LA CASA SULLA ROCCIA

MEDITAZIONI SUL VANGELO DELLA DOMENICA


11/04/21 Gv 20,19-31.

Tommaso è una figura controversa: da molti è considerato l’incredulo, la pecora nera degli apostoli. Eppure forse è tutt’altro: è il paradigma, perché in ognuno di noi, in qualche angolo del nostro cuore c’è un Tommaso, c’è questa incredulità!
Sono tante le sfumature del dubbio: quante volte ti sei detto: “Ma è possibile? Che questo l’abbia fatto Dio? Che abbia deciso questa pandemia, che permetta il male, la cattiveria, l’odio?”
Quante volte è crollato quello in cui credevi, che ti sosteneva nel tuo andare e per cui ti davi da fare.
Quante volte, di fronte a fallimenti, delusioni, lutti della vita, hai dubitato e ti sei chiesto: “Ma cosa fa Dio?; dov’è?”.
Tommaso allora ti insegna una cosa molto profonda: devi riconquistare, conservare ogni giorno la tua fede, non è facile ma è ciò che devi fare.
E la fede si impara. Ti devi formare e porre in cammino per diventare un “credente”, per imparare la fede adulta e autentica, su cui radicare la tua vita.
La prima conversione è cambiare la tua mente. La risurrezione deve diventare il concreto criterio del tuo pensare, agire, operare. Tocca, vedi e riconosci Dio in quel crocifisso risorto, in quel ferito, in quel sofferente, in quello che sta ai margini della società, in quello che tutti rifiutano…!
Gesù entra “a porte chiuse”. Quante volte ti chiudi a riccio per difenderti da illusioni, smentite, ferite e sbarri le porte del tuo cuore e della tua vita, forse persino quando sei a messa.
La paura è la cifra della sconfitta, del prevalere del male, dell’oscurità, dell’impossibilità di una qualsiasi speranza.
Ma Lui è lì a mostrarti i segni dei chiodi nelle mani e della lancia nel fianco. A garantirti che si può passare dentro a tutto ciò che sa di morte per un oltre di luce.
È lì a donarti la forma per ricominciare e trovare il senso non provvisorio del tuo stare al mondo.
A ricordarti che lui è la speranza, la prospettiva nuova, la vittoria della luce sulle tenebre, il capovolgimento della prevalente e degenerata logica di questo mondo.
È lì che ti chiede però il “coraggio creativo” di una testimonianza che sappia mostrare con i fatti la pace, offerta come novità e principio di perdono, condivisone, amore, comunione e autentica fraternità.
Anonimo


04/04/21 Gv 20,1-9. Pasqua.

Il racconto di quel mattino, il giorno dopo il sabato, l’intensità e il mistero di quel sepolcro vuoto, pieno della presenza di Dio sono davvero uno straordinario capolavoro!
I primi a giungere guardano ma non vedono. All’inizio Maria di Magdala, osserva la pietra rotolata via e ne offre un’interpretazione errata: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto!”
Quando il nostro guardare è vincolato al passato non riusciamo ad accogliere la novità di Cristo…
Neppure gli occhi di Pietro permettono di capire.
Se la ragione non è orientata dalla “Scrittura” rimane cieca…
Il discepolo amato da Gesù, in cui ciascuno di noi si può riconoscere, è infine colui che “vide e credette”.
Possiamo anche noi vedere il Risorto? E dove?
In questo ultimo anno ci sembra più arduo, ce la stiamo mettendo tutta e non è mai abbastanza… Ma la paura non può fermarci, non vogliamo rinunciare e non possiamo accettare che la “notte” sia la soglia ultima del vivere e stare al mondo…
Lo vediamo nella primavera, nella storia dove c’è una rete di solidarietà, sogni, relazioni, passioni, nelle persone attorno a noi, generose e mai scontate.
Lo vediamo in noi, quando scopriamo quella forza di rialzarci di cui non eravamo consapevoli.
Lo vediamo nei vuoti che si sono venuti a creare in questo periodo faticosissimo… che non ci condizionano ad arrenderci e a poco poco scopriamo che la speranza è l’oltre offerto a chi non rinuncia.
La Pasqua non è la magica soluzione ai problemi, ma la certezza che la vittoria della speranza è ciò che il Risorto garantisce e dona a tutti coloro che credono nella vitalità dell’amore.
È in lui, nella sua luce e risurrezione che troviamo la forza di ricominciare sempre!
Anonimo


28/03/21 Mc 14 1-15,47. Domenica delle palme.

Con la celebrazione delle Palme si apre la grande e santa settimana della passione, morte e risurrezione del Signore. La settimana santa non è solamente un momento importante dell’anno liturgico, è la sorgente stessa di tutte le altre celebrazioni dell’anno. Tutte, infatti, nascono dal mistero della Pasqua da cui scaturisce l’opera salvifica di Dio. Durante tutta la Quaresima abbiamo compiuto una sorta di pellegrinaggio, che ci ha portato fino a questa domenica delle Palme. La nostra meta era Gerusalemme, e così la liturgia ci fa iniziare questa settimana con il ricordo dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme.
In questi giorni vogliamo infatti seguire Gesù da vicino. Non si stacchino i nostri occhi da lui perché dai suoi gesti apprendiamo il suo grande amore per tutti. Sì, dobbiamo tener fissi i nostri occhi sul volto di Gesù che accetta anche la morte, pur di salvarci. Gli occhi del Signore, affranti dal dolore ma sempre pieni di misericordia e di affetto, ci guarderanno come guardarono Pietro che pure lo aveva negato; e sentiremo nel profondo del nostro cuore un nodo di dolore e insieme di tenerezza.
Questi santi giorni si aprono con la memoria dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Le ultime tappe sono Betfage e Betania, paesi sul monte degli Ulivi (Mc 11, 1). Gesù manda avanti due discepoli perché procurino per lui una cavalcatura. Vuole entrare in Gerusalemme come mai aveva fatto prima. Fino a quel momento, infatti, tutte le volte che era venuto a Gerusalemme, si era tenuto nella discrezione di una predicazione non sempre riuscita. Ora, invece, entra nella città santa e nel Tempio per l’ultima volta e vuole rivelare con chiarezza la sua missione di vero e nuovo pastore d’Israele, anche se pesavano su di lui minacce di morte da parte delle autorità del popolo. Era dunque il momento decisivo per la sua missione e per la sua stessa vita. Era la sua “ora”; quell’ora per la quale era venuto in mezzo agli uomini.
Gesù entra a Gerusalemme su un asino come un re di pace. Scrive il profeta Zaccaria: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (9, 9). Gesù entra nella città santa come “Messia”, ossia come il salvatore che Dio ha inviato per la liberazione del suo popolo. E la gente sembra intuirlo. Infatti, gli corrono incontro perché il suo ingresso sia una festa regale: tutti si mettono a stendere i mantelli lungo la strada ove lui passa e con le mani agitano verdi rami di ulivo cantando: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore». È il canto di gioia che esprimiamo anche noi in ogni eucaristia, dopo il prefazio, mentre entriamo nella memoria della cena del Signore.
Passano pochi giorni dall’ingresso in Gerusalemme e subito Gesù diviene il crocifisso, il vinto. Egli, che aveva fatto bene ogni cosa, viene portato fuori dalla città e ucciso. Ormai sembra tutto finito per lui: non può più né parlare né guarire. Quella morte agli occhi dei più sembrò una sconfitta. In realtà era una vittoria: era la logica conclusione di una vita spesa per il Padre, per il Vangelo, per i discepoli, per i poveri. Davvero solo Dio poteva vivere e morire in quel modo, ossia dimenticando se stesso per donarsi totalmente agli altri. E se ne accorse un militare pagano. L’evangelista Marco scrive: «Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39). E Dio, Padre buono, risuscitò il suo Figlio. Non permise alla morte di vincere il Suo amore. La vittoria dell’amore di Dio sulla morte continua a guidare ancora oggi quel piccolo corteo di discepoli che si raccolgono sotto le tante croci di oggi e avvolgono i corpi crocifissi con il lenzuolo della misericordia e dell’amore. Il male e la morte non sono l’ultima parola. I discepoli di Gesù continuano ad amare i poveri, i vinti, i malati, i sofferenti, gli anziani, quelli che non hanno nulla da dare in cambio, perché l’amore vince il male e la morte. Questa liturgia che ci introduce nei giorni santi ci aiuti a comprendere che il male non ha l’ultima parola sulla nostra vita e su quella del mondo: la nostra salvezza sta nel restare accanto a Gesù che dona la sua vita per il mondo intero. A ognuno di noi la scelta di non abbandonare quel crocifisso, di non tradirlo per paura o per interesse, perché possiamo trovarci tra coloro che gusteranno la gioia della vita senza fine.
Anonimo

