LA CASA SULLA ROCCIA

MEDITAZIONI SUL VANGELO DELLA DOMENICA


13/06/21 Mc 4,26-34.

“Camminare nella fede e non nella visione”.
La difficoltà sta proprio nel conformarsi al modo di pensare e di agire di Dio, che contrasta con la nostra realtà, dove sono gli alberi alti a emergere, a comandare, a essere premiati. “Nella visione” è così: l’albero alto comanda e quello basso obbedisce; l’albero alto è osannato, quello basso è dimenticato. E’ stato sempre così, e oggi, nella cultura dell’immagine e del look, lo è più che mai. La tivù, i social lo raccontano, lo confermano e lo incoraggiano a getto continuo.
Per riuscire a vivere da “albero basso” e da “granello di senape”, nella convinzione che la parola di Dio è vera nonostante ciò che vediamo, è necessario compiere un’ulteriore scelta: accettare con fiducia i tempi di Dio.
Per noi che viviamo nella società del fare, dell’apparire, della “speculazione”, dell’efficienza, del tutto subito, è difficilissimo. Rischiamo di dimenticare e non valorizzare quello del silenzio, dell’attesa, della riflessione, della “maturazione” delle cose, perché il tempo non ci basta mai, e allora dobbiamo correre, andare di fretta e mettere fretta, affannarci e affannare.
Il bisogno di “immediatezza” fa dimenticare il passato, agire d’impulso, cancellare la storia condivisa, ridurre l’altro alle sue prestazioni.
Invece Dio è paziente. Gesù ce lo rivela con la sua straordinaria parabola: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.”
Nella cultura della concezione che basta un clic per trovare una soluzione o una notizia… Tra i suoi molti altri effetti, il virus ci ha spogliato di tutte le certezze che parevano esserci sufficienti, ponendoci di fronte a noi stessi. È come se ci avesse privati di una corazza e di una maschera, tanto che è dovuta uscire allo scoperto la nostra parte più profonda e più vera. La vita, e cosa la nutre davvero. La fede chiamata a mostrarsi in ciascuno di noi così com’è, e quanto vale…
Solitudine e isolamento hanno messo a nudo la nostra fragilità emersa in tutta la sua crudezza, e ci hanno fatto incontrare o scontrare con la nostra vulnerabilità…
E con profonda “ironia” Gesù continua: “Il Regno è come un granellino di senape che diviene il più grande di tutti gli ortaggi”. L’albero della senape cresce nell’orto di casa. È un arbusto insignificante, non richiama l’attenzione per la sua magnificenza…
Il suo Regno, nel momento del suo massimo sviluppo, non sarà appariscente, trionfalistico, spettacolare, ma una realtà modesta. Basterà un granellino di “bene” per realizzare il miracolo della cura, accoglienza, prossimità.
Per costituire un esempio per gli altri, un sostegno, una protezione, un punto di riferimento, un refrigerio, dalle fatiche della vita quotidiana.
Custodiamo, proteggiamo e lasciamo germogliare tutto ciò che di prezioso la vita ci ha permesso di ricevere e incontrare senza perdere i criteri di umanità soprattutto quando sono scomodi, difficoltosi e impopolari.
Anonimo


06/06/21 Mc 14,12-16,32-36 Corpus Domini.

La festa del Corpus Domini celebra con gioia la presenza reale di Gesù nel pane e nel vino della celebrazione eucaristica.
Ha voluto farsi pane vivo per sostenerci nel viaggio della nostra vita, una donazione perenne senza riserve; si è fatto pane spezzato e sangue versato e chiede a noi di donarci agli altri, di non vivere solo per noi stessi ma l’uno per l’altro.
L’eucarestia nella vita si traduce dall’io al tu. Se togliamo lo sguardo da noi stessi vediamo che c’è un mondo più o meno vicino che chiede che qualcuno si accorga della sua presenza, solitudine, sofferenza, debolezza, bisogno di aiuto.
Di fronte alla fame di pane, casa…, è facile pensare che ognuno debba aggiustarsi da solo o che la cosa non ci riguardi, magari spostando o demandando la soluzione del problema ad altri…
Guardare a Gesù significa trovare valori affidabili e duraturi su cui poggiare le basi per il futuro della nostra società. Condividere pane, tempo, vita, esperienze, speranza, fede.
Una società che distoglie lo sguardo da Dio diventa sempre più fredda, egocentrica, curva su stessa, insensibile, disumana.
Ci sono oramai episodi, fatti, comportamenti che superano ogni “fantasia” e di gravità inaudite che schiacciano gli altri senza che nessuno reagisca…
Gesù desidera che siano abbattuti i muri dell’indifferenza e delle prepotenze, delle “falsità”, dei soprusi e aperte le vie della giustizia, della verità e del rispetto.
Ci chiama di portarlo lungo le strade della nostra vita e del nostro tempo: dove viviamo, lavoriamo e ci incontriamo. Non lo possiamo mettere da parte nella vita pubblica e neppure nelle decisioni politiche e sociali che ci vengono affidate.
Gesù ci chiama di entrare nelle nostre “città”: aprire le porte, accoglierlo nelle nostre famiglie e portare fraternità, giustizia, pace, perdono.
Ci chiede di smetterla di essere persone ambigue che mostrano facce diverse a seconda del proprio tornaconto o della situazione del momento… ma di essere uomini e donne giusti, che credono in ciò che dicono e lo propongono in modo serio, dichiarato, equilibrato, solidale e assolutamente rispettabile.
Di assumerci la responsabilità del prendersi cura, essere segno di ospitalità, attenzione, vicinanza, farsi pane per quella fame di vita, scegliendo di non trattenere per sé ciò che si ha e che si è, ma di condividerlo con coloro che sono nel bisogno e nella necessità.
Non è vero che io non ho e non sono niente, perché posso fare la differenza e diventare il miracolo della disponibilità e sperimentare ciò che ha qualità eterna e indistruttibile.
Anonimo


30/05/21 Mt 28,16-20 S.S. Trinità.

