurre l’altro alle sue prestazioni.
Invece Dio è paziente. Gesù ce lo rivela con la sua straordinaria parabola: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.”
Nella cultura della concezione che basta un clic per trovare una soluzione o una notizia… Tra i suoi molti altri effetti, il virus ci ha spogliato di tutte le certezze che parevano esserci sufficienti, ponendoci di fronte a noi stessi. È come se ci avesse privati di una corazza e di una maschera, tanto che è dovuta uscire allo scoperto la nostra parte più profonda e più vera. La vita, e cosa la nutre davvero. La fede chiamata a mostrarsi in ciascuno di noi così com’è, e quanto vale…
Solitudine e isolamento hanno messo a nudo la nostra fragilità emersa in tutta la sua crudezza, e ci hanno fatto incontrare o scontrare con la nostra vulnerabilità…
E con profonda “ironia” Gesù continua: “Il Regno è come un granellino di senape che diviene il più grande di tutti gli ortaggi”. L’albero della senape cresce nell’orto di casa. È un arbusto insignificante, non richiama l’attenzione per la sua magnificenza…
Il suo Regno, nel momento del suo massimo sviluppo, non sarà appariscente, trionfalistico, spettacolare, ma una realtà modesta. Basterà un granellino di “bene” per realizzare il miracolo della cura, accoglienza, prossimità.
Per costituire un esempio per gli altri, un sostegno, una protezione, un punto di riferimento, un refrigerio, dalle fatiche della vita quotidiana.
Custodiamo, proteggiamo e lasciamo germogliare tutto ciò che di prezioso la vita ci ha permesso di ricevere e incontrare senza perdere i criteri di umanità soprattutto quando sono scomodi, difficoltosi e impopolari.
Anonimo


06/06/21 Mc 14,12-16,32-36 Corpus Domini.

La festa del Corpus Domini celebra con gioia la presenza reale di Gesù nel pane e nel vino della celebrazione eucaristica.
Ha voluto farsi pane vivo per sostenerci nel viaggio della nostra vita, una donazione perenne senza riserve; si è fatto pane spezzato e sangue versato e chiede a noi di donarci agli altri, di non vivere solo per noi stessi ma l’uno per l’altro.
L’eucarestia nella vita si traduce dall’io al tu. Se togliamo lo sguardo da noi stessi vediamo che c’è un mondo più o meno vicino che chiede che qualcuno si accorga della sua presenza, solitudine, sofferenza, debolezza, bisogno di aiuto.
Di fronte alla fame di pane, casa…, è facile pensare che ognuno debba aggiustarsi da solo o che la cosa non ci riguardi, magari spostando o demandando la soluzione del problema ad altri…
Guardare a Gesù significa trovare valori affidabili e duraturi su cui poggiare le basi per il futuro della nostra società. Condividere pane, tempo, vita, esperienze, speranza, fede.
Una società che distoglie lo sguardo da Dio diventa sempre più fredda, egocentrica, curva su stessa, insensibile, disumana.
Ci sono oramai episodi, fatti, comportamenti che superano ogni “fantasia” e di gravità inaudite che schiacciano gli altri senza che nessuno reagisca…
Gesù desidera che siano abbattuti i muri dell’indifferenza e delle prepotenze, delle “falsità”, dei soprusi e aperte le vie della giustizia, della verità e del rispetto.
Ci chiama di portarlo lungo le strade della nostra vita e del nostro tempo: dove viviamo, lavoriamo e ci incontriamo. Non lo possiamo mettere da parte nella vita pubblica e neppure nelle decisioni politiche e sociali che ci vengono affidate.
Gesù ci chiama di entrare nelle nostre “città”: aprire le porte, accoglierlo nelle nostre famiglie e portare fraternità, giustizia, pace, perdono.
Ci chiede di smetterla di essere persone ambigue che mostrano facce diverse a seconda del proprio tornaconto o della situazione del momento… ma di essere uomini e donne giusti, che credono in ciò che dicono e lo propongono in modo serio, dichiarato, equilibrato, solidale e assolutamente rispettabile.
Di assumerci la responsabilità del prendersi cura, essere segno di ospitalità, attenzione, vicinanza, farsi pane per quella fame di vita, scegliendo di non trattenere per sé ciò che si ha e che si è, ma di condividerlo con coloro che sono nel bisogno e nella necessità.
Non è vero che io non ho e non sono niente, perché posso fare la differenza e diventare il miracolo della disponibilità e sperimentare ciò che ha qualità eterna e indistruttibile.
Anonimo


30/05/21 Mt 28,16-20 S.S. Trinità.