Gesù ha dovuto morire per salvarci…
Per chi ha interiorizzato una figura pietistica di Gesù è difficile capire la ragione per cui egli è stato ucciso. Come si può divenire nemici di colui che cura i malati, abbraccia e accarezza i bambini, ama i poveri, difende i deboli? In quest’ottica la sua morte è un fatto inspiegabile, davvero difficile da accettare, da attribuire ad una incomprensibile volontà del Padre che, per perdonare il peccato dell’uomo, aveva bisogno di vedere scorrere il sangue di un giusto.
La ragione dell’ostilità che si è scatenata contro di lui sta nel fatto che egli è apparso come luce vera, quella che illumina ogni uomo…
Alcuni raggi di questa luce che ha squarciato le tenebre del mondo sono stati particolarmente intensi. Sono raggi penetrati nel cuore delle persone semplici colmandole di gioia e di speranza; ma hanno abbagliato, hanno infastidito, sono divenuti insopportabili per gli occhi offuscati di altri, dei “benpensanti” che sanno dire “osanna” quando lo spettacolo si preannuncia maestoso, e scappano quando è necessario pagare in prima persona…
In particolare ha proposto:
-un nuovo volto di Dio. Non più un Dio giustiziere, ma un Dio che salva ogni uomo;
-un nuovo volto d’uomo. Ha capovolto i valori di questo mondo: grande per lui non è chi vince e chi domina, ma chi serve i fratelli;
-una nuova religione. Non più quella dei riti, ma quella “in spirito e verità”;
-una nuova società in cui il “primo” è il povero, il debole, l’emarginato.
Gesù non ha ricercato la morte in croce, ma per evitarla avrebbe dovuto rinnegare tutte queste sue proposte, avrebbe dovuto rientrare nei ranghi, stare zitto, adeguarsi alla mentalità corrente, rassegnarsi al trionfo del male, abbandonare per sempre l’uomo nelle mani del “principe di questo mondo”.
Ma questo sarebbe stato il fallimento della sua missione.
Il dramma della sua croce che ha preso tutto il male su di sè nella certezza di una speranza ancora da realizzare, diventa forza, condivisione, modello per i crocifissi di tutti i tempi, frantumando la non fede di troppi credenti.
Ecco cosa colpisce il centurione e lo convince di trovarsi davanti al Figlio di Dio. Ecco che cosa lo porta ad andare al di là delle apparenze e così cogliere ciò che è splendidamente divino: un Amore così grande che nulla può fermare, una misericordia così smisurata che continua anche quando l’ingiustizia devasta e umilia, la certezza di un Dio che ci da tutto quello che ha e che non ci mollerà mai!
Durante questa settimana non siamo invitati a rattristarci e a piangere la morte di Gesù, ma a gioire per la liberazione che egli ha realizzato donando la sua vita.
Quel crocifisso abbandonato, tradito, schernito può insegnarci che solo percorrendo la strada “perdente” dello spendersi per ciò che genera amore, umanità, dignità per tutti ci fa restare in piedi, trovare la vita e non perderla.
Proviamo anche ad interrogarci: davvero siamo entrati nella nuova realtà nata dal suo sacrificio? Siamo disposti ad accogliere il suo Regno assimilando il nuovo volto di Dio, la nuova religione, il nuovo volto d’uomo e la nuova società da lui proposti?
Anonimo

“Dio é vicino a ciò che é piccolo,
ama ciò che é spezzato.
Quando gli uomini dicono “perduto”
egli dice “trovato”;
quando dicono “condannato”
egli dice “salvato”;
quando dicono “abietto”
egli esclama “beato!”.
(D. Bonhoeffer)
Questa Quaresima ci ha condotti dal Deserto al Monte Tabor, dal Tempio alla notte con Nicodemo e infine con i greci che volevano vedere Gesù.
Siamo così giunti alla Domenica delle Palme che per noi cristiani segna l’inizio della Settimana Santa.
L’atmosfera che da sempre accompagna la “Passione” di Cristo é un impasto di sofferenza, ingiustizia, tradimenti, abbandono.
Devo ammettere che ho sempre vissuto questa settimana con passività e con negatività, fermandomi sempre al grande dolore fisico che quei maltrattamenti, quelle flagellazioni, quei chiodi e quelle spine hanno causato a Gesù rendendo disumana la sua morte. Quest’anno, per la prima volta, mi sto rendendo conto che la “Passione” di Cristo ha un duplice significato, il suo patimento é stato immenso e non va per nessun motivo sottovalutato o dimenticato, però, anche se con tanta fatica, dobbiamo far emergere che questa morte vuole evidenziare la “grande passione che Dio ha per ognuno di noi, un Amore così grande da donarci il suo unico Figlio.
Leggendo o ascoltando per l’ennesima volta la Passione di Gesù ci rendiamo conto che, essendo fatta di persone, é ricca di contraddizioni. Vivendo la nostra quotidiana ordinarietà ci rendiamo conto che non é scontato essere sempre fedeli, coerenti e umili, e se poi aggiungiamo il dolore e le croci tutto si complica.
“La Croce” mette a nudo, spoglia, toglie il fiato, riempie il cuore di paura, angoscia, tristezza. Gesù, vivendo questi stati d’animo in prima persona, sperimenta il vero “abbandono”.
Con grande umiltà Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme sul dorso di un asinello e la folla lo accoglie gridando “Osanna”, impulsivamente ci immedesimiamo in queste brave persone e ci dimentichiamo di tutte le volte che con rabbia lo accusiamo dei nostri problemi irrisolti, con vergogna rinneghiamo la nostra fede, per convenienza fingiamo di non essere dalla sua parte, con troppa superficialità preferiamo scappare e con totale disinteresse lo accantoniamo per fare scelte meno compromettenti.
Ammettendo con umiltà che nessuno é autosufficiente, perché tutti abbiamo bisogno di amare e di essere amati, sarebbe proprio bello se riuscissimo a giungere alla bellissima verità del centurione, che, nonostante non fosse un discepolo, ma vedendo Gesù donarsi totalmente fino alla fine, ha sperimentato in modo tangibile cosa vuol dire sentirsi amati in modo unico, un Amore non preteso ma totalmente ricevuto, un Amore dal sapore “buono” che lo porta ad affermare: “veramente costui era Figlio di Dio”.
Anonimo


21/03/21 Gv 12,20-33. 5^ di Quaresima.