Il Vangelo secondo Matteo questa domenica colpisce per la sua essenzialità.
Si apre con una duplice sottolineatura: da un lato gli Undici che, obbedendo alle parole di Gesù, vanno in Galilea, si prostrano al vederlo, ma dubitano.
Quel dubbio che, davanti alle continue sfide che il vivere sociale richiede, accompagna le nostre fatiche, fragilità, sofferenze, debolezze del manifestarci cristiani.
Dall’altro il Gesù Risorto che affida loro il compito di andare, creare legami, battezzare, annunciare al mondo che Dio è Padre e che nel Figlio ci dona la vita e la forza dello Spirito Santo.
Non è dunque mai tempo per stare fermi, chiusi e ripiegati su sé stessi, non è tempo di alzare barriere di difesa, instaurare rapporti distaccati e superficiali, per distinguersi da altri.
È tempo di metterci in movimento e insegnare agli altri Gesù, con la testimonianza della nostra vita vissuta in modo conforme al Vangelo. Con la responsabilità di dover contribuire a realizzare ciò che può dare pienezza, bellezza, senso alla vita di ciascuno. Con la consapevolezza che è praticabile la via dell’unità, seppure nella diversità di opinioni, convinzioni, punti di vista, ad un ascolto radicale e profondo dell’altro.
Una quotidianità in cammino di prove, scelte, azioni, passi, incontri, affetti, cadute, dubbi, battaglie, perdono… che cerca sostegno senza illudersi. Che cerca relazioni autentiche e motivazioni sufficienti per reggere l’incertezza…
“Nell’ordinarieta’” di questo tempo nel quale sembra prevalere la paura delle differenze, dell’isolamento con un crescendo di sconforto, di depressione… Dove un piccolo virus si prende gioco di noi, fa strage di solidarietà sociale, fa mantenere distanze e mette con le spalle al muro la scienza, la medicina, l’economia…
Dove la raccapricciante, immorale vicenda di questi giorni non è stata una tragica fatalità, ma il frutto avvelenato della cultura della irresponsabilità e del profitto…
Dio c’è, non molla e si rivela ancora a noi, tutti i giorni… Ed è il volto di chi non solo non fa differenze, ma è in sé differenza che non divide, distinzione che non discrimina, identità che non impone perché è comunione vera che sgorga dal dono della vita… e noi che ne facciamo di tanta dignità, libertà…?!!
Dio non è una idea astratta lontana e complicata ma una esperienza di vita vera, è trinità d’amore quotidiano che stimola a progettare, a generare misericordia, pietà, pace…
Lasciamoci guidare da quell’amore che sa rigenerare relazioni di comunione, rispetto, riconoscimento per ritrovare il senso profondo del nostro stare al mondo. Lasciamoci guidare da quell’unica sapienza che sa abbattere muri, differenze, paura, rabbia e pessimismo per costruire una società basata su principi non così fallimentari.
Anonimo


23/05/21 Mc 15,26-27; 16,12-15.

Domenica è la solennità della Pentecoste e il festeggiato è lo Spirito Santo, un ospite “misterioso” e quasi dimenticato.
Gli Apostoli furono strappati alle loro paure e buttati sulla pubblica piazza e le loro parole diventarono uno strumento che permetteva di comunicare con persone di cultura e lingue diverse. La differenza non diventa dispersione, incomprensione, ma unità nella diversità.
Noi avvertiamo il bisogno di questo Spirito di verità?
E… pensare che in questo nostro tempo difficile di fatica, calura opprimente, pianto… se solo ci lasciassimo invadere nell’intimo, sostenere, consolare, confortare, illuminare! Lui non ci toglierebbe queste prove, ma ci darebbe il vigore di resistere e di affrontarle, attraversandole.
E’ arrivato il momento di aprirci all’azione dello Spirito Santo.
Di invocarlo a prendere in mano la nostra vita; di scuoterci dalle distrazioni, dalle nostre indifferenze; dal nostro egoismo, dalle nostre presunzioni.
Gli Apostoli trovarono il coraggio di parlare: trovarono la forza di testimoniare, con i gesti, il Vangelo; di far vedere ciò che è invisibile.
lo Spirito “modifica”. Non lo vediamo in se stesso, ma solo mediante ciò che esso opera.
Si vede quando preghiamo, perdoniamo, non speculiamo, paghiamo le tasse, aiutiamo il prossimo, siamo fedeli, coerenti. Quando viviamo la nostra vita come luogo di senso e impegno, in quell’ufficio, in quell’ospedale, allo stadio, in quello studio televisivo, in quella redazione giornalistica, sui social, in politica, in famiglia, rendendo migliore il mondo che tutti abitiamo.
C’è una forza che viene garantita e offerta a tutti coloro che credono che la verità che guida la nostra vita sia ancora ampiamente da concretizzare!
È quel vento forte che fa saltare le nostre barriere, la mancanza di scelte e gesti attenti alle ingiustizie, sofferenze, solitudini.
È il fuoco per bruciare le nostre resistenze e mediocrità.
È l’energia necessaria per lottare e compiere quei prodigi che solo un cuore abitato dalla parola di vita può realizzare.
Non è restando chiusi nelle nostre paure che potremo scoprire la ricchezza della diversità ma aprendoci al dono della forza capace di accogliere, comunicare, rispettare e costruire ciò che parla di pace, comprensione reciproca, misericordia, fedeltà, ospitalità, sacrificio.
Solamente in questo stile di vita riconosciamo i frutti d’amore che diventano la lingua comune per capirsi e comunicare.
E’ di questo che la nostra società, divisa e lacerata, ha urgente bisogno!
Anonimo


16/05/21 Mc 16,15-20.

