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Domenica 09 maggio 2021


 

 


 

 

Carissimi amici di Montà e S. Stefano,

 

siamo entrati in una fase di timide aperture dove finalmente ci si può incontrare “in presenza” e non più “a distanza”, incollati al display di un computer, o di un tablet o di uno smartphone. La voglia di normalità nelle relazioni viene interpretata come libertà di divertirsi con la moda dello spritz al bar assieme agli amici, condizionati dalla parola d’ordine “divertimento”, che si può trasformare in svariate forme di sfogo. Non siamo ancora usciti da questo tempo difficile e incerto di pandemia e Gesù risorto si augura che «la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena» (Gv 15,11).

Di che gioia si tratta? È la stupefacente consapevolezza di custodire in noi la vita divina. La «sua gioia» è qualitativamente diversa dalla soddisfazione immediata di quei legittimi bisogni umani che sono stati impediti dalle regole restrittive di questo periodo pandemico. Guardiamoci allo specchio, fermiamoci a guardare il nostro volto, i nostri occhi, la nostra bocca, la nostra capacità di ascoltare, di gustare, di sentire e distinguere gli odori; contempliamo ciò che le nostre mani fanno ogni giorno, rendiamoci consapevoli dei contatti che possiamo realizzare, là dove le nostre gambe e i nostri piedi ci portano; guardiamoci da sani o ammalati, da giovani o anziani, da donne o uomini. La nostra corporeità vivente è la “casa dell’Amore”.

«Dio è amore» (1Gv 4,8b) e ha scelto di abitare nella corporeità vivente di ciascuno di noi. Questo è il senso della frequenza con cui Gesù usa il verbo «rimanere in»: sette volte nel vangelo di domenica scorsa, tre volte nelle sue parole che ascolteremo oggi.

Gesù, il guaritore del disamore, offre la sua pedagogia sicura in due tempi:

1. Amatevi gli uni gli altri. Non semplicemente: amatevi. Ma: gli uni gli altri. Non si ama l’umanità in generale o in teoria. Si amano le persone ad una ad una; si ama quest’uomo, questa donna, questo bambino, il povero qui a fianco, faccia a faccia, occhi negli occhi.

2. Amatevi come io vi ho amato. Non dice “quanto me”, perché non ci arriveremmo mai, io almeno; ma “come me”, con il mio stile, con il mio modo unico. “L’amore vero è vero quello che ti spinge, ti incalza, ti obbliga a diventare tanto, infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che puoi diventare” (Rainer Maria Rilke). Così ai figli non servono cose, ma padri e madri che diano orizzonti e grandi ali, che li facciano diventare il meglio di ciò che possono diventare. Anche quando dovesse sembrare che si dimenticano di noi. Parola di Vangelo: se ami, non sbagli. Se ami, non fallirai la vita. Se ami, la tua vita è stata già un successo, comunque.

 

Buona settimana. Don Paolo, don Dario, fra Luca, diacono Pierlorenzo

 


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