Il Vangelo secondo Matteo questa domenica colpisce per la sua essenzialità.
Si apre con una duplice sottolineatura: da un lato gli Undici che, obbedendo alle parole di Gesù, vanno in Galilea, si prostrano al vederlo, ma dubitano.
Quel dubbio che, davanti alle continue sfide che il vivere sociale richiede, accompagna le nostre fatiche, fragilità, sofferenze, debolezze del manifestarci cristiani.
Dall’altro il Gesù Risorto che affida loro il compito di andare, creare legami, battezzare, annunciare al mondo che Dio è Padre e che nel Figlio ci dona la vita e la forza dello Spirito Santo.
Non è dunque mai tempo per stare fermi, chiusi e ripiegati su sé stessi, non è tempo di alzare barriere di difesa, instaurare rapporti distaccati e superficiali, per distinguersi da altri.
È tempo di metterci in movimento e insegnare agli altri Gesù, con la testimonianza della nostra vita vissuta in modo conforme al Vangelo. Con la responsabilità di dover contribuire a realizzare ciò che può dare pienezza, bellezza, senso alla vita di ciascuno. Con la consapevolezza che è praticabile la via dell’unità, seppure nella diversità di opinioni, convinzioni, punti di vista, ad un ascolto radicale e profondo dell’altro.
Una quotidianità in cammino di prove, scelte, azioni, passi, incontri, affetti, cadute, dubbi, battaglie, perdono… che cerca sostegno senza illudersi. Che cerca relazioni autentiche e motivazioni sufficienti per reggere l’incertezza…
“Nell’ordinarieta’” di questo tempo nel quale sembra prevalere la paura delle differenze, dell’isolamento con un crescendo di sconforto, di depressione… Dove un piccolo virus si prende gioco di noi, fa strage di solidarietà sociale, fa mantenere distanze e mette con le spalle al muro la scienza, la medicina, l’economia…
Dove la raccapricciante, immorale vicenda di questi giorni non è stata una tragica fatalità, ma il frutto avvelenato della cultura della irresponsabilità e del profitto…
Dio c’è, non molla e si rivela ancora a noi, tutti i giorni… Ed è il volto di chi non solo non fa differenze, ma è in sé differenza che non divide, distinzione che non discrimina, identità che non impone perché è comunione vera che sgorga dal dono della vita… e noi che ne facciamo di tanta dignità, libertà…?!!
Dio non è una idea astratta lontana e complicata ma una esperienza di vita vera, è trinità d’amore quotidiano che stimola a progettare, a generare misericordia, pietà, pace…
Lasciamoci guidare da quell’amore che sa rigenerare relazioni di comunione, rispetto, riconoscimento per ritrovare il senso profondo del nostro stare al mondo. Lasciamoci guidare da quell’unica sapienza che sa abbattere muri, differenze, paura, rabbia e pessimismo per costruire una società basata su principi non così fallimentari.
Anonimo


23/05/21 Mc 15,26-27; 16,12-15.

Domenica è la solennità della Pentecoste e il festeggiato è lo Spirito Santo, un ospite “misterioso” e quasi dimenticato.
Gli Apostoli furono strappati alle loro paure e buttati sulla pubblica piazza e le loro parole diventarono uno strumento che permetteva di comunicare con persone di cultura e lingue diverse. La differenza non diventa dispersione, incomprensione, ma unità nella diversità.
Noi avvertiamo il bisogno di questo Spirito di verità?
E… pensare che in questo nostro tempo difficile di fatica, calura opprimente, pianto… se solo ci lasciassimo invadere nell’intimo, sostenere, consolare, confortare, illuminare! Lui non ci toglierebbe queste prove, ma ci darebbe il vigore di resistere e di affrontarle, attraversandole.
E’ arrivato il momento di aprirci all’azione dello Spirito Santo.
Di invocarlo a prendere in mano la nostra vita; di scuoterci dalle distrazioni, dalle nostre indifferenze; dal nostro egoismo, dalle nostre presunzioni.
Gli Apostoli trovarono il coraggio di parlare: trovarono la forza di testimoniare, con i gesti, il Vangelo; di far vedere ciò che è invisibile.
lo Spirito “modifica”. Non lo vediamo in se stesso, ma solo mediante ciò che esso opera.
Si vede quando preghiamo, perdoniamo, non speculiamo, paghiamo le tasse, aiutiamo il prossimo, siamo fedeli, coerenti. Quando viviamo la nostra vita come luogo di senso e impegno, in quell’ufficio, in quell’ospedale, allo stadio, in quello studio televisivo, in quella redazione giornalistica, sui social, in politica, in famiglia, rendendo migliore il mondo che tutti abitiamo.
C’è una forza che viene garantita e offerta a tutti coloro che credono che la verità che guida la nostra vita sia ancora ampiamente da concretizzare!
È quel vento forte che fa saltare le nostre barriere, la mancanza di scelte e gesti attenti alle ingiustizie, sofferenze, solitudini.
È il fuoco per bruciare le nostre resistenze e mediocrità.
È l’energia necessaria per lottare e compiere quei prodigi che solo un cuore abitato dalla parola di vita può realizzare.
Non è restando chiusi nelle nostre paure che potremo scoprire la ricchezza della diversità ma aprendoci al dono della forza capace di accogliere, comunicare, rispettare e costruire ciò che parla di pace, comprensione reciproca, misericordia, fedeltà, ospitalità, sacrificio.
Solamente in questo stile di vita riconosciamo i frutti d’amore che diventano la lingua comune per capirsi e comunicare.
E’ di questo che la nostra società, divisa e lacerata, ha urgente bisogno!
Anonimo


16/05/21 Mc 16,15-20.