L’episodio dell’ascensione di Gesù al cielo mi fa pensare ad un momento di congedo, necessario per poter ripartire. È un evento che genera, proprio perché permette di prendere una pausa da quello che è avvenuto.
A volte anche noi siamo incapaci di ripartire, perché rimaniamo attaccati a quello che è successo, rischiamo di fissarci senza la capacità di voltare pagina.
Il rischio di rimanere delusi, fermi e chiusi dentro, è sempre in agguato, soprattutto in quei tempi della vita in cui non riusciamo a capire cosa sta avvenendo, nelle situazioni in cui saltano i nostri schemi o quando ci troviamo davanti a fatti che sembrano più grandi di noi.
Gesù invita ad andare. E alla fine i discepoli mostrano di aver accolto il suo invito, infatti partirono e predicarono. Nella loro vita è avvenuto un cambiamento e si sono rimessi in moto.
Per ripartire, occorre prendere atto che le cose sono cambiate. A volte è proprio questa la fatica più grande: le cose non rimangono mai uguali per sempre, c’è una novità in cui di volta in volta si deve entrare.
E… sarebbe bello trovare un “salvatore” cui assegnare il compito di risolvere l’interminabile complessità dei problemi con cui ogni giorno si ha a che fare, e da cui trovare giuste soluzioni…!
Gesù manda i discepoli nel mondo, ma senza nascondere la durezza dell’esperienza …
La gioia, il bene, la salvezza che cerchiamo sono dentro le nostre scelte, fatiche, sofferenze.
Perché questo tempo è il mio, il tuo, il nostro!
E… con la forza e potenza della testimonianza che dall’alto abbiamo ricevuto, ci sostiene e che dobbiamo portare in noi…è nella nostra quotidianità che ci dobbiamo assumere la responsabilità richiesta e generare ciò che ha valore eterno; operare con quei segni che scacciano ogni sorta di male: tentazioni, invidie, tentativi di divisione; imparare a parlare lingue nuove per capire l’altro senza umiliazioni, emarginazioni, ambiguità, ipocrisia; comunicare laddove sembra impossibile, abitare culture che sembrano distanti; attivarci per gli altri attraverso gesti di rispetto, tenerezza, cura.
Guardando Gesù che ritorna al Padre, siamo invitati a ripensare alla dinamica della nostra vita.
Adesso, oggi, siamo fermi o ci rimettiamo in moto per fare la nostra parte, mettere a fuoco ciò che è essenziale per vivere, diffondere un modo nuovo di pensare e agire, prendendoci cura di questa terra e del suo bisogno di umanità?
Anonimo


09/05/21 Gv 15,9-17.

Lasciarsi amare per amare…
Se non fossimo radicati dall’abitudine, dalla crescente indifferenza, dall’incapacità di lasciarci scuotere, quanta forza ci darebbero queste parole! Tutti cerchiamo la felicità, tutti desideriamo, chi più, chi meno, di essere amati.
Tutto il vangelo conduce a questa unica, schietta verità: siamo amati. Amati da Dio che ci ha voluti, pensati, siamo preziosi ai suoi occhi.
Non è sempre facile credere questo: molti, fra noi, fanno esperienza di mediocrità, di dolore, di solitudine.
Il mondo ci ama solo se abbiamo qualcosa da dare, Dio invece ci ama non perché siamo amabili, ma perché ci ha creati. Tutta la nostra vita consiste nello scoprirci amati.
E Gesù insiste: dimorate in questo amore, restateci.
E possiamo dimorare solo osservando i comandamenti.
Gesù è venuto a donare un nuovo “comandamento”: imita il Padre che ti ama e riama te stesso, gli altri, Lui.
I comandamenti, allora, non diventano una serie di regole, di norme da osservare per meritare l’amore, ma il modo di manifestare questo amore.
Amare come egli ci ha amato significa entrare nella logica del dono totale di sé, senza condizioni.
Un amore unico che rende capaci di verità, dedizione, passione.
Un amore, che non è egoista e che non si lascia divorare dall’altro, una vita donata e ripresa, una relazione consapevole che non lascia dominare l’emozione ma diventa cosciente scelta di amare.
Non la felicità usa e getta che il mondo ci vende sempre a caro prezzo, ma la gioia che diventa consapevolezza. Possiamo anche avere una vita sfortunata e intessuta di dolore, ma la gioia permane, perché sappiamo di essere partecipi di un grande progetto d’amore che ci coinvolge.
Sta a me, a noi muoverci, fare pulizia di ciò che non conduce da nessuna parte e non sa generare umanità, futuro, vita.
Ci è richiesto di andare e testimoniare quell’amore che possiamo solo ricevere e imparare per rendere concretamente visibile e tangibile quel frutto che ci è comandato di portare.
Dimoriamo nella sua concretezza e diamo origine a legami di gioia, amicizia, pienezza, comunione, speranza con quel mondo che non vuole essere noncurante e insensibile.
Anonimo


02/05/21 Gv 15,1-8.

Un appello appassionato quello di Gesù a rimanere, espresso in questo passo del Vangelo!
ll nostro tempo sembra invece offrire molti spunti per non rimanere: la confusione politica, l’intolleranza nelle relazioni, l’incapacità di ascoltare e valorizzare le persone, i gravi disagi di questa pandemia…
Ce ne vogliamo andare quando siamo delusi, quando vediamo che le cose non vanno come ci aspettiamo. Quando ci sentiamo esclusi, quando ci sembra di non avere più nulla da dare. Ce ne vogliamo andare quando siamo arrabbiati, quando ci troviamo davanti all’ingiustizia.
Davanti alla delusione e alla rabbia, siamo spinti a spezzare le relazioni e senza rendercene conto ci spezziamo. E l’invito di Gesù non è un appello a rimanere passivi là dove siamo, ma a rimanere legati. Talvolta si può rimanere in una situazione, ma isolati. L’amore non è l’ostinazione a non cambiare, ma l’apertura che permette alla linfa di circolare. Il tralcio può anche rimanere apparentemente innestato nella vite, ma senza permettere alla linfa di circolare.
Gesù ci chiede di rimanere in lui e lasciare che lui rimanga in noi.
Spesso, avanziamo la pretesa di vivere una fede come piace a noi, secondo i nostri ritmi, i nostri tempi, i nostri desideri, le nostre ispirazioni: per cui, ci sentiamo appagati nella nostra sete delle cose di Dio solo quando piace a noi.
Una fede “fai da te”, costruita su misura per noi e a nostro piacere, non sa di nulla e forse è pure dannosa.
Lasciamoci ispirare dall’immagine del Vangelo di oggi, e ricuperiamo una fede fatta di un rapporto naturale con Dio: … una fede che affondi le proprie radici nella propria terra, con tutta la ricchezza del suolo della sua storia; una fede che faccia la fatica di sopportare l’arsura delle giornate di calore e il freddo delle piogge d’inverno; una fede che gioisca di fronte al risveglio della primavera; una fede che non ha fretta, e che si prepara a dare frutto al momento opportuno; una fede che guarda al di fuori dei confini del proprio orto non per sognare frutti che lei non sa dare, ma per respirare aria nuova capace di rigenerarla…
Gesù non ci illude, presentandoci una fioritura indolore.
La vita passa anche attraverso le potature. Oggi viviamo in una cultura che esorcizza le potature. Noi adulti, genitori o educatori, abbiamo paura di tagliare, di accorciare. La fioritura passa attraverso un tempo di spogliazione, dove la pianta appare nuda e inerme. Ma senza le potature, la pianta si indebolisce.
Sono, siamo chiamati a modellare identità capaci di resistere nel tempo, a formare coscienze in grado di non disperdersi.
Solo seguendo consistenti criteri guida, fatica, sofferenza , rispetto della persona e dell’ambiente in cui siamo chiamati a vivere, diventeremo frutti al servizio di ciò che è autenticamente umano e dà senso, continuità, forma al nostro stare al mondo.
Anonimo


