Unita' Pastorale di Montà

Unita' Pastorale

Gruppo Adulti

I Venerdì VIOLA 5° incontro

«Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.» (Mc 3,13-14). Introduzione All’inizio di questo capitolo quinto, Papa Francesco manifesta la sua intenzione partendo da ciò che non vuole sviluppare: “In quest’ultimo capitolo non offrirò una sintesi della spiritualità cristiana, né svilupperò grandi temi come la preghiera, l’adorazione eucaristica o la celebrazione della fede, sui quali disponiamo già di preziosi testi magisteriali e celebri scritti di grandi autori. Non pretendo di rimpiazzare né di superare tanta ricchezza. Semplicemente proporrò alcune riflessioni circa lo spirito della nuova evangelizzazione”. Ciò che non vuole offrire nasconde comunque l’intenzione del Santo Padre: la vita spirituale che anima il missionario. Perciò riassume in una frase ciò che gli sta veramente a cuore, trovando il motivo di tutta la missione nella volontà di Gesù: «Gesù vuole evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio.» (259). La presenza di Dio in noi si realizza nello Spirito Santo. Evangelizzatori con Spirito è il contrario di una attività pastorale che parte da motivazioni umani: «Un’evangelizzazione con spirito è molto diversa da un insieme di compiti vissuti come un pesante obbligo che semplicemente si tollera, o si sopporta come qualcosa che contraddice le proprie inclinazioni e i propri desideri.» (261). E questo porta il missionario a interrogarsi: Che cosa desidero nella vita? Che cosa cerco nelle mie attività e nel mio incarico? Quali sono le motivazioni per andare in missione? Papa Francesco disegna con semplicità evangelica il ritratto dell’evangelizzatore con Spirito. Nella prima parte di questo ultimo capitolo dell’esortazione, Papa Francesco presenta le “Motivazioni per un rinnovato impulso missionario”. In primo luogo mostra la base di ogni mandato missionario: “l’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva” (264-267). In secondo luogo, parla del “piacere spirituale di essere popolo” (268-280). Alla fine di questa parte, Papa Francesco mette in luce “la forza missionaria dell’intercessione” (281-283). La seconda parte di questo capitolo, e a conclusione di tutta l’esortazione, Papa Francesco si sofferma sulla figura e il ruolo di Maria Santissima: “Maria, la madre dell’evangelizzazione. Motivazioni per un rinnovato impulso missionario: Il Papa parte dal principio fondamentale di ogni motivazione, la preghiera: «Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. […] Occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività. Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia (262). La preghiera, tuttavia, deve allargare il cuore per uscire verso l’altro, e non può essere una fuga dal mondo. Il Papa cita Giovanni Paolo II, Novo Millenio ineunte, 52: «si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione». (262) Tutto ciò esige un discernimento per chiarire le proprie motivazioni. Perciò il Papa invita ad imparare dai santi che hanno saputo affrontare le difficoltà della loro epoca vivendo la missione come irradiamento della loro vita profondamente contemplativa. «A tale scopo, aggiunge Papa Francesco, vi propongo di soffermarci a recuperare alcune motivazioni che ci aiutino a imitarli nei nostri giorni». 1. L’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva (264-267) Il missionario è prima di tutto una persona che ha incontrato Gesù, rispondendo alla sua chiamata per rimanere con lui e diventando un testimone del suo amore. Marco presenta la vocazione dell’apostolo nel racconto dell’istituzione dei Dodici: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.» (Mc 3,13-14). In questo testo, è chiaro che il primato va dato allo “stare con lui”, segue l’essere mandati a predicare. Questa è la prima motivazione secondo Papa Francesco: «La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci.» (264) Siamo chiamati a riscoprire lo sguardo di Gesù che ci ha chiamati, come ha chiamato i primi discepoli. Il Papa fa riferimento alla chiamata di Natanaele e lo sguardo di Gesù, rimasto come buona novella nel quarto vangelo: «Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» (Gv 1,48). In pratica ciò si realizza nella preghiera, espressione dell’amore verso Gesù: «Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo» (1 Gv 1,3). Tutto ciò porta a definire meglio la prima motivazione per ogni uscita in missione: «La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c'è niente di meglio da trasmettere agli altri.» Amore fraterno. Partendo da questa dimensione contemplativa, il Papa mostra che il contemplativo arriva a una convinzione fondamentale: «Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale. Ogni volta che si torna a scoprirlo, ci si convince che proprio questo è ciò di cui gli altri hanno bisogno, anche se non lo riconoscano: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). A volte perdiamo l’entusiasmo per la missione