Wow … il marketing evangelico sta funzionando: abbiamo alcuni greci che vanno dagli apostoli e chiedono di vedere Gesù!
Però succede qualcosa di particolare: Gesù spiazza tutti e si paragona ad un chicco di grano.
E’ strano questo Gesù, perché è lo stesso che guarisce i malati, che risuscita i morti, che ha una fede che può spostare le montagne, eppure sceglie di paragonarsi ad un chicco di grano.
Perché se un chicco di grano, viene piantato, può generare una spiga e da una spiga ne possono nascere altre dieci, cento, mille.
A condizione però che accetti di morire, che accetti quindi di vivere un’apparente sconfitta… che accetti di non diventare subito pane, di non diventare subito qualcosa di vittorioso. E’ proprio questa la logica che sta cercando di trasmetterci il Signore: perdere per amore significa vincere.
Nella coerenza e non violenza, Gesù è disposto a morire per la fede e le cose in cui crede. Tutti i suoi gesti ci ricordano che la vera bellezza è una conquista.
La bontà di ogni cambiamento sta nell’orizzonte di riferimento in cui si inserisce e nella sua capacità di portare un di più di giustizia, di pace, di amore, di umanità.
Credere davvero nella necessità di modificare l’esistente e assumersene la responsabilità comporta anche l’essere pronti a pagare di persona, imparando l’obbedienza da ciò che si patisce, nella fedeltà all’amore e alla propria missione con fatiche, difficoltà, scontri … che certamente non mancheranno. Questa è l’effettiva grandezza!
Il morire fine a sè stesso, o facendo male agli altri, è una sconfitta, ma l’abbracciare la propria croce come via per produrre frutti abbondanti di bene è la svolta “gloriosa” per dare sostanza al dilagante vuoto nella coraggiosa disponibilità ad andare fino in fondo senza tirarsi indietro.
E io? Cosa sono disposta a fare? Successo, o dono di me?
Sono disposta a “morire” per ritrovare la verità, l’essenzialità, il diritto, la giustizia, la fraternità? Mi rendo conto che essere felice da sola non vale nulla se le persone attorno a me non lo sono?
Sono disposta a vivere come Gesù vorrebbe che vivessi e mostrare così che cosa vuol dire essere cristiana, scoprire il Dio “alleato” e “raccontarlo” a tutti?
Forse il segreto è proprio capire che la novità, il più grande successo è nel dono totale di me stessa. Difficile da accettare ogni giorno…, ma questo mi permette e mi permetterà di raggiungere una realizzazione autenticamente piena della mia natura più alta.
Devo indubbiante tirarmi su le maniche!
Anonimo

“Eppure, é così vero…
non esiste altro Amore più grande di chi dà, la sua vita per i suoi Amici…
e se tu non sai vedere gli altri, come potrai essere felice da solo,
a chi potrai regalare un fiore, chi ti saluterà, correndoti tra le braccia… anche con tutto quello che hai!”
Incuriosiscono questi esponenti della cultura greca che rivolgendosi a Filippo esprimono il loro grande desiderio: “vogliamo vedere Gesù”.
Nel tempo che stiamo vivendo é ancora vivo questo desiderio nel cuore dell’uomo?
Siamo disposti “a perdere” le inutili apparenze ed esteriorità che ci appagano in modo effimero creando grandi vuoti interiori per “trovare” o per ritornare a quell’essenzialità da tempo accantonata che ha la forza di risollevarci dai nostri deserti e dai nostri periodi di buio?
Il semplice vederlo, credo non sia sufficiente, di Gesù é necessario farne esperienza entrando nella logica umana che ci propone, bisogna lasciarsi conquistare dalla sua schiettezza, bisogna imparare ad amare come Lui, solo se gli permettiamo di abitare il nostro cuore la nostra vita potrà dirsi rinnovata.
Siamo alle porte della Settimana Santa, Gesù é ad un passo dalla croce… é turbato, sa che la sua ora si avvicina, però gli pesa essere lì, sembra quasi che non sappia cosa fare e nella fatica della decisione, si paragona “ad un chicco di grano” che solo quando marcisce nella terra porta frutto… in apparenza sembra un fallimento, in realtà é il presupposto alla vera rinascita… e “da ciò che patì” scelse l’obbedienza al Padre.
Quella tra il Padre e il Figlio é un’alleanza indissolubile: per Gesù la croce é l’espressione totale della sua fedeltà, ed é necessaria per dimostrare al mondo la grandezza dell’amore del Padre; per Dio, la libera e mai scontata decisione di Gesù di donare se stesso per salvare il mondo é motivo di compiacimento e di gloria.
Cercando di scardinare la frequente logica dell’egoismo che ci porta a mettere il “me stesso” al centro dei nostri ragionamenti e dei nostri comportamenti, impedendoci di assaporare il gusto della bellezza di una vita vissuta in pienezza, Gesù ci offre la logica del dono, del servizio, della prossimità che generano vita e creano relazione.
Che nella vita si soffre, che si fatica ad andare avanti, che lo sconforto ci schiaccia, lo sappiamo tutti, Gesù però sperimentando sulla propria pelle sia il dolore fisico che l’abbandono, ci ricorda che la scelta di percorrere la via dell’amore gli ha permesso di dare un significato nuovo al suo soffrire.
E sul suo esempio, siamo disposti a donarci completamente, anche a costo di non vedere risultati?
Nel mio vivere quotidiano, l’Amore gratuito ha la sua priorità?
Anonimo