25/04/21 Gv 10,11-18.

Gesù ci sta dicendo che non rivendica nessun potere su di noi se non quello di prendersi cura della nostra salute, della nostra fame e della nostra sete, del nostro benessere e delle nostre paure. Difensore dai pericoli, cercatore instancabile di ciò che nutre la nostra vita, garante della nostra serenità.
Abbiamo tutti un immenso bisogno di sentirci custoditi e amati, abbiamo bisogno di qualcuno che abbracci la nostra stanchezza, abbia cura delle nostre ferite, che ci rialzi dopo ogni caduta e che ci chiami per nome come realtà uniche e preziose.
Non ci sono discriminazioni, differenze; Egli è il pastore di tutti, anche di coloro che sono fuori dal recinto, che non appartengono alla cerchia dei conosciuti, dei sani, di coloro che sono i “buoni”. Gesù ama tutti indistintamente e desidera il bene di ogni uomo.
E noi? E io? Siamo capaci di prenderci cura di chi ci cammina accanto ogni giorno?
Se l’amore di Gesù è per ogni uomo, come è possibile tanta discriminazione e razzismo nella nostra società? Come può essere che si ragioni sul benessere di pochi?
La strada giusta non è quella del recinto proprio, quella dei tanti confini che identificano la propria condizione sociale. Come cristiani, dovrei, dovremmo essere più coerenti nelle nostre scelte e più coraggiosi, pensando che Gesù è venuto per costituire un solo “gregge”. Il pericolo è che, talvolta, rischiamo di affidarci ai troppi mercenari, oggi alla ribalta, che si muovono per interesse e secondi fini, che vendono false speranze, illusioni e che annunciano, mentendo, gioia e benessere, per poi abbandonarci quando vedono arrivare il lupo.
Gesù, con il suo dare la vita, ci vuole indicare il suo modo di amare, di lottare, di sentire, perché solo con un “supplemento di vita”, che proviene da Dio, saremo in grado di battere i “padroni” della prepotenza, crudeltà, cattiveria, indifferenza …In questo modo anch’io, anche noi potremo guidare il piccolo gregge che ci è affidato, che è la nostra famiglia, i nostri colleghi, i nostri amici, la piccola porzione di Chiesa di cui facciamo parte…
Sentiamo la sfida di scoprire, di mescolarci, di vedere, fidarsi, credere in quel crocifisso e alla pienezza d’umanità che ci ha lasciato come regola di vita.
Anonimo


18/04/21 Lc 24,35-48.

Cosa serve per credere? Di cosa avremmo bisogno perché la nostra fede sia certa e determinata?
I discepoli: vedono, toccano, fanno esperienza, ricevono lo Spirito, incontrano il Risorto, alternano gioia a stupore, paura a turbamento… eppure non riescono a credere!
Credere nella risurrezione è qualcosa che va oltre ogni nostra capacità razionale. Ci chiede di dubitare ogni certezza, ogni bisogno di sicurezza; ci chiede di rimettere ordine alle priorità della nostra vita, spesso fatta di progetti, di opportunità, di traguardi, di obiettivi da raggiungere costi quel che costi.
E invece il Risorto si offre a noi portando con sé, e offrendoci, un’esperienza di morte, di sconfitta, di dolore…
Accettarla, farla nostra, assumerla come stile di vita non è questione di sforzo personale, ma di apertura.
Il vero peccato è proprio non fare, non voler cambiare la nostra mente, rifiutare di credere in questo…
Non è sufficiente pregare, partecipare alla Messa e ai sacramenti, cercare di essere brave persone, chiedere perdono per i propri peccati, confidando di raggiungere il Signore risorto in paradiso per la misericordia di Dio… Non è la testimonianza che Gesù ci ha chiesto e ci chiede.
Essere testimoni che Gesù è risorto e sta in mezzo a noi, comporta renderlo presente sempre e in ogni luogo: dentro di noi, nei nostri progetti, nei nostri sentimenti, nei nostri rapporti interpersonali e sociali, nei luoghi del lavoro e dell’amicizia…, rovesciando i criteri umani di valutazione con l’osservanza dei suoi comandamenti che cambiano significato e importanza a tutto ciò che pensiamo, diciamo, facciamo.
Attraverso la Parola e il Pane spezzato Gesù ci vuole provocare a riconoscerlo ancora oggi vivo e presente. A credere nella sua non tangibile presenza.
A trovare la forza di testimoniarlo nella concretezza di una fede che chiede il coraggio di non mollare, di non arrendersi anche quando la “croce” sembra la fine di ogni speranza.
Come ai discepoli di Emmaus, è lì per dirci che noi non saremo mai soli, che potremo contare sul suo aiuto e sulla sua vicinanza in ogni momento.
Anonimo


11/04/21 Gv 20,19-31.