dimenticando che il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno.» (265) Se perdiamo l’entusiasmo per la missione, bisogna cercare il motivo in questo vuoto di vita spirituale. Chi ama Cristo e il suo Vangelo, si sente per forza portato a raccontare il suo amore a tutto il mondo. I santi volevano comunicare a tutti i costi, la loro fede nell’amore di Cristo. Erano convinti che soltanto il vangelo può salvare il mondo. «Una persona, dice il Papa, che non è convinta, entusiasta, sicura, innamorata, non convince nessuno” (266) L’ultima caratteristica della prima motivazione è la ricerca della gloria del Padre. Seguendo Gesù, il discepolo deve andare oltre i propri limiti e desideri e riconoscere che la sua opera di evangelizzazione deve servire per maggior gloria del Padre che ci ama. La fedeltà allo stile di Gesù nell’evangelizzazione richiede l’obbedienza al Padre che vuole la salvezza di tutti i suoi figli, perciò l’evangelizzatore è chiamato ad amare la chiesa, corpo di Cristo. La motivazione seguente riguarda il popolo di Dio. 2. Il piacere spirituale di essere popolo (268 - 274) Il Papa parte dalla Parola di Dio per riconoscere la nostra identità cristiana come popolo di Dio: «La Parola di Dio ci invita anche a riconoscere che siamo popolo: «Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio» (1 Pt 2,10). Per essere evangelizzatori autentici occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo» Leggendo il resto del testo, mi sembra che il Santo Padre sia contemplando la figura del giovane Francesco d’Assisi davanti al Crocifisso di san Damiano: va Francesco e ripara la mia chiesa. Il Papa dice infatti: «Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al popolo, in modo che la nostra identità non si comprende senza questa appartenenza.» Non c’è anima santa che scopre l’amore di Dio nel Crocifisso che non brucia di amore per il suo corpo che è la chiesa, anzi per ogni essere umano in tutto il mondo. Andando da chi soffre, andiamo da Cristo. Visitare un malato è visitare Cristo. Occuparsi con fede e carità delle sofferenze umane ci porta sempre di più a fare l’esperienza di appartenere a un popolo. Al numero 271, il Papa passa alla metodologia evangelica dando ragione della nostra speranza. Non dobbiamo vedere il mondo come nemico. Ritornando alla Parola di Dio che bisogna vivere “sine glossa”, Papa Francesco dice: «Siamo molto chiaramente avvertiti: «sia fatto con dolcezza e rispetto» (1 Pt 3,16), e «se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,18). Siamo anche esortati a cercare di vincere «il male con il bene» (Rm 12,21), senza stancarci di «fare il bene» (Gal 6,9) e senza pretendere di apparire superiori ma considerando «gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). Di fatto gli Apostoli del Signore godevano «il favore di tutto il popolo» (At 2,47; cfr 4,21.33; 5,13). Resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo. Questa non è l’opinione di un Papa né un’opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante. Viviamole “sine glossa”, senza commenti. In tal modo sperimenteremo la gioia missionaria di condividere la vita con il popolo fedele a Dio cercando di accendere il fuoco nel cuore del mondo.» Infine, Papa Francesco ci insegna a riconoscere la vera identità di ogni uomo per essere buoni missionari e non persone che cercano di soddisfare le proprie esigenze, usando discriminazione tra le persone. Le parole del Papa sono tanto profonde da meditare spesso per purificare le nostre intenzioni e motivazioni nelle attività e incarichi: 274. Per condividere la vita con la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno di riconoscere anche che ogni persona è degna della nostra dedizione. Non per il suo aspetto fisico, per le sue capacità, per il suo linguaggio, per la sua mentalità o per le soddisfazioni che ci può offrire, ma perché è opera di Dio, sua creatura. Egli l’ha creata a sua immagine, e riflette qualcosa della sua gloria. Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita. Gesù Cristo ha donato il suo sangue prezioso sulla croce per quella persona. Al di là di qualsiasi apparenza, ciascuno è immensamente sacro e merita il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi! In questo testo, possiamo riconoscere il problema di identità e della maturità umana e cristiana che costituisce il presupposto per vivere bene la propria vocazione e missione. Riconoscere che ogni persona umana esiste perché amata da Dio che l’ha creata a sua immagine, ci aiuta ad avere una giusta stima che non si ferma alle sue qualità o ai suoi difetti, ma a coglierla in quella positività che è radicata nel suo essere stesso. Non è certamente facile arrivare a vivere la nostra vocazione e missione in questo modo così profondamente evangelico, da poter acquistare lo sguardo di Dio su di me e su ogni uomo. Perciò abbiamo bisogno di fare crescere la nostra fede in Gesù Cristo, crocifisso e risorto e nell’azione del suo Spirito. .