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Domenica 22 novembre 2020


 

 


 

 

Carissimi amici,

 

a conclusione dell’anno liturgico condividiamo una riflessione sul Vangelo di questa domenica dalla rubrica “la Casa sulla roccia”.

«La liturgia di quest’ultima domenica dell’Anno Liturgico ci offre l’occasione per meditare sul messaggio escatologico incentrato su un intervento di Dio che è di giudizio. Il giudizio è un elemento centrale della fede cristiana (“verrà a giudicare i vivi e i morti”, diciamo nel Credo). L’annuncio del giudizio vuole suscitare la responsabilità di noi credenti nel mondo affinché la nostra prassi unifichi misericordia e giustizia. La sua portata è universale, riguarda ogni uomo e va intesa anche nel senso di giudizio di tutto l’uomo, ovvero come lo sguardo di Dio che fa emergere il bene e il male che abitano nel cuore di ciascuno di noi.

Il racconto di Matteo, con l’elemento determinante della sorpresa dei giudicati, mette a nudo il cuore dell’uomo e conduce noi lettori del Vangelo a interrogarci sulla qualità della nostra prassi. Il giudizio è misura di giustizia divina nei confronti di tutti coloro che nella storia sono stati oppressi e sfruttati dagli uomini, che nella vita sono stati soltanto vittime, senza soggettività, senza voce, senza diritti.
Qui si rileva in particolare l’omissione, il peccato del non fare. Ovvero, il peccato più diffuso e che più facilmente possiamo coprire con giustificazioni e scuse. Il “non amare” è il grande peccato: Dio ci giudica nel malato o nel carcerato che non visitiamo, nel bisognoso di cui non ci prendiamo cura, nell’altro che non amiamo. E se il giudizio di Dio è il suo sguardo che vede ciò che abita nel nostro sguardo, esso smaschera anzitutto ciò che non abbiamo voluto vedere: esso vede il nostro “vedere” e il nostro “non-vedere”. Questo sguardo di Dio giudica anche il tipo di sguardo che abbiamo sul povero e sul bisognoso. Giudica il nostro giudicare l’altro per cui un carcerato è uno che ha ciò che si merita, lo straniero è uno che disturba la nostra tranquillità… Il giudizio di Dio giudica il nostro chiudere le viscere a chi è nel bisogno.

L’universalità del giudizio emerge anche dal fatto che si fonda sulla valutazione di gesti umani, umanissimi, fatti (o non fatti) da credenti e da non credenti. I semplici gesti di aiuto, carità e vicinanza espressi in Matteo costituiscono una sorta di grammatica elementare dell’umana relazione con l’altro. Come imparare a fare il bene agli altri? Dal proprio desiderio, risponde Gesù quando dice di fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi (Mt 7,12). E il desiderio che abbiamo è quello di essere amati, raggiunti dagli altri nel nostro bisogno. Così, «colui che fa del bene al suo prossimo, fa del bene a sé stesso, e colui che sa amare se stesso, ama anche gli altri» (Sant’Antonio abate, Lettera IV,7).

 Buona settimana!

don Paolo, don Dario, fra Luca, diacono Pierlorenzo.

 

 


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