Tommaso è una figura controversa: da molti è considerato l’incredulo, la pecora nera degli apostoli. Eppure forse è tutt’altro: è il paradigma, perché in ognuno di noi, in qualche angolo del nostro cuore c’è un Tommaso, c’è questa incredulità!
Sono tante le sfumature del dubbio: quante volte ti sei detto: “Ma è possibile? Che questo l’abbia fatto Dio? Che abbia deciso questa pandemia, che permetta il male, la cattiveria, l’odio?”
Quante volte è crollato quello in cui credevi, che ti sosteneva nel tuo andare e per cui ti davi da fare.
Quante volte, di fronte a fallimenti, delusioni, lutti della vita, hai dubitato e ti sei chiesto: “Ma cosa fa Dio?; dov’è?”.
Tommaso allora ti insegna una cosa molto profonda: devi riconquistare, conservare ogni giorno la tua fede, non è facile ma è ciò che devi fare.
E la fede si impara. Ti devi formare e porre in cammino per diventare un “credente”, per imparare la fede adulta e autentica, su cui radicare la tua vita.
La prima conversione è cambiare la tua mente. La risurrezione deve diventare il concreto criterio del tuo pensare, agire, operare. Tocca, vedi e riconosci Dio in quel crocifisso risorto, in quel ferito, in quel sofferente, in quello che sta ai margini della società, in quello che tutti rifiutano…!
Gesù entra “a porte chiuse”. Quante volte ti chiudi a riccio per difenderti da illusioni, smentite, ferite e sbarri le porte del tuo cuore e della tua vita, forse persino quando sei a messa.
La paura è la cifra della sconfitta, del prevalere del male, dell’oscurità, dell’impossibilità di una qualsiasi speranza.
Ma Lui è lì a mostrarti i segni dei chiodi nelle mani e della lancia nel fianco. A garantirti che si può passare dentro a tutto ciò che sa di morte per un oltre di luce.
È lì a donarti la forma per ricominciare e trovare il senso non provvisorio del tuo stare al mondo.
A ricordarti che lui è la speranza, la prospettiva nuova, la vittoria della luce sulle tenebre, il capovolgimento della prevalente e degenerata logica di questo mondo.
È lì che ti chiede però il “coraggio creativo” di una testimonianza che sappia mostrare con i fatti la pace, offerta come novità e principio di perdono, condivisone, amore, comunione e autentica fraternità.
Anonimo


04/04/21 Gv 20,1-9. Pasqua.

Il racconto di quel mattino, il giorno dopo il sabato, l’intensità e il mistero di quel sepolcro vuoto, pieno della presenza di Dio sono davvero uno straordinario capolavoro!
I primi a giungere guardano ma non vedono. All’inizio Maria di Magdala, osserva la pietra rotolata via e ne offre un’interpretazione errata: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto!”
Quando il nostro guardare è vincolato al passato non riusciamo ad accogliere la novità di Cristo…
Neppure gli occhi di Pietro permettono di capire.
Se la ragione non è orientata dalla “Scrittura” rimane cieca…
Il discepolo amato da Gesù, in cui ciascuno di noi si può riconoscere, è infine colui che “vide e credette”.
Possiamo anche noi vedere il Risorto? E dove?
In questo ultimo anno ci sembra più arduo, ce la stiamo mettendo tutta e non è mai abbastanza… Ma la paura non può fermarci, non vogliamo rinunciare e non possiamo accettare che la “notte” sia la soglia ultima del vivere e stare al mondo…
Lo vediamo nella primavera, nella storia dove c’è una rete di solidarietà, sogni, relazioni, passioni, nelle persone attorno a noi, generose e mai scontate.
Lo vediamo in noi, quando scopriamo quella forza di rialzarci di cui non eravamo consapevoli.
Lo vediamo nei vuoti che si sono venuti a creare in questo periodo faticosissimo… che non ci condizionano ad arrenderci e a poco poco scopriamo che la speranza è l’oltre offerto a chi non rinuncia.
La Pasqua non è la magica soluzione ai problemi, ma la certezza che la vittoria della speranza è ciò che il Risorto garantisce e dona a tutti coloro che credono nella vitalità dell’amore.
È in lui, nella sua luce e risurrezione che troviamo la forza di ricominciare sempre!
Anonimo


28/03/21 Mc 14 1-15,47. Domenica delle palme.

Con la celebrazione delle Palme si apre la grande e santa settimana della passione, morte e risurrezione del Signore. La settimana santa non è solamente un momento importante dell’anno liturgico, è la sorgente stessa di tutte le altre celebrazioni dell’anno. Tutte, infatti, nascono dal mistero della Pasqua da cui scaturisce l’opera salvifica di Dio. Durante tutta la Quaresima abbiamo compiuto una sorta di pellegrinaggio, che ci ha portato fino a questa domenica delle Palme. La nostra meta era Gerusalemme, e così la liturgia ci fa iniziare questa settimana con il ricordo dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme.
In questi giorni vogliamo infatti seguire Gesù da vicino. Non si stacchino i nostri occhi da lui perché dai suoi gesti apprendiamo il suo grande amore per tutti. Sì, dobbiamo tener fissi i nostri occhi sul volto di Gesù che accetta anche la morte, pur di salvarci. Gli occhi del Signore, affranti dal dolore ma sempre pieni di misericordia e di affetto, ci guarderanno come guardarono Pietro che pure lo aveva negato; e sentiremo nel profondo del nostro cuore un nodo di dolore e insieme di tenerezza.
Questi santi giorni si aprono con la memoria dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Le ultime tappe sono Betfage e Betania, paesi sul monte degli Ulivi (Mc 11, 1). Gesù manda avanti due discepoli perché procurino per lui una cavalcatura. Vuole entrare in Gerusalemme come mai aveva fatto prima. Fino a quel momento, infatti, tutte le volte che era venuto a Gerusalemme, si era tenuto nella discrezione di una predicazione non sempre riuscita. Ora, invece, entra nella città santa e nel Tempio per l’ultima volta e vuole rivelare con chiarezza la sua missione di vero e nuovo pastore d’Israele, anche se pesavano su di lui minacce di morte da parte delle autorità del popolo. Era dunque il momento decisivo per la sua missione e per la sua stessa vita. Era la sua “ora”; quell’ora per la quale era venuto in mezzo agli uomini.
Gesù entra a Gerusalemme su un asino come un re di pace. Scrive il profeta Zaccaria: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (9, 9). Gesù entra nella città santa come “Messia”, ossia come il salvatore che Dio ha inviato per la liberazione del suo popolo. E la gente sembra intuirlo. Infatti, gli corrono incontro perché il suo ingresso sia una festa regale: tutti si mettono a stendere i mantelli lungo la strada ove lui passa e con le mani agitano verdi rami di ulivo cantando: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore». È il canto di gioia che esprimiamo anche noi in ogni eucaristia, dopo il prefazio, mentre entriamo nella memoria della cena del Signore.
Passano pochi giorni dall’ingresso in Gerusalemme e subito Gesù diviene il crocifisso, il vinto. Egli, che aveva fatto bene ogni cosa, viene portato fuori dalla città e ucciso. Ormai sembra tutto finito per lui: non può più né parlare né guarire. Quella morte agli occhi dei più sembrò una sconfitta. In realtà era una vittoria: era la logica conclusione di una vita spesa per il Padre, per il Vangelo, per i discepoli, per i poveri. Davvero solo Dio poteva vivere e morire in quel modo, ossia dimenticando se stesso per donarsi totalmente agli altri. E se ne accorse un militare pagano. L’evangelista Marco scrive: «Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39). E Dio, Padre buono, risuscitò il suo Figlio. Non permise alla morte di vincere il Suo amore. La vittoria dell’amore di Dio sulla morte continua a guidare ancora oggi quel piccolo corteo di discepoli che si raccolgono sotto le tante croci di oggi e avvolgono i corpi crocifissi con il lenzuolo della misericordia e dell’amore. Il male e la morte non sono l’ultima parola. I discepoli di Gesù continuano ad amare i poveri, i vinti, i malati, i sofferenti, gli anziani, quelli che non hanno nulla da dare in cambio, perché l’amore vince il male e la morte. Questa liturgia che ci introduce nei giorni santi ci aiuti a comprendere che il male non ha l’ultima parola sulla nostra vita e su quella del mondo: la nostra salvezza sta nel restare accanto a Gesù che dona la sua vita per il mondo intero. A ognuno di noi la scelta di non abbandonare quel crocifisso, di non tradirlo per paura o per interesse, perché possiamo trovarci tra coloro che gusteranno la gioia della vita senza fine.
Anonimo