Siamo ormai alle soglie della Settimana Santa. La quinta domenica di Quaresima ci viene incontro quasi per un ultimo momento di sosta e di raccoglimento prima di stringerci attorno al Signore Gesù che entra in Gerusalemme. Sono gli ultimi giorni terreni di Gesù. La Chiesa, che già da molti giorni ci sta preparando a questi eventi, insiste perché ciascuno di noi sia pronto per la celebrazione del grande mistero della morte e risurre­zione di Gesù.
Il Vangelo di Giovanni, pone sulle nostre labbra la stessa richiesta che alcuni greci, presenti tra la folla dei pellegrini che si trova a Gerusalemme per la Pasqua, posero a Filippo e Andrea: «Vogliamo vedere Gesù». È una richiesta che faccia­mo nostra particolarmente in questo tempo e in questi giorni. Quando Filippo e Andrea riferiscono a Gesù la richiesta dei due greci, egli risponde che è giunta la sua «ora». Quell’ora che «non era ancora arrivata» durante le nozze di Cana, che «stava venen­do» nell’incontro con la samaritana al pozzo di Giacobbe, quella «ora» per cui Gesù era venuto sulla terra, ora sta per giungere nella sua pie­nezza. È un’ora del tutto diversa da quella che aspettiamo noi, quella del trionfo, della riscossa, dell’affermazione di se stessi, della vittoria sugli altri.
Per Gesù è l’ora della sua passione e morte. Non c’era mai stata per lui l’ora dell’interesse per sé, sebbene più volte avesse subito la tentazione di fuggire il pericolo della cattura che vedeva avvicinarsi sempre più, oppure di allontanarsi da Gerusalemme come gli stessi discepoli più volte lo avevano esortato a fare. L’ora, ormai giunta, non era certo un momento facile per Gesù. Era anzi fortemente drammatico, tanto da fargli esclamare: «L’anima mia è turbata; e che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». E decise di restare, anzi di entrare a Gerusalemme anche se questo gli sarebbe costato la morte. Ne era ben consapevole. Più volte l’aveva detto, scandalizzando anche i più vicini a lui. Nel tempio lo ripete a tutti i presenti, sotto forma di parabola: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Per lui non era bastato venire sulla terra, era necessario donare la vita sino alla fine, sino all’ultimo istante, fino all’ultima goccia. Bisognava che apparisse dinanzi a tutti l’incredi­bile amore del Padre e del Figlio nello Spirito.
Gesù non ha cercato la morte! Al contrario, ha condiviso l’angoscia di ogni uomo davanti l’ultimo atto dell’esistenza. Tuttavia — ed è qui il grande mistero della Croce — l’obbedienza al Padre e l’amore per gli uomini erano per Gesù più preziosi della sua stessa vita. Non era venuto sulla terra per «rimanere solo», bensì per portare «molto frutto». E l’unica via per portare frutto ci viene indicata da Gesù nel brano evangelico: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna». Sono parole dure; esse suonano totalmente estranee al nostro comune sentire. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiar­la dalla fatica; nessuno è portato ad «odiarla», come invece sembra suggerire il testo evangelico. Il Vangelo, però, parla un altro linguaggio; potrebbe apparire duro, eppu­re a guardarci bene dentro è profondamente realista. Il senso dei due termini (odiare e amare) è da intendersi sulla scia della stessa vita di Gesù, del suo modo di comportarsi e di voler bene, del suo modo di impegnarsi, di pensare e di preoccuparsi. Gesù ha vissuto tutta la sua vita amando gli uomini e le donne più di se stesso. La morte in croce rappresenta l’ora in cui questo amore si manifesta nella sua pienezza. Sì, la croce è l’ora della salvezza; possiamo dire con certezza che è il momento culminante dell’intera storia umana, il punto più alto di amore che l’uo­mo ha potuto e possa esprimere.
Come restare distanti e freddi di fronte a tale amore? Come dimentica­re quest’uomo appeso sulla croce e passare oltre? Come resistere ad una passione così alta che ha portato un uomo a dare tutta la sua vita fino alla morte in croce? Ecco perché Gesù può dire: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me!» (Gv 12, 32).
È questa la grazia che chie­diamo in questi giorni per noi. È la grazia che chiediamo anche per il mondo perché gli uomini, guardando quel volto crocifisso, si commuovano e possano scoprire che l’amore è più forte di ogni presunta forza umana, è più forte di ogni potere violento, è più forte di ogni egocentrismo nazionale o di gruppo. Da quella croce, da quel cuore squarciato, sgor­ga la fonte della salvezza per il mondo intero.
Anonimo


14/03/21 Gv 3,14-21. 4^ di Quaresima.

Siamo oltre la metà del pellegrinaggio quaresimale e la liturgia della Chiesa, interrompendo per un momento l’austerità di questo tempo, ci invita a “rallegrarci” perché la Pasqua del Signore è vicina.
Il Vangelo di Giovanni che ascoltiamo in questa domenica dà una risposta alla domanda che scaturisce dalla nostra storia travagliata come lo è stata quella del popolo di Israele: “Com’è possibile salvarsi?”. La risposta è Gesù, morto e risorto, mandato dal Padre per salvare il mondo. Anche Nicodemo si sentì rispondere in questo modo con il richiamo all’episodio del serpente innalzato da Mosè nel deserto che salvò la vita degli israeliti morsi dai serpenti velenosi. Già il libro della Sapienza aveva intuito in quell’episodio un segno della salvezza e dell’amore di Dio quando dicendo a proposito del serpente di bronzo che esso è «un segno di salvezza a ricordo del precetto della tua legge. Infatti, chi si volgeva a guardar­lo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva ma da te, salva­tore di tutti» (16, 6-7).
Quel serpente posto sull’asta anticipa il segno della croce di Cristo “innalzata” in mezzo all’umanità. Gesù “innalzato”, nel linguaggio di Giovanni, non è un’immagine tesa a suscitare commiserazione. Quell’asta innalzata, quella croce piantata sul Golgota è, soprattutto, fonte di vita, una fonte generosa, gratuita e abbondante. Quella croce è la risposta di Dio ai molti serpenti di oggi e di sempre che cercano di mordere e avvelenare le nostre vite; è la risposta allo smarrimento e alla confusione, all’odio tra fratelli, alla morte come unico sbocco appa­rente: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Chiunque viene colpito dai morsi velenosi dei serpenti, basta che rivol­ga gli occhi verso quell’uomo “innalzato” e trova guarigione.
La salvezza, come anche il senso della vita, non viene da noi. Ci è donata dall’alto. La presenza del male è una realtà a tal punto persi­stente da indurre ad un ragionevole fatalismo pessimista. In effetti, con le sole nostre forze come potremmo sradicare il male e la sua più terri­bile conseguenza che è la morte? C’è da dire che il male non è uno sfortunato destino che si abbatte sul mondo, contro cui è impossibile intervenire. Il male nasce dalle oscurità profonde del prin­cipe del male e dalle sue opere di morte, che spesso popolano le nostre vite. C’è pertanto una nostra responsabilità nell’allargare o nel perpetuare la presenza del male nel mondo che va compresa e quindi recisa, sradicata. A noi, discepoli e discepole, non è chiesta l’impossibile opera di un’auto liberazione dal male. È chiesto solo di alzare lo sguardo da noi stessi e di guardare un po’ più in alto, di non restare nel buio del nostro egocentrismo e accogliere quella luce che Dio ha inviato nel mondo, di non bloccar­si nell’amore per sé e accorgersi che il vero amore arriva da Dio e scen­de sulla terra.
Anche Paolo, nella sua lettera agli Efesini, ci ricorda l’irruzio­ne di questo amore: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risusci­tato e ci ha fatto sedere nei cieli» (2,4). Come non “rallegrarsi” di que­ste parole? La liturgia di questa domenica, piena della letizia dell’amo­re di Dio, continua a guidarci verso l’avvenimento della salvezza del mondo, il mistero pasquale della morte e risurrezione di Gesù.
Anonimo