L’episodio dell’ascensione di Gesù al cielo mi fa pensare ad un momento di congedo, necessario per poter ripartire. È un evento che genera, proprio perché permette di prendere una pausa da quello che è avvenuto.
A volte anche noi siamo incapaci di ripartire, perché rimaniamo attaccati a quello che è successo, rischiamo di fissarci senza la capacità di voltare pagina.
Il rischio di rimanere delusi, fermi e chiusi dentro, è sempre in agguato, soprattutto in quei tempi della vita in cui non riusciamo a capire cosa sta avvenendo, nelle situazioni in cui saltano i nostri schemi o quando ci troviamo davanti a fatti che sembrano più grandi di noi.
Gesù invita ad andare. E alla fine i discepoli mostrano di aver accolto il suo invito, infatti partirono e predicarono. Nella loro vita è avvenuto un cambiamento e si sono rimessi in moto.
Per ripartire, occorre prendere atto che le cose sono cambiate. A volte è proprio questa la fatica più grande: le cose non rimangono mai uguali per sempre, c’è una novità in cui di volta in volta si deve entrare.
E… sarebbe bello trovare un “salvatore” cui assegnare il compito di risolvere l’interminabile complessità dei problemi con cui ogni giorno si ha a che fare, e da cui trovare giuste soluzioni…!
Gesù manda i discepoli nel mondo, ma senza nascondere la durezza dell’esperienza …
La gioia, il bene, la salvezza che cerchiamo sono dentro le nostre scelte, fatiche, sofferenze.
Perché questo tempo è il mio, il tuo, il nostro!
E… con la forza e potenza della testimonianza che dall’alto abbiamo ricevuto, ci sostiene e che dobbiamo portare in noi…è nella nostra quotidianità che ci dobbiamo assumere la responsabilità richiesta e generare ciò che ha valore eterno; operare con quei segni che scacciano ogni sorta di male: tentazioni, invidie, tentativi di divisione; imparare a parlare lingue nuove per capire l’altro senza umiliazioni, emarginazioni, ambiguità, ipocrisia; comunicare laddove sembra impossibile, abitare culture che sembrano distanti; attivarci per gli altri attraverso gesti di rispetto, tenerezza, cura.
Guardando Gesù che ritorna al Padre, siamo invitati a ripensare alla dinamica della nostra vita.
Adesso, oggi, siamo fermi o ci rimettiamo in moto per fare la nostra parte, mettere a fuoco ciò che è essenziale per vivere, diffondere un modo nuovo di pensare e agire, prendendoci cura di questa terra e del suo bisogno di umanità?
Anonimo


09/05/21 Gv 15,9-17.

Lasciarsi amare per amare…
Se non fossimo radicati dall’abitudine, dalla crescente indifferenza, dall’incapacità di lasciarci scuotere, quanta forza ci darebbero queste parole! Tutti cerchiamo la felicità, tutti desideriamo, chi più, chi meno, di essere amati.
Tutto il vangelo conduce a questa unica, schietta verità: siamo amati. Amati da Dio che ci ha voluti, pensati, siamo preziosi ai suoi occhi.
Non è sempre facile credere questo: molti, fra noi, fanno esperienza di mediocrità, di dolore, di solitudine.
Il mondo ci ama solo se abbiamo qualcosa da dare, Dio invece ci ama non perché siamo amabili, ma perché ci ha creati. Tutta la nostra vita consiste nello scoprirci amati.
E Gesù insiste: dimorate in questo amore, restateci.
E possiamo dimorare solo osservando i comandamenti.
Gesù è venuto a donare un nuovo “comandamento”: imita il Padre che ti ama e riama te stesso, gli altri, Lui.
I comandamenti, allora, non diventano una serie di regole, di norme da osservare per meritare l’amore, ma il modo di manifestare questo amore.
Amare come egli ci ha amato significa entrare nella logica del dono totale di sé, senza condizioni.
Un amore unico che rende capaci di verità, dedizione, passione.
Un amore, che non è egoista e che non si lascia divorare dall’altro, una vita donata e ripresa, una relazione consapevole che non lascia dominare l’emozione ma diventa cosciente scelta di amare.
Non la felicità usa e getta che il mondo ci vende sempre a caro prezzo, ma la gioia che diventa consapevolezza. Possiamo anche avere una vita sfortunata e intessuta di dolore, ma la gioia permane, perché sappiamo di essere partecipi di un grande progetto d’amore che ci coinvolge.
Sta a me, a noi muoverci, fare pulizia di ciò che non conduce da nessuna parte e non sa generare umanità, futuro, vita.
Ci è richiesto di andare e testimoniare quell’amore che possiamo solo ricevere e imparare per rendere concretamente visibile e tangibile quel frutto che ci è comandato di portare.
Dimoriamo nella sua concretezza e diamo origine a legami di gioia, amicizia, pienezza, comunione, speranza con quel mondo che non vuole essere noncurante e insensibile.
Anonimo