Gesù ha dovuto morire per salvarci…
Per chi ha interiorizzato una figura pietistica di Gesù è difficile capire la ragione per cui egli è stato ucciso. Come si può divenire nemici di colui che cura i malati, abbraccia e accarezza i bambini, ama i poveri, difende i deboli? In quest’ottica la sua morte è un fatto inspiegabile, davvero difficile da accettare, da attribuire ad una incomprensibile volontà del Padre che, per perdonare il peccato dell’uomo, aveva bisogno di vedere scorrere il sangue di un giusto.
La ragione dell’ostilità che si è scatenata contro di lui sta nel fatto che egli è apparso come luce vera, quella che illumina ogni uomo…
Alcuni raggi di questa luce che ha squarciato le tenebre del mondo sono stati particolarmente intensi. Sono raggi penetrati nel cuore delle persone semplici colmandole di gioia e di speranza; ma hanno abbagliato, hanno infastidito, sono divenuti insopportabili per gli occhi offuscati di altri, dei “benpensanti” che sanno dire “osanna” quando lo spettacolo si preannuncia maestoso, e scappano quando è necessario pagare in prima persona…
In particolare ha proposto:
-un nuovo volto di Dio. Non più un Dio giustiziere, ma un Dio che salva ogni uomo;
-un nuovo volto d’uomo. Ha capovolto i valori di questo mondo: grande per lui non è chi vince e chi domina, ma chi serve i fratelli;
-una nuova religione. Non più quella dei riti, ma quella “in spirito e verità”;
-una nuova società in cui il “primo” è il povero, il debole, l’emarginato.
Gesù non ha ricercato la morte in croce, ma per evitarla avrebbe dovuto rinnegare tutte queste sue proposte, avrebbe dovuto rientrare nei ranghi, stare zitto, adeguarsi alla mentalità corrente, rassegnarsi al trionfo del male, abbandonare per sempre l’uomo nelle mani del “principe di questo mondo”.
Ma questo sarebbe stato il fallimento della sua missione.
Il dramma della sua croce che ha preso tutto il male su di sè nella certezza di una speranza ancora da realizzare, diventa forza, condivisione, modello per i crocifissi di tutti i tempi, frantumando la non fede di troppi credenti.
Ecco cosa colpisce il centurione e lo convince di trovarsi davanti al Figlio di Dio. Ecco che cosa lo porta ad andare al di là delle apparenze e così cogliere ciò che è splendidamente divino: un Amore così grande che nulla può fermare, una misericordia così smisurata che continua anche quando l’ingiustizia devasta e umilia, la certezza di un Dio che ci da tutto quello che ha e che non ci mollerà mai!
Durante questa settimana non siamo invitati a rattristarci e a piangere la morte di Gesù, ma a gioire per la liberazione che egli ha realizzato donando la sua vita.
Quel crocifisso abbandonato, tradito, schernito può insegnarci che solo percorrendo la strada “perdente” dello spendersi per ciò che genera amore, umanità, dignità per tutti ci fa restare in piedi, trovare la vita e non perderla.
Proviamo anche ad interrogarci: davvero siamo entrati nella nuova realtà nata dal suo sacrificio? Siamo disposti ad accogliere il suo Regno assimilando il nuovo volto di Dio, la nuova religione, il nuovo volto d’uomo e la nuova società da lui proposti?
Anonimo