“E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace
quel che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
E ti vengo a cercare
perché sto bene con te.” (F. Battiato)
Nicodemo, fariseo, capo dei giudei, uomo di responsabilità, colto, rigoroso nell’osservare leggi e precetti, é dubbioso, insoddisfatto, inquieto… avverte una mancanza, comincia probabilmente ad intuire che nella sua vita potrebbe esserci “un di più” e si mette alla ricerca.
Gesù lo affascina, le sue parole, anche se non le comprende del tutto, lo attraggono, così, cercando di tutelare l’immagine che gli altri hanno di lui, lo cerca di notte, lontano da occhi indiscreti.
Se ci pensiamo bene, é lo stesso percorso, é la stessa ricerca di senso che oggi attua chi, non volendo perdere o sprecare la propria vita, insegue Parole, contenuti e fatti che donano pienezza e saziano… senza aver mangiato.
In bilico tra la logica del mondo che urla “cerca di stare bene tu, fregatene degli altri, fatti gli affari tuoi…” e la logica del cuore che sussurra: “ragiona con la tua testa e non per sentito dire, tenta un cammino diverso, prova a fidarti di Lui, solo così capirai se ne vale la pena…”, non é facile rimanere a galla, nascono dubbi, si cercano rassicurazioni, perché é difficile allontanarsi dal si é sempre fatto così, ed é comodo rimanere ancorati ad alcune false convinzioni che senza rendercene conto ci obbligano a vivere insoddisfatti e nelle tenebre, impedendoci di sperimentare che Dio é Padre non padrone, che Gesù é venuto per salvarci non per giudicarci.
Tra il mondo e il cuore, si innalza la croce, c’è Gesù morto e risorto, che Dio ci ha donato non per merito conseguito ma per Amore gratuito, che ancora oggi ci ricorda che possiamo “rinascere” proprio a partire dalla sua risurrezione. La morte, il buio, le delusioni, gli affanni complicano la nostra vita, ci condizionano, ma se troviamo la forza di volgere lo sguardo a Gesù, non avranno l’ultima parola.
La vera rinascita avviene nel momento in cui capiamo quanto é salvifica la via dell’Amore… quando consapevoli della grandezza dell’Amore ricevuto, non possiamo fare altro che ridonarlo.
Auguriamoci, come Nicodemo, di riuscire a trasformare le nostre buie inquietudini in domande di senso, per arrivare alla luce di una verità che ci permette di sperimentare un cammino di fede in Qualcuno che ci attrae, che ci umanizza, che ci responsabilizza e che, senza chiuderci negli schemi di dottrine ferree e teoriche fatte di sola azione e di poca convinzione, ci offre l’occasione di essere testimoni autentici, credibili e anche lieti.
Anonimo

Gesù parla ad un combattuto Nicodemo che lo raggiunge durante la notte, per non farsi vedere. Ha paura, ha una reputazione da difendere, ma è una figura concreta che cerca una risposta. Lui è un credente, un membro del Sinedrio, sa bene di Dio e delle sue leggi ma ha tanti interrogativi nel cuore circa Gesù e circa la fede. Non è convinto, cerca un volto di Dio diverso.
Vorrebbe vincere l’atteggiamento rinunciatario e arrendevole così diffuso e sembra quasi voglia prestare voce alle inquietudini che spesso provengono anche dal nostro cuore.
Gesù rivela qualcosa di inatteso e inaudito… Gesù racconta il pensiero di Dio.
Dio vuole “ognuno di noi” autentico che sappia mettersi in gioco, che accetti di crescere, che impari a distinguere le proprie ombre, da adulto.
Che vinca il modo di pensare comune, che non si rassegni all’andazzo diffuso di chi dice: Tanto le cose non le cambia nessuno… e non debba aspettare che cambino gli altri, ma che provi a cambiare se stesso.
Che non mantenga lo sguardo richiuso sul proprio ombelico incurante se intorno cresce la corruzione, l’indifferenza, l’ingiustizia, la paura dell’altro, il disinteresse per il bene comune…
Che non abbia difficoltà di scegliere da che parte stare, nella vita, sempre strattonato tra le troppe cose da fare, inquieto e rassegnato, travolto dalle mille preoccupazioni.
Che non “voglia moltiplicare le sue infedeltà “, cioè che non voglia andare a Messa la domenica, e poi dal lunedì al sabato il Vangelo sembra distante dalla sua vita…
Davanti alla possibilità di essere dei capolavori o delle fotocopie sbiadite, ognuno di noi è libero di scegliere. E sono le nostre scelte a giudicarci, possiamo vivere in un prolungato inverno, ostinandoci a dire che non esiste nessuna bella stagione.
Quando tutto è grigio è difficile vedere l’ombra dietro di sé! Ma vivere una vita grigia è una NON scelta di vita. Dio vuole la nostra salvezza, ad ogni costo. Nessun giudice, nessun carabiniere. Solo un padre tenerissimo e misericordioso.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma per salvare, lottare con noi e tirarci fuori… questa è la potenza, la grande novità, la rinascita!
La percezione della certezza di una luce comunque presente, rappresenta per ognuno di noi di innalzarci al di sopra delle tenebre.
Alzando lo “ sguardo” possiamo ricevere l’antidoto ed essere guariti, e di fare oggi la verità di quell’”alto”, di quell’amore appeso, crocifisso, donato, che è grazia, luce, legge, modello per servire davvero ogni essere umano. Di una fede che non si accontenta di essere professata e parlata ma che orienta verso la costruzione di ciò che genera riconoscimento, dignità, rispetto. La perenne bellezza di un’esistenza fedele solo alla concretezza dell’amore. La forza per fare quella verità le cui opere sono l’unica sorgente di vita e di speranza.
Anonimo


07/03/21 Gv 2,13-25. 3^ di Quaresima.

Gesù e la sua Parola furono, sono e saranno sempre un “disturbo” nella normalità e “sapienza” del nostro ben pensare, nella nostra relazione con l’altro, finché non avremo il coraggio di fare delle “cordicelle” e fare pulizia in noi e intorno a noi, che non vuol dire essere violenti o fare violenza, ma essere decisi ad assumere atteggiamenti che cambino veramente la propria ed altrui vita.
Partendo dalle piccole cose, in noi, nella coppia, in famiglia, nel lavoro, nella comunità…prima fra le tutte quelle di costruire una scala di valori in cui ci sia al vertice Dio, a cui far seguire la persona per arrivare alle cose impegnandoci ad attuare lo spirito evangelico dei comandamenti, che ci da la dritta per come comportarci nella realtà quotidiana.
Se è vero che i fatti che ci circondano sfuggono al nostro controllo, è anche vero che non si può sempre chiudere gli occhi, stare zitti e farsi andare bene tutto.
C’è una responsabilità personale che, costi quel che costi, chiede il coraggio di prendere posizione, non tacere, non scendere a compromessi, perché la posta in gioco è la nostra vita, il livello di umanità della società, la vivibilità del mondo.
Riscoprirci non onnipotenti, bisognosi di aiuto e di una direzione, può farci cercare chi ancora è in grado di insegnarci la verità di un cammino e di un amore che non siano solo funzionali al proprio tornaconto e alla logica del mercato: nel dare qualcosa per prendere qualcosa e non incontrare niente.
Dio, le relazioni vanno incontrati non mercanteggiati.
Pasqua si avvicina, siamo in cammino, il tempo c’è, gli strumenti li abbiamo, la strada ci è stata indicata…sta solo a noi prenderci cura del “tempio del nostro corpo”, ribaltare l’egoismo, la stoltezza, il consumismo che avvolgono la nostra vita, uscire dagli schemi mentali tradizionali e pensare in termini superiori affinché la nostra esistenza, il nostro mondo non diventino semplicemente un mercato, ma la vera meta a cui siamo chiamati: l’amore verso Dio e verso il prossimo.
Anonimo

«Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme», nota l’evangelista Giovanni. Anche per noi si sta avvicinando la Pasqua e l’Eucaristia di questa terza domenica di Quaresima ci unisce nuova­mente al gruppo dei discepoli che accompagnano Gesù.
Il Vangelo ci presenta la scena della cacciata dei venditori dal tempio, che si potrebbe interpretare come una manifestazione di santa gelosia da parte di Gesù. È un Gesù che, con una indignazione risoluta, non tollera che nessuno inquini la santità del tempio, la casa del Padre. Gesù sa bene che in un tempio ove si tollerano piccoli commerci di piccoli ven­ditori, si arriva a comprare qualcosa così importante come è la vita di un uomo per soli trenta denari.
Ma qual è il mercato che scandalizza Gesù? Qual è la compravendita che Gesù non può sopportare?
Senza dubbio, una lettura più letterale, di questa pagina evangelica interpella il nostro modo di gestire gli edifici di culto, affinché diventino davvero luoghi di preghiera e di incontro con Dio e non piuttosto luoghi sciatti e pieni di confusione. Bisogna impa­rare da questo Vangelo la responsabilità che hanno le nostre comunità perché non siano palestre per il proprio egocentrismo o per quant’al­tro che non riguardi lo «zelo per la casa del Signore».
Tuttavia, c’è un altro mercato sul quale è importante porre la nostra attenzione: è quel­lo che si svolge dentro i nostri cuori. Ed è un mercato che scandalizza ancor più il Signore Gesù perché il cuore è il vero tempio che Dio vuole abi­tare.
Tale mercato riguarda il modo di vedere e di condurre la nostra vita. Quante volte la vita viene ridotta ad una lunga ed avara compravendita, senza più la gratuità dell’amore?! Quante volte dobbiamo constatare, a partire da noi stessi, il raffreddarsi della gratuità, della generosità, della benevolenza, della misericordia, del perdono, della grazia?!
La ferrea legge dell’interesse personale, o di gruppo, o di nazione, sembra presiedere inesorabilmente la vita degli uomini. Tutti, chi più chi meno, siamo impegnati a trafficare per noi stessi e per il nostro guadagno; e non badiamo se da tale pratica crescono le erbe velenose dell’arroganza, dell’insaziabilità e della voracità. Quel che conta, spesso, è il nostro personale guadagno, a qualsiasi prezzo!
Gesù entra ancora una volta nella nostra vita, come allora entrò nel tempio, e manda all’aria le bancarelle dei nostri interessi meschini e riafferma il primato assoluto di Dio. È lo zelo, la passione, che Gesù ha per ognuno di noi, per il nostro cuore, per la nostra vita perché si apra ad accogliere Dio e il suo amore.
Purtroppo capita non di rado di metterci dalla parte di quei responsabili del Tempio che vedono Gesù agire dentro l’area sacra, si scandalizzano e chiedono ragione di tale brusco e “irriverente” intervento. «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», chiedono a Gesù. È la sorda opposizione che ancora facciamo di fronte all’invadenza del Vangelo nella nostra vita. Il male e il peccato, l’orgoglio e l’egoismo, cercano tutti i modi per ostacolare la presenza dell’amore nella vita di ciascuno e del mondo intero. Eppure è proprio nell’accogliere l’amore del Signore che noi troviamo la salvezza. È più che mai necessario lasciarci sferzare dal Vangelo per essere liberati dalla legge del mercato, ed entrare così nel tempio dell’amore che è Gesù stesso.
Anonimo

Questa domenica troviamo Gesù nel Tempio molto arrabbiato.
Chi da sempre se lo immagina tutto sorrisini giulivi e pacche sulle spalle, difensore di quella falsa quiete che lascia spesso l’amaro in bocca, rimane sconcertato da questa sua reazione.
Sappiamo che la rabbia quando esce avvelena, schiaccia, fa stare male, Gesù non annulla chi ha davanti ma propone la novità di un cammino nuovo, un cammino che a volte sembra togliere la terra da sotto i piedi e annullare ogni certezza, ma dal quale può scaturire l’Amore vero, quello disinteressato, quello che appaga, che dona senza pretendere nulla in cambio.
Il suo gettare a terra, il suo mandare via, il suo ribaltare non incoraggiano alla violenza ma ad un cambio di direzione e al conseguente darsi da fare affinché questo prevalga sui propri tornaconti.
La situazione sta sfuggendo di mano, trovare il Tempio non come luogo di culto e di incontro con il Padre ma come un luogo di commercio suscita in Lui una grande impulsività dettata forse dal dispiacere e dalla gelosia di vedere molti cuori conquistati dai compromessi e dagli interessi e sempre più lontani da Dio… é la massima attenzione che può avere Colui che autenticamente ama nei confronti degli amati (che siamo noi).
Gesù, grande promotore dell’Amore gratuito, condanna la logica di mercato, é Lui il vero tempio, grazie al quale possiamo allacciare una relazione autentica con Dio… un Dio che mai si lascerà comprare, ingabbiare, rinchiudere, ma che sempre vorrà incontrare e investire sull’uomo.
É necessario fermarsi un momento a riflettere perché ancora oggi sono tante le persone convinte che con Dio vale la regola del “se io do una cosa a te, tu poi dai una cosa a me”, che Dio é meglio tenerselo buono giusto per evitare qualche castigo inaspettato… tutto questo, in materia di fede, é il vero mercanteggiare.
Allora, che idea di Dio abbiamo?
É un distributore di grazie o un amico vero con il quale condividere gioie e dolori della nostra vita?
Per entrare nella logica della gratuità é necessario un cambio di mentalità, sia nei confronti di Dio che nelle nostre relazioni dove sovente diamo più importanza alla convenienza e ai benefici che possiamo ottenere anziché al lato umano e all’occasione di fare esperienze nuove.
Anonimo


28/02/21 Mc 9,2-10. 2^ di Quaresima.

A volte si ha come l’impressione di essere paralizzati dalle grandi crisi contemporanee; di essere chiamati, più che a gustare la vita, ad una continua battaglia per difendere quel diritto alla felicità e al compimento di sè e ci pare che gli accadimenti, gli altri, perfino Dio, sembrino voler osteggiare…
Quando si è nella nebbia, malattia, lutto, contrattempi sul lavoro, noia, rabbia, sospetto, dubbio, fatica… la vita diventa un muro invalicabile, perde lucentezza. Perdiamo speranza, sogni, attese, ci sentiamo svuotati…
Non abbiamo più la voglia di camminare… la sentiamo troppo stretta e in ultimo ci toglie il respiro.
È il momento di andare più “in alto” e guardare le cose da un altro punto di vista… Riuscire a cogliere la consapevolezza di non essere figli di una storia di male e di inganno, ma di un’intenzione buona che sta all’origine di ogni cosa. Significa intravedere la certezza di una luce nello squarcio di cielo sopra le nubi, capace sempre di trapassare ogni oscurità e buio fitto che mai, alla fine, possono reggere il confronto con l’intensità di ciò che parla di forza, fedeltà, cura ed eternità.
Nel coraggio di non arrendersi, la trasfigurazione è in grado di ridarci l’energia, la giusta prospettiva ma soprattutto ci permette di vedere dentro, non oltre…, la verità.
Dentro a Gesù che muore, c’è la bellezza incredibile di Dio che si spende senza misura per noi e rende vivibile qualsiasi momento, anche il più critico.
“Il monte Tabor” è un momento molto bello, straordinario ma, l’incontro con Dio ci spinge nuovamente a scendere, ritornare a valle e portare questa luce che abbiamo visto e sperimentato nella vita del mondo. Perchè la nostra missione è trasfigurare il mondo, è sotto il monte, dove incontriamo “l’altro” appesantito da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale…
È li’ che ci attende la vita di ogni giorno con le sue gioie e i suoi affanni, con le sue croci e con i vari calvari da salire.
È lì che, trasfigurati, dobbiamo ritrovare chi è al centro della nostra vita, farci “notare” cristiani fedeli a “qualcuno” e testimoni del Vangelo.
Anonimo