“Dio é vicino a ciò che é piccolo,
ama ciò che é spezzato.
Quando gli uomini dicono “perduto”
egli dice “trovato”;
quando dicono “condannato”
egli dice “salvato”;
quando dicono “abietto”
egli esclama “beato!”.
(D. Bonhoeffer)
Questa Quaresima ci ha condotti dal Deserto al Monte Tabor, dal Tempio alla notte con Nicodemo e infine con i greci che volevano vedere Gesù.
Siamo così giunti alla Domenica delle Palme che per noi cristiani segna l’inizio della Settimana Santa.
L’atmosfera che da sempre accompagna la “Passione” di Cristo é un impasto di sofferenza, ingiustizia, tradimenti, abbandono.
Devo ammettere che ho sempre vissuto questa settimana con passività e con negatività, fermandomi sempre al grande dolore fisico che quei maltrattamenti, quelle flagellazioni, quei chiodi e quelle spine hanno causato a Gesù rendendo disumana la sua morte. Quest’anno, per la prima volta, mi sto rendendo conto che la “Passione” di Cristo ha un duplice significato, il suo patimento é stato immenso e non va per nessun motivo sottovalutato o dimenticato, però, anche se con tanta fatica, dobbiamo far emergere che questa morte vuole evidenziare la “grande passione che Dio ha per ognuno di noi, un Amore così grande da donarci il suo unico Figlio.
Leggendo o ascoltando per l’ennesima volta la Passione di Gesù ci rendiamo conto che, essendo fatta di persone, é ricca di contraddizioni. Vivendo la nostra quotidiana ordinarietà ci rendiamo conto che non é scontato essere sempre fedeli, coerenti e umili, e se poi aggiungiamo il dolore e le croci tutto si complica.
“La Croce” mette a nudo, spoglia, toglie il fiato, riempie il cuore di paura, angoscia, tristezza. Gesù, vivendo questi stati d’animo in prima persona, sperimenta il vero “abbandono”.
Con grande umiltà Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme sul dorso di un asinello e la folla lo accoglie gridando “Osanna”, impulsivamente ci immedesimiamo in queste brave persone e ci dimentichiamo di tutte le volte che con rabbia lo accusiamo dei nostri problemi irrisolti, con vergogna rinneghiamo la nostra fede, per convenienza fingiamo di non essere dalla sua parte, con troppa superficialità preferiamo scappare e con totale disinteresse lo accantoniamo per fare scelte meno compromettenti.
Ammettendo con umiltà che nessuno é autosufficiente, perché tutti abbiamo bisogno di amare e di essere amati, sarebbe proprio bello se riuscissimo a giungere alla bellissima verità del centurione, che, nonostante non fosse un discepolo, ma vedendo Gesù donarsi totalmente fino alla fine, ha sperimentato in modo tangibile cosa vuol dire sentirsi amati in modo unico, un Amore non preteso ma totalmente ricevuto, un Amore dal sapore “buono” che lo porta ad affermare: “veramente costui era Figlio di Dio”.
Anonimo


21/03/21 Gv 12,20-33. 5^ di Quaresima.

Wow … il marketing evangelico sta funzionando: abbiamo alcuni greci che vanno dagli apostoli e chiedono di vedere Gesù!
Però succede qualcosa di particolare: Gesù spiazza tutti e si paragona ad un chicco di grano.
E’ strano questo Gesù, perché è lo stesso che guarisce i malati, che risuscita i morti, che ha una fede che può spostare le montagne, eppure sceglie di paragonarsi ad un chicco di grano.
Perché se un chicco di grano, viene piantato, può generare una spiga e da una spiga ne possono nascere altre dieci, cento, mille.
A condizione però che accetti di morire, che accetti quindi di vivere un’apparente sconfitta… che accetti di non diventare subito pane, di non diventare subito qualcosa di vittorioso. E’ proprio questa la logica che sta cercando di trasmetterci il Signore: perdere per amore significa vincere.
Nella coerenza e non violenza, Gesù è disposto a morire per la fede e le cose in cui crede. Tutti i suoi gesti ci ricordano che la vera bellezza è una conquista.
La bontà di ogni cambiamento sta nell’orizzonte di riferimento in cui si inserisce e nella sua capacità di portare un di più di giustizia, di pace, di amore, di umanità.
Credere davvero nella necessità di modificare l’esistente e assumersene la responsabilità comporta anche l’essere pronti a pagare di persona, imparando l’obbedienza da ciò che si patisce, nella fedeltà all’amore e alla propria missione con fatiche, difficoltà, scontri … che certamente non mancheranno. Questa è l’effettiva grandezza!
Il morire fine a sè stesso, o facendo male agli altri, è una sconfitta, ma l’abbracciare la propria croce come via per produrre frutti abbondanti di bene è la svolta “gloriosa” per dare sostanza al dilagante vuoto nella coraggiosa disponibilità ad andare fino in fondo senza tirarsi indietro.
E io? Cosa sono disposta a fare? Successo, o dono di me?
Sono disposta a “morire” per ritrovare la verità, l’essenzialità, il diritto, la giustizia, la fraternità? Mi rendo conto che essere felice da sola non vale nulla se le persone attorno a me non lo sono?
Sono disposta a vivere come Gesù vorrebbe che vivessi e mostrare così che cosa vuol dire essere cristiana, scoprire il Dio “alleato” e “raccontarlo” a tutti?
Forse il segreto è proprio capire che la novità, il più grande successo è nel dono totale di me stessa. Difficile da accettare ogni giorno…, ma questo mi permette e mi permetterà di raggiungere una realizzazione autenticamente piena della mia natura più alta.
Devo indubbiante tirarmi su le maniche!
Anonimo

“Eppure, é così vero…
non esiste altro Amore più grande di chi dà, la sua vita per i suoi Amici…
e se tu non sai vedere gli altri, come potrai essere felice da solo,
a chi potrai regalare un fiore, chi ti saluterà, correndoti tra le braccia… anche con tutto quello che hai!”
Incuriosiscono questi esponenti della cultura greca che rivolgendosi a Filippo esprimono il loro grande desiderio: “vogliamo vedere Gesù”.
Nel tempo che stiamo vivendo é ancora vivo questo desiderio nel cuore dell’uomo?
Siamo disposti “a perdere” le inutili apparenze ed esteriorità che ci appagano in modo effimero creando grandi vuoti interiori per “trovare” o per ritornare a quell’essenzialità da tempo accantonata che ha la forza di risollevarci dai nostri deserti e dai nostri periodi di buio?
Il semplice vederlo, credo non sia sufficiente, di Gesù é necessario farne esperienza entrando nella logica umana che ci propone, bisogna lasciarsi conquistare dalla sua schiettezza, bisogna imparare ad amare come Lui, solo se gli permettiamo di abitare il nostro cuore la nostra vita potrà dirsi rinnovata.
Siamo alle porte della Settimana Santa, Gesù é ad un passo dalla croce… é turbato, sa che la sua ora si avvicina, però gli pesa essere lì, sembra quasi che non sappia cosa fare e nella fatica della decisione, si paragona “ad un chicco di grano” che solo quando marcisce nella terra porta frutto… in apparenza sembra un fallimento, in realtà é il presupposto alla vera rinascita… e “da ciò che patì” scelse l’obbedienza al Padre.
Quella tra il Padre e il Figlio é un’alleanza indissolubile: per Gesù la croce é l’espressione totale della sua fedeltà, ed é necessaria per dimostrare al mondo la grandezza dell’amore del Padre; per Dio, la libera e mai scontata decisione di Gesù di donare se stesso per salvare il mondo é motivo di compiacimento e di gloria.
Cercando di scardinare la frequente logica dell’egoismo che ci porta a mettere il “me stesso” al centro dei nostri ragionamenti e dei nostri comportamenti, impedendoci di assaporare il gusto della bellezza di una vita vissuta in pienezza, Gesù ci offre la logica del dono, del servizio, della prossimità che generano vita e creano relazione.
Che nella vita si soffre, che si fatica ad andare avanti, che lo sconforto ci schiaccia, lo sappiamo tutti, Gesù però sperimentando sulla propria pelle sia il dolore fisico che l’abbandono, ci ricorda che la scelta di percorrere la via dell’amore gli ha permesso di dare un significato nuovo al suo soffrire.
E sul suo esempio, siamo disposti a donarci completamente, anche a costo di non vedere risultati?
Nel mio vivere quotidiano, l’Amore gratuito ha la sua priorità?
Anonimo

Siamo ormai alle soglie della Settimana Santa. La quinta domenica di Quaresima ci viene incontro quasi per un ultimo momento di sosta e di raccoglimento prima di stringerci attorno al Signore Gesù che entra in Gerusalemme. Sono gli ultimi giorni terreni di Gesù. La Chiesa, che già da molti giorni ci sta preparando a questi eventi, insiste perché ciascuno di noi sia pronto per la celebrazione del grande mistero della morte e risurre­zione di Gesù.
Il Vangelo di Giovanni, pone sulle nostre labbra la stessa richiesta che alcuni greci, presenti tra la folla dei pellegrini che si trova a Gerusalemme per la Pasqua, posero a Filippo e Andrea: «Vogliamo vedere Gesù». È una richiesta che faccia­mo nostra particolarmente in questo tempo e in questi giorni. Quando Filippo e Andrea riferiscono a Gesù la richiesta dei due greci, egli risponde che è giunta la sua «ora». Quell’ora che «non era ancora arrivata» durante le nozze di Cana, che «stava venen­do» nell’incontro con la samaritana al pozzo di Giacobbe, quella «ora» per cui Gesù era venuto sulla terra, ora sta per giungere nella sua pie­nezza. È un’ora del tutto diversa da quella che aspettiamo noi, quella del trionfo, della riscossa, dell’affermazione di se stessi, della vittoria sugli altri.
Per Gesù è l’ora della sua passione e morte. Non c’era mai stata per lui l’ora dell’interesse per sé, sebbene più volte avesse subito la tentazione di fuggire il pericolo della cattura che vedeva avvicinarsi sempre più, oppure di allontanarsi da Gerusalemme come gli stessi discepoli più volte lo avevano esortato a fare. L’ora, ormai giunta, non era certo un momento facile per Gesù. Era anzi fortemente drammatico, tanto da fargli esclamare: «L’anima mia è turbata; e che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». E decise di restare, anzi di entrare a Gerusalemme anche se questo gli sarebbe costato la morte. Ne era ben consapevole. Più volte l’aveva detto, scandalizzando anche i più vicini a lui. Nel tempio lo ripete a tutti i presenti, sotto forma di parabola: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Per lui non era bastato venire sulla terra, era necessario donare la vita sino alla fine, sino all’ultimo istante, fino all’ultima goccia. Bisognava che apparisse dinanzi a tutti l’incredi­bile amore del Padre e del Figlio nello Spirito.
Gesù non ha cercato la morte! Al contrario, ha condiviso l’angoscia di ogni uomo davanti l’ultimo atto dell’esistenza. Tuttavia — ed è qui il grande mistero della Croce — l’obbedienza al Padre e l’amore per gli uomini erano per Gesù più preziosi della sua stessa vita. Non era venuto sulla terra per «rimanere solo», bensì per portare «molto frutto». E l’unica via per portare frutto ci viene indicata da Gesù nel brano evangelico: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna». Sono parole dure; esse suonano totalmente estranee al nostro comune sentire. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiar­la dalla fatica; nessuno è portato ad «odiarla», come invece sembra suggerire il testo evangelico. Il Vangelo, però, parla un altro linguaggio; potrebbe apparire duro, eppu­re a guardarci bene dentro è profondamente realista. Il senso dei due termini (odiare e amare) è da intendersi sulla scia della stessa vita di Gesù, del suo modo di comportarsi e di voler bene, del suo modo di impegnarsi, di pensare e di preoccuparsi. Gesù ha vissuto tutta la sua vita amando gli uomini e le donne più di se stesso. La morte in croce rappresenta l’ora in cui questo amore si manifesta nella sua pienezza. Sì, la croce è l’ora della salvezza; possiamo dire con certezza che è il momento culminante dell’intera storia umana, il punto più alto di amore che l’uo­mo ha potuto e possa esprimere.
Come restare distanti e freddi di fronte a tale amore? Come dimentica­re quest’uomo appeso sulla croce e passare oltre? Come resistere ad una passione così alta che ha portato un uomo a dare tutta la sua vita fino alla morte in croce? Ecco perché Gesù può dire: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me!» (Gv 12, 32).
È questa la grazia che chie­diamo in questi giorni per noi. È la grazia che chiediamo anche per il mondo perché gli uomini, guardando quel volto crocifisso, si commuovano e possano scoprire che l’amore è più forte di ogni presunta forza umana, è più forte di ogni potere violento, è più forte di ogni egocentrismo nazionale o di gruppo. Da quella croce, da quel cuore squarciato, sgor­ga la fonte della salvezza per il mondo intero.
Anonimo