Capita a tutti, prima o poi, di vivere nel buio… sofferenze, abitudine, noia, affanni, sbiadiscono le nostre giornate e tutto diventa tristemente grigio, la vita stessa diventa pesantezza, fatica, sforzo… quanto sarebbe vitale in questi casi uno squarcio di luce, quel salire un pochino più in alto per accorgersi che sopra quelle nuvole scure c’è un cielo sereno.
La trasfigurazione di Gesù é per Pietro Giacomo e Giovanni un bagno di luce pazzesco.
Ma perché proprio in Quaresima?
Sei giorni prima Gesù aveva rivelato loro la sua sorte, la sua imminente morte. Dopo una notizia così brutta il loro mondo crolla, la loro vita perde valore, pensare al futuro senza Gesù é un dolore immenso, l’incapacità di capire e di accettare la realtà crea soltanto oscurità.
Gesù intuisce il loro stato d’animo e tenta di salvare quelle anime amiche:
hanno bisogno di un bagliore di luce, di uno squarcio di cielo altrimenti il dolore che proveranno sul Calvario dopo la sua morte li schiaccerà.
Li porta con Lui sul monte Tabor dove fanno l’incomprensibile esperienza di vedere il volto di Gesù talmente luminoso, talmente bello e totalmente divino, da fargli desiderare la strada del non ritorno: “Rabbi é bello per noi essere qui, facciamo tre capanne….,” propone Pietro. Ecco la bellezza della trasfigurazione: é un’iniezione di luce che permetterà loro di comprendere che c’è un Dio che sempre si spende per noi e che li aiuterà ad affrontare i momenti di buio che arriveranno.
Questo richiede tanto allenamento perché davanti al dolore é umano scappare e dimenticare.
Una grande lezione anche per noi!
Tutti abbiamo bisogno di vedere qualcosa di bello, tutti dobbiamo sforzarci di ricordare i momenti “di luce” vissuti, solo da loro possiamo attingere quella forza necessaria per fare ancora un passo avanti nelle giornate storte del nostro cammino.
Essere figlio ed essere amato…
sentirci figli e saperci amati…
dunque non siamo soli, abbiamo un Padre che ci ha donato suo Figlio… Gesù é morto in croce anche per ognuno di noi e la sua morte non é l’ultima parola, la luce vera che ci ha donato é la sua risurrezione. Quando sembra che tutto crolla, che nulla ha ancora senso, che la speranza cede il passo alla delusione, proviamo con coraggio a cambiare sguardo, lasciamoci infiammare il cuore da Colui che, se ascoltato con fiducia può smorzare la rassegnazione, la disperazione, il pessimismo e l’apatia donandoci bagliori di luce indelebili che ci permettono di tornare alla normale quotidianità forti dell’esperienza vissuta. Ecco la vera e bella missione dei cristiani: essere testimoni di un’esperienza di vita luminosa.
Anonimo

Tra il deserto (le tentazioni, I domenica di Quaresima) e Gerusalemme (la Pasqua) c’è un altro luogo che ci viene donato come tappa, in cui, allo stesso tempo, viviamo un momento di riposo e ritroviamo la forza di riprendere il cammino. Questo luogo è un monte: un luogo appartato ed elevato, dal quale si ha la grazia di raggiungere, con un unico sguardo, quella meta a cui si arriva solo con fatica, passo dopo passo, alla fine del viaggio. È il monte della trasfigurazione in cui ci viene anticipata la gioia della luce pasquale, in cui possiamo fissare lo sguardo sullo splendore del Padre che si riflette nel volto Figlio amato ed aprirci all’ascolto della sua Parola.
L’evangelista Marco colloca l’episodio della trasfigurazione quasi al centro della sua narrazione, all’interno di quel cammino verso Gerusalemme che Gesù compie con i suoi discepoli. È un cammino in cui il discepolo stesso è plasmato dal Maestro ma lungo il quale si rivela anche tutta la fatica della sequela, le resistenze e le paure del discepolo di fronte al destino di Gesù. E le resistenze dei discepoli di allora sono anche le nostre resistenze. La trasfigurazione diventa allora come un dono, come uno sguardo di speranza su questo faticoso cammino.
Alcuni elementi in particolare mi colpiscono nella narrazione di Marco.
Anzitutto questo racconto deve piuttosto essere “contemplato”, visto, per essere veramente “ascoltato”. Marco stesso se ne rende conto: la parola umana non può narrare la gloria di Dio. Solo il linguaggio della parola stessa di Dio, la sua forza evocativa capace di lasciarci affacciare nel mondo di Dio, può farci intuire qualcosa della gloria, che si riflette sul volto di Gesù.
Pietro, Giacomo e Giovanni (i discepoli che ricompaiono anche nel racconto del Getsemani), sono condotti da Gesù su questo alto monte, in disparte. È lui che li prende con sé, che fa loro il dono di fermarsi in disparte, nella solitudine del monte. Non dobbiamo mai dimenticare questo: salire sul monte e stare con Gesù non è qualcosa che può decidere il discepolo, programmarlo fissando al Signore un appuntamento in base ai propri desideri; il discepolo può solamente accogliere quell’invito che gli viene rivolto, nello stupore e nella gioia, e lasciarci condurre per mano.
Ciò che avviene sul monte è una esperienza sconvolgente. Su questo monte tutto diventa luce, tutto diventa sguardo. Al centro c’è un volto, il volto di Gesù: e questo volto rivela tutta la sua bellezza. Marco tenta di descrivere questa luce: non è luce naturale, ma splendore. È il colore delle realtà celesti ed escatologiche, è la gloria di Dio, il suo mistero che si rivela subito dopo in quella nube.
Ma ciò che sorprende nel racconto della trasfigurazione è un altro elemento che entra all’improvviso e orienta la dinamica della scena: l’elemento della Parola e l’atteggiamento conseguente dell’ascolto. Gesù, nella sua trasfigurazione, non è solo. C’è un dialogo tra Gesù, Mosè ed Elia: queste due figure, simbolo della Legge e dei Profeti, ci ricordano le manifestazioni del Sinai in cui Dio si è rivelato attraverso il dono della sua Parola. E questi due grandi profeti conversavano con Gesù: in Gesù giungono a compimento le attese, l’alleanza, la Legge. Gesù è la Parola piena e definitiva di Dio. Dunque, dal Volto il discepolo è invitato a passare alla Parola. E questo passaggio si compie attraverso l’invito stesso del Padre che orienta il discepolo all’ascolto: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (9,7).
Per il discepolo (e per noi) il passaggio dal Volto alla Parola non è senza resistenze. La contemplazione appagante di Gesù fa dire a Pietro: “Rabbì, è bello per noi essere qui: facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè, una per Elia” (9,5). È in fondo la tentazione di localizzare il mistero, prolungare l’istante benedetto e fissare per sempre la storia. Ma è anche la pretesa di costruire una dimora per Dio, una dimora in cui poter abitare assieme a questo Gesù e vedere ormai tutto alla sua luce, senza più la fatica di proseguire un cammino così incerto e duro.
Al discepolo (e a noi) è richiesto di riprendere il cammino con questa Parola da seguire e da ascoltare. Il discepolo non è solo lungo la via che conduce a Gerusalemme. Marco nota alla fine dell’episodio: “guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro” (9,8). Con il discepolo c’è ancora Gesù; lui lo ha condotto sul monte e lui lo fa discendere continuando a camminare assieme, per guidarlo a quella meta che è anche la sua. Il discepolo non ha nulla da temere in questo cammino. Può far sue le parole di Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).
Davvero, alla luce del volto di Gesù e nell’ascolto della sua parola, anche il nostro volto e quello dei nostri fratelli diventano belli; anche la nostra vita, gli eventi che la compongono, anche quelli più difficili da accogliere, le nostre contraddizioni e le nostre fatiche, le cose che amiamo, i desideri più nascosti, tutto può diventare luminoso e trasfigurato: le ombre non scompaiono, ci sono, ma non spaventano più perché lo sguardo riesce a raggiungere la meta. Davvero quel volto di luce ha la forza di illuminare ogni realtà.
Anonimo


21/02/21 Mc 1,12-15. 1^ di Quaresima.

Con il passare del tempo e nella perdurante complessità pandemica, la vita perde la sua spontaneità, la quotidianità rischia di aprire sempre più un arido deserto dove è forte la tentazione di mollare, lasciar perdere, adeguarsi… fregarsene di tutti e tirarsi fuori dalla mischia perché tanto non cambierà mai niente. Compromettersi con il male, l’ingiustizia, l’indifferenza…
E la consapevolezza che le cose non vanno da sè e che sono necessarie continue conversioni di rotta, può portare alla rassegnazione e al disimpegno.
Scegliere di rimanere fedeli a quanto scoperto e desiderato come senso e bellezza della propria esistenza, è l’opera avvincente per raggiungere quella meta ineguagliabile che solo i “lottatori”, coscienti del valore della posta in gioco, possono alla fine assaporare.
Lottatori che riscoprano il gusto delle cose, che hanno il coraggio di rivederne la sacralità e la presenza …
Che credono esista una parola di verità capace di generare percorsi di umanità, prossimità, misericordia e speranza.
La Quaresima è una bella occasione per rinnovare questo grido: “Voglio lottare contro il male!” il mio, quello degli altri, quello del mondo.
La Quaresima non è una “cosetta dell’anima”. È una splendida opportunità per essere uomini e donne “in piedi”.
La Quaresima è un viaggio di ritorno all’essenziale che si concretizza con tre tappe da percorrere senza ipocrisia, senza finzioni: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. Riferimenti tradizionali di questo cammino che ci riportano però alle tre sole realtà che non svaniscono. La preghiera ci unisce a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi.
Che, quindi, il bene sia ancora possibile e cominci dal cambiare noi e il nostro modo di pensare.
Con l’impegno e non solo il proposito … spogliamoci del nostro egoismo, del nostro vecchiume e rinnoviamoci secondo la grazia del nostro Battesimo.
Sbilanciamoci spostando il baricentro da noi stessi agli altri, non camminiamo ricurvi ma con lo sguardo rivolto a quell’arco di cielo che sprigiona l’energia degli inizi e ci aiuta a diventare autenticamente più umani.
Contro tutte le difficoltà e tentazioni che vorrebbero separarci dall’amore di Dio, non scoraggiamoci, non perdiamoci mai d’animo, ma ricordiamoci che siamo sempre tra le sue braccia, da cui niente e nessuno mai ci strapperà. Quale grande fiducia e speranza incrollabile ha “il potere di un abbraccio” per ognuno di noi!
Anonimo

La prima domenica di Quaresima è, da sempre, caratterizzata dalla lettura del racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. In questo racconto Gesù si rivela come colui che, tentato nella sua carne di uomo, si affida totalmente alla parola del Padre e vince ogni idolatria, ristabilendo quell’armonia impressa da Dio nella sua creazione. La vittoria di Cristo sul male che tenta di distruggere ogni legame tra Dio e la sua creazione è radicale: raggiunge il luogo in cui questo male dimora, strappando da esso ogni creatura. La fedeltà di Dio all’uomo è così annunciata sino agli inferi (cfr. IPt 3,19-29). È il mistero pasquale del Cristo morto e risorto che la liturgia ci fa intravedere fin dall’inizio del cammino quaresimale; ma è il mistero a cui ogni credente partecipa mediante il battesimo, diventando segno di questa alleanza nuova ed eterna in Cristo.
L’icona cristologica che il racconto evangelico ci presenta è come uno squarcio sul cammino di sequela che il discepolo di Gesù è chiamato a rinnovare nel tempo quaresimale. Collocare all’inizio di questo cammino il racconto delle tentazione, diventa allora un richiamo all’essenzialità e alla verità della propria scelta. Si è posti di fronte alla serietà dell’impegno battesimale, mediante la consapevolezza di ciò che quotidianamente comporta il vivere da figli in sintonia con la volontà del Padre; si è condotti dallo Spirito nel deserto per prendere coscienza di questa presenza misteriosa che guida i nostri passi ed educa la nostra libertà nelle scelte secondo Dio; si è invitati ad accogliere con umiltà la nostra debolezza, sapendo che essa è stata accolta e trasfigurata da Cristo stesso; si è messi in guardia da ogni forma di idolatria che intacca il servizio all’unico Signore e che rende la nostra vita divisa interiormente; si è educati a camminare pazientemente verso la Pasqua, accogliendo nel volto di Cristo tentato e nel volto di Cristo trasfigurato l’unica e inaudita bellezza del Dio che si dona all’uomo per strapparlo alla morte e comunicargli la vita.
Pur nella loro scarna essenzialità descrittiva, i personaggi presentati da Marco ci rivelano ciò che avviene nell’esperienza della tentazione. Gesù è delineato come l’icona dell’uomo spirituale, che sa discernere secondo lo Spirito. E questo non perché è collocato in uno spazio estraneo alla drammatica situazione umana, quasi sottratto alla fatica di ogni scelta o esente dalla prova, ma perché ci insegna a scegliere secondo Dio, donandoci i criteri per un reale discernimento spirituale. Gesù accetta la sfida della tentazione e attraverso di essa scopre in profondità la sua identità di Figlio di Dio, quel nome udito nella teofania del battesimo. Accanto a Gesù vi è la misteriosa presenza dello Spirito. È lui a condurre Gesù nel cuore stesso della lotta, nella solitudine del deserto, il luogo dell’esperienza della fragilità umana; qui, e non altrove, matura il discernimento e lo Spirito sta a fianco di Gesù in questo cammino, quasi a guidarlo per mano, facendosi presente nella forza della Parola donata come arma per combattere la suggestione diabolica. E infine, di fronte a Gesù, vi è il tentatore, che Marco chiama Satana. Esso appare come la proposta alternativa alla parola di Dio, la contro-proposta subdola, affascinante, falsa, idolatrica, che abusa della debolezza dell’uomo, lo tenta nella sua carne per raggiungere il cuore. Satana vuole distruggere il rapporto confidenziale e obbedienziale tra uomo e Dio, presentare Dio come nemico dell’uomo, geloso della libertà e delle possibilità che gli sono offerte.
Da questa esperienza Gesù non fugge: accettando la nostra umanità (e la fragilità di cui la tentazione è elemento costitutivo), in essa riporta la vittoria su ogni idolatria che mira a separare l’uomo da Dio.
Veramente «il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino». A noi non resta che entrare con Gesù in questo luogo di prova per lasciarci trasformare a sua immagine; non resta che accogliere il suo invito «convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15).
